Stato assente, mafia onnipresente

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Maurizio Inturri
Si occupa di mafia e criminalità organizzata. Ha collaboratorato con diverse testate giornaliste online e cartacee. Il suo percorso inizia nel lontano 2015 con ReteRegione, poi collabora con LaSpia, Diario1984, L'Attualità, Cisiamo e infine IlFormat. Nel gennaio 2020 si iscrive al sindacato WorKPress e gli viene attribuito il tesserino internazione di giornalista e reporter come da normativa europea e internazionale. Ha partecipato a diverse conferenze sul tema mafia e criminalità organizzata. Autore dei libri Cogito ergo sum..ma non troppo (2015) e L'Antistato vol.I° (2019)

La mafia in lupara e coppola, la mafia del pizzo e della minaccia è ormai anacronistica. Oggi il mafioso veste in giacca e cravatta, si insinua come un cancro nella società, una metastasi che agisce in modo silenzioso e implacabile, e quando il corpo malato dello Stato se ne accorge sembra ormai troppo tardi. La mafia italiana di oggi si è fatta più furba, il suo campo sono gli appalti, l’edilizia, la gestione dell’immigrazione, il gioco d’azzardo. La prostituzione no, quella la lascia ai clan albanesi e romeni che agiscono nel nostro Paese. Il fatto che la mafia non si veda, non significa comunque che non esista, ma solo che si è inserita abilmente nell’imprenditoria, nella politica, nelle istituzioni, ovunque. La mafia è un male, il peggior male che esista nel nostro Paese, ed è riuscita a diventare così potente e onnipresente anche perché gli anticorpi dello Stato non sono mai stati abbastanza efficaci nel contrastarla. Già agli inizi, quando usava davvero lupara e coppola, la mafia garantiva quei servizi che uno Stato cronicamente addormentato non riusciva a garantire: dal prestito a interesse (anche se in questo caso si chiama strozzinaggio) all’appalto edilizio, passando per permessi, importazioni, commercio, assicurazioni (pizzo) e persino cure mediche. Bernardo Provenzano, primo boss a capire come quello della sanità fosse una miniera d’oro, aveva tra i suoi protetti un certo Michele Aiello, il re Mida della sanità italiana, proprietario di cinque istituti medici, tra cui Villa santa Teresa, un centro di oncologia che in Italia ce lo sogniamo. Molti dei servizi concessi dalla mafia, quindi, erano semplicemente quelli che lo stato non riusciva ad compiere. Ovviamente tutti questi “servizi” da sempre vengono concessi a prezzo di estorsioni, minacce, omicidi, appalti truccati, corruzione, armi che la mafia ancora utilizza (si è data una facciata imprenditoriale, vero, ma certe abitudini rimangono) per mantenere il suo strapotere. Uno Stato che sia in grado di assolvere pienamente i suoi doveri verso il popolo sarebbe la migliore arma contro la mafia, dal momento che non le lascerebbe mai liberi quei campi economici, politici e sociali che la mafia occupa oggi. Ma lo Stato italiano ha fatto di più: non solo non ha sconfitto (o almeno combattuto efficacemente) la mafia, ma ne è diventato parte. Uno Stato nello Stato, con tutti i vantaggi (per i clan e le lobby politiche e imprenditoriali) e svantaggi (per gli italiani onesti). Il nostro è oggi un paese devastato da una classe politica incapace, impoverito dalla mancanza di istruzione, di lavoro, di economia, di tutto. Soffocato da una burocrazia preistorica, indebolito da un individualismo patologico e dal menefreghismo totale, con un popolo addormentato e ancora convinto (almeno fino a poco tempo fa, si spera) che la mafia fosse solo una faccenda del sud, un male confinato nelle terre della Campania (camorra), Calabria (’ndrangheta), Sicilia (Cosa nostra) e Puglia (Sacra corona unita). Ma scoperchiando la Cupola della Mafia Capitale in questi giorni, non abbiamo fatto altro che scoprire l’acqua calda. Che la mafia fosse presente a Roma lo si sapeva già agli inizi della Banda della Magliana, quando Maurizio Abbatino, Enrico “Renatino” De Pedis e Franco Giuseppucci occuparono il vuoto capitolino lasciato dal clan dei marsigliesi, storici alleati di Cosa nostra. Tramite Ernesto Diotallevi, inoltre, la Banda intratteneva lucrosi rapporti con gente del calibro criminale di Stefano Bontate e Pippo Calò. Calò stesso si stabilì poi a Roma come ambasciatore e cassiere di Cosa nostra. Il nostro, oggi, è un paese devastato da una classe politica incapace, impoverito dalla mancanza di lavoro, istruzione, economia sana, di tutto, Soffocato da una burocrazia preistorica, da un individualismo patologico e dal totale menefreghismo. Un Paese talmente narcotizzato da lassismo, omertà e pigrizia da non rendersi nemmeno conto del cancro criminale che lo sta divorando, un cancro chiamato mafia, che proprio sulle mancanze e debolezze dello Stato Italiano prospera e si fortifica.

Emiliano Federico Caruso (art. del 2014)

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