Sicilia:Il Caso Montante e il caso Calì.Fitti misteri palermitani!

Due casi una sola scena del crimine,una maglia di intrecci tutta da scoprire,un luogo Palermo e una procura,quella di Caltanissetta, che lotta contro il tempo e ogni tipo di minaccia e intimidazione.

Abbiamo da poco trattato l’argomento dei falsi miti ed eroi antimafia che ci sembra giusto chiarirne i particolari dettagli che da mezzo secolo vengono censurati nella “terra della mafia e della trattativa“.

Iniziamo dal Caso Montante perchè grazie alla procura di Caltanissetta molti scenari,finalmente,sono stati svelati.

Il Sistema Montante finito da poco nella trasmissione Report,di cui caso in esclusiva si erano occupato prima Angelo Venti sul proprio sito Site e poi Maurizio Inturri su Amattanza – entrambi con una serie di articoli -,se n’è parlato lo scorso lunedì su Rai3, in una trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci in collaborazione con Norma Ferrara e Paolo Mondani,che qui vi riproponiamo.

Per leggere gli articoli su Amattanza nel menu troverete “Sistema Montante” con tutti i nostri articoli.

Ultimamente,il Ministro dell’Interno,Matteo Salvini è finito nelle pagine web perché fotografato a provare una delle bici della famosa fabbrica Montante,che come abbiamo scritto nei precedenti articoli di famosa ha solo “un bluff “,in quanto nel paesino originario di Calogero Montante,Serradifalco in provincia di Caltanissetta,nessuno ne ha mai sentito parlare!
INSERIRE FOTO GARAGE MONTANTE
Le foto che ritraggono Antonello Montante e Matteo Salvini,che fa da testimonial,è stata scattata esattamente il 10 novembre 2017 al salone del ciclo e del motociclo dell’Eicma di Milano.

Salvini all’EXPO

Ironia vuole che sono stati proprio i social – che tanta fortuna portano al vicepremier Salvini – a far riaffiorare le foto dal web: la serie che pubblichiamo di seguito l’abbiamo recuperata proprio dalla pagina facebook “Montante Cicli

 Salvini e Montante

Qui da considerare sono due circostanze:

  1. La foto di Salvini e Montante (insieme ad altre) fu scattata quanto Salvini era soltanto il leader della Lega che aspirava a guidare il Paese;
  2. Era di dominio pubblico dal febbraio 2017 che Montante era soltanto un indagato per Concorso esterno in associazione mafiosa.

Le nostre riserve sulla questione nascono dalla non costituzione a parte civile – nel processo che vede Montante come accusato – del Ministero dell’Interno come parte offesa,mentre lo Stato difende proprio uno degli agenti dei servizi segreti che in quel processo invece è imputato, insieme a Montante.

Vi rimandiamo ai nostri articoli e più specificatamente al diario di Montante!

Del MONTANTE ci sembra doveroso riassumere queste particolarità ricostruite da Angelo Venti:

Calogero Montante è stato accusato di aver creato una rete illegale per spiare le indagini a suo carico: tra gli indagati figura anche l’ex presidente del Senato Renato Schifani, accusato di aver rivelato notizie riservate.
Insieme a Montante finiscono agli arresti domiciliari anche il colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata (ex capocentro della Dia di Palermo ed ex dei servizi segreti), Diego Di Simone (ex sostituto commissario della mobile di Palermo), Marco De Angelis (sostituto commissario prima a Palermo poi alla prefettura di Milano), Ettore Orfanello (ex comandante del nucleo di polizia tributaria Guardia di finanza a Palermo), Giuseppe Graceffa (vice sovrintendente polizia a Palermo, sospeso dal servizio per un anno) e infine l’imprenditore Massimo Romano, (re dei supermercati con oltre 80 punti vendita in Sicilia ed ex del Team legalità di Sicindustria).
Della rete farebbero parte anche altri esponenti delle forze dell’ordine e dei servizi segreti: tra gli indagati anche Arturo Esposito (ex capo dei servizi segreti), Andrea Grassi (ex funzionario dello Sco della polizia da poco nominato questore di Vibo Valentia), Andrea Cavacece (capo reparto dell’Aisi), Gianfranco Ardizzone (ex comandante provinciale della Guardia di finanza di Caltanissetta e poi capocentro della Dia nissena), Mario Sanfilippo (ex ufficiale della polizia tributaria di Caltanissetta), Letterio Romeo (ex comandante del reparto operativo dei carabinieri di Caltanissetta).
La lista degli indagati prosegue ancora con Angelo Cuva (docente di diritto tributario all’università di Palermo), Maurizio Bernava (ex segretario confederale della Cisl), Andrea e Salvatore Calì (titolari di un’azienda che avrebbe effettuato bonifiche negli uffici di Montante), Carlo La Rotonda (direttore di Reti d’imprese di Confindustria), Salvatore Mauro e Vincenzo Mistretta. Infine Vincenzo Arnone (boss di Serradifalco, figlio di Paolino storico padrino morto suicida in carcere nel 1992, testimone di nozze di Montante).

Antonello Calogero Montante, originario di Serradifalco (CL), è nato il 5 giugno 1963. A capo del Gruppo Montante, un impero che la leggenda vuole nato da una fabbrica di biciclette, fondatore della Msa Spa, azienda di progettazione e produzione di ammortizzatori per veicoli industriali e treni presente in tutto il mondo: dal 2008 è Cavaliere del lavoro.
Presidente della Camera di commercio a Caltanissetta, dove nel 2005 ha ricoperto anche il ruolo di presidente di Confindustria e delegato del presidente nazionale di Confindustria per la legalità. Nel 2012 diventa il numero uno dell’associazione regionale degli industriali e nel 2013 sale al vertice di Unioncamere Sicilia. Il 20 gennaio 2015 – pochi giorni prima della notizia dell’inchiesta a suo carico per Concorso esterno in associazione mafiosa – è stato designato componente dell’Agenzia dei beni confiscati, su proposta del ministero dell’interno guidato da Angelino Alfano.

E’ dei giorni scorsi l’ultimo colpo di scena:

nella sede romana di Confindustria sono state scovate due telecamere spia: sotto accusa Diego Di Simone Perriccone, ex investigatore della squadra mobile di Palermo da qualche anno assunto in Confindustria proprio da Montante. Per gli investigatori De Simone può contare su una fonte riservata (forse un magistrato) presso la Direzione nazionale antimafia e una talpa al tribunale di Caltanissetta che, nelle intercettazioni con Montante, chiamavano “L’uomo a L’Avana”.

Antonello Montante

Il caso Montante,quindi,grazie alla procura di Caltanissetta frantuma in mille pezzi “miti ed eroi” che tutto facevano,tranne che operare nel nome e per conto della legalità, e aggiungiamolo pure,a nome e per conto di una informazione distaccata dal potere e quindi reale.

Proprio qui quasi per caso,una vicenda che ha dell’incredibile sembra,a nostro avviso,dover essere collegata.

Caso quasi diverso,se non per alcune peculiarità che sembrano delle reti nascoste sempre del palermitano e di quel potere che agisce in modo segreto,estremo e pericoloso..almeno secondo la nostra opinione.

Appartenenti o ex dei servizi segreti come Roberto Campesi,agenti della guardia forestale e una villa mai confiscata,di proprietà del Papa di Cosa Nostra,ovvero,uno dei mafiosi più potenti,nonché capo della commissione di Cosa Nostra:Michele Greco!

 

Fonte: Fotogramma proveniente da un video accluso all’inchiesta della Procura di Caltanissetta sulla strage di Via D’Amelio
Michele Greco “il PAPA”

La vicenda di cui parleremo, oramai conclusa con una definitiva sentenza,inizia a Casteldaccia (PA) nel lontano 2013, allorquando diversi pubblici ufficiali del Corpo Regionale Forestale del distaccamento di Bagheria coordinati dal Commissario Matranga, dopo aver eseguito un sopralluogo presso una villa in ristrutturazione, hanno provveduto al sequestro dell’immobile e al deferimento all’autorita giudiziaria di Gianluca Calì e del fratello Alessandro,poiché come si evince testualmente dal verbale di sequestro del 08/02/2013:

 “IMMOBILE CON STRUTTURA IN CEMENTO ARMATO A DUE ELEVAZIONI FUORI TERRA, TOMPAGNATA CON BLOCCHETTI DI POMICEMENTO E TUFO, PER UNA SUPERFICIE DI CIRCA MQ 160,00, PER PIANO (SUPERFICIE COMPLESSIVA DI CIRCA 320,00 MQ) IL TUTTO ALLO STATO GREZZO E IN CORSO D’OPERA”.

Proprio da qui,inizia,la vicenda mistica,perché la Villa è stata costruita nel 1965 da Michele Greco detto il Papa con un certificato di abitabilità del 7 agosto 1967 ,sequestrata nel 1986 e messa all’asta dal tribunale di Palermo nel 2011.

Qui poniamo la prima domanda:come mai un bene sequestrato non ha subito la confisca come prevedeva già la legge sui bene dei mafiosi?

Una delle risposte che ci è stata fornita,durante la nostra intervista a Gianluca Calì,è la seguente:La banca aveva una ipoteca di mutuo sulla villa ,ed essendo le rate non onorate,si è avviata la procedura di ipoteca giudiziaria.

Gianluca Calì è un noto imprenditore che si è opposto al racket e fino ad oggi vive senza scorta!!!

Gianluca Calì

Attenzione:stiamo parlando della villa di Michele Greco, appartenente a Cosa Nostra.

Qualcosa non torna,perché a proposito di Greco c’è un articolo illuminante scritto sull’Espresso già nel 2011,in cui si citano le confische effettuate proprio al Papa di Cosa Nostra da parte del giudice Giovanni Falcone sin dal 1987,tra cui un altro feudo intoccabile,di cui riportiamo quanto segue:

La favola di Cosa nostra in ritirata finisce a Verbumcaudo, una storica tenuta con vista mozzafiato tra Caltanissetta e il mare: 150 ettari di olivi secolari, distese di foraggio e campi di grano incastonati tra vigneti Doc. Trent’anni fa l’ha comprata Michele Greco, il “papa” di Cosa Nostra, pagandola appena l’equivalente di 325 mila euro, per metà forniti dalla camorra. Al centro, su una collina che domina i luoghi dove nacque la mafia rurale, c’è una masseria che pare abbandonata. Ma basta avvicinarsi per veder spuntare due cani ringhiosi e tre campieri, che sembrano alternarsi a sorvegliare i curiosi, più che le loro cento pecore. In teoria questo feudo è confiscato fin dal 1987: il giudice istruttore si chiamava Giovanni Falcone. Ma il Comune di Polizzi Generosa, che potrebbe beneficiarne, non l’ha ancora ottenuto. Per colpa di un debito mafioso: l’ipoteca chiesta da Sicilcassa per prestare 363 mila euro ai signori imprenditori Michele e Salvatore Greco. 

Gravato da quel passivo, gonfiato dagli interessi a 2 milioni e mezzo, tra il 2008 e il 2009 il feudo dello Stato rischia di finire all’asta. Un sindacalista della Cgil, Vincenzo Liarda, mobilita il suo Comune per assegnarlo a “una cooperativa agricola che assumerà giovani”. Da allora Verbumcaudo diventa una sfida, tra occupazioni simboliche, con Susanna Camusso in testa a un corteo di bandiere rosse, e intimidazioni reali. Liarda, 44 anni, riceve lettere anonime con polvere da sparo e foto di Falcone e Borsellino: “Lascia stare il feudo o farai la stessa fine”. Una notte, mentre lui è assente, sua moglie e la figlia di dieci anni sentono forzare la finestra: in casa cade una busta con due pallottole. Liarda ottiene due agenti di tutela, ma solo per otto mesi. E non ne fa un dramma: “Non mi piace vivere scortato. Eroe io? Sono solo uno dei tanti siciliani che sognano un futuro di sviluppo nella legalità”, dice, accompagnando da solo gli estranei nel feudo.

In sua difesa insorge Giuseppe Lumia, ex presidente della Commissione antimafia. Cosa Nostra ricambia con minacce di morte a entrambi: “L’ultima lettera è stata recapitata a mano in Senato, tre settimane fa”, fa notare il parlamentare pd. A quel punto il presidente dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati, Mario Morcone, prima dell’aspettativa per candidarsi a Napoli, riesce a chiudere una transazione con Unicredit, erede di Sicilcassa, che accetta di ridurre il debito a 400 mila euro, senza più ipoteca. Al Comune basterà pagare poco più di 2 mila euro al mese, per 15 anni. Lieto fine? Liarda non si accontenta di un’eccezione: “C’era un protocollo per fare di Verbumcaudo il primo dei tanti beni confiscati da gestire con un consorzio tra 21 Comuni e la Provincia. Ma hanno firmato solo in tre”. E chi comanda negli altri? Il sindacalista ride: “Centrodestra ovunque”. 

Strane le due casualità che riguardano proprio i beni del Greco e che in un modo o nell’altro chiunque cerchi di acquistarli finisce minacciato..

Gianluca Calì riceve non pochi “consigli” di lasciarla stare perche dovevano acquistarla “LORO”,ma l’intervento tempestivo,anche se di una indagine parallela, della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo fa finire sotto inchiesta gli uomini del Corpo forestale.

Riccardo Lo Verso,nel maggio 2013,su LiveSicilia, scriverà quanto segue:

“Tutto inizia a bordo di una Bmw X3. L’imprenditore Rosario Azzarello parla con un amico. Un tale Giacomino. Sulla macchina gli agenti della sezione Criminalità organizzata della Squadra mobile hanno piazzato una microspia. Più che una conversazione viene fuori quella che i magistrati definiscono “la chiave di lettura dell’intera vicenda che ritrae una situazione di diffusa illegalità”. Una vicenda in cui, scrive il giudice per le indagini preliminari Angela Gerardi, emerge lo “scarso se non inesistente senso del dovere e indegno esercizio del potere che interessa alcuni componenti dell’ufficio del distaccamento di Bagheria del corpo forestale responsabili del costante mercimonio della funzione pubblica (Pietro Rammacca, Rosario Spataro, Giovanni Coffaro, Giovanni Fontana e Domenico Bruno), di irresponsabile comportamento da parte di altri (Pietro Riccobono, Gaspare Calò e il comandante Luigi Matranga) nell’ambito di un quadro complessivo estremamente sconfortante”.

Dalle carte dell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Caterina Malagoli e Alessandro Picchi scopriamo innanzitutto che gli indagati sono molti di più dei cinque raggiunti ieri da un’ordinanza di custodia cautelare. Pietro Rammacca, 50 anni, e Rosario Spataro, di 49, sono finiti in cella. Domenico Bruno, 49 anni, e Giovanni Fontana, di 51, sono ai domiciliari. Arresti in casa anche per un imprenditore edile di Ventimiglia di Sicilia, Rosario Azzarello. Sono tutti indagati, a vario titolo, per corruzione e concussione. Non sono gli unici sotto inchiesta. Una richiesta di misura cautelare è stata, infatti, respinta dal Gip nei confronti dell’imprenditore Filippo Azzarello, fratello di Rosario, e dell’agente forestale Giovanni Coffaro. Sospesa, invece, la decisione sulla eventuale sospensione dal servizio per il comandante Luigi Matranga e per l’agente Pietro Riccobono. Prima di decidere il giudice ha deciso di interrogarli. In più sotto inchiesta ci sono una serie di imprenditori e cittadini che, per evitare i controlli della Forestale o per pilotarli, avrebbero pagato mazzette ai pubblici funzionari infedeli. Nella misura cautelare ci sono i nomi di Rosario Abbate, Maurizio Monastero, Giovanni Cicala, Carmelo Francesco Cascino, Salvatore Testa, Tommaso D’India, Vincenzo e Francesco Lima. I reati sarebbero stati commessi tra Bagheria, Trabia, Casteldaccia, Altavlla Milicia e Ventimiglia di Sicilia.

Tutto parte, dunque, dalla conversazione del 10 aprile 2011, quando Rosario Azzarello spiega il meccanismo all’amico: “… al grosso gli dai la pastella più grossa, il piccolo fa finta che non sa niente… lo sanno tutti e due che hanno mangiato e non si infamano l’uno con l’altro”. E così che Azzarello ha potuto prelevare abusivamente del materiale inerte in campagna per la sua impresa edile senza doverlo comprare in una cava regolare. Poi, Giacomino fa riferimento ad un soggetto in particolare. Lo chiama il “baarioto”: “… perché quel cornuto di baarioto… minchia questo è pericoloso… cerca sempre di mangiare… ma sono sproporzionati questi che vengono ogni tanto da te… . “… troppo, troppo non hanno fondo, non hanno dignità – rincara la dose Azzarello – niente non hanno limite… e chi viene da te Pietro o Giovanni?”. I poliziotti li identificano in Pietro Rammacca e Giovanni Coffaro.

Le richieste dei forestali sarebbero state pressanti. “… che ti pare che dovrei lavorare per loro… mio fratello a Natale era incazzato e non gli ha dato niente”, dice Azzarello. Giacomino conosce bene, però, il rapporto costi-benefici. “… se tu fai calcoli… mi fai dire cinquecento euro l’anno, per loro, mille euro, ma deve essere proprio a fare il porco, ma non di più, o Dio, di queste mille euro quanto te ne fanno risparmiare volendo, volendo è così se poi ti fottono lo stesso è un altro discorso…”. Meglio pagare per stare tranquilli e non fare la fine di un imprenditore. Azzarello: “Tu lo sai che a Catalano gli devono fare levare tutto il rifiuto dalla strada?… i soldini doveva uscire hai capito?… prendeva venti mila euro…”. Se si paga si evitano guai e si ottiene il via libera per prelevare indisturbati il materiale che serve nei cantieri. “… io siccome volevo andare là alla Traversa (contrada Traversa a Ventimiglia di Sicilia ndr), ho detto se lui… lo capisci, passava non passava, se eri là nella zona… va…”, spiega Azzarello a Pietro Rammacca che risponde: “… ci puoi andare tanto noi siamo qua”. Lo informa, dunque, dei suo spostamenti.

Altro episodio è quello che riguarda Giovanni Cicala che ad Altavilla Miliciaavrebbe costruito una villetta abusiva. Si sarebbe messo d’accordo con Pietro Rammacca e Rosario Spataro, solo che ha ricevuto in cantiere la visita inaspettata di Pietro Riccobono e Giovanni Coffaro. Cicala: “Io ti posso dire che gli ho dato 2000 euro per voi. Hai capito Piè”. Ramacca: “… lascia perdere questo discorso, lui se lo è negato”. Poi rivolgendosi al collega Spataro aggiunge: “… minchia, per telefono mi fa per voi io a lui…”. Nel corso dell’inaspettato controllo uno degli operai, Carmelo Francesco Cascino, ha chiamato Ramacca perché l’agente Riccobono “dice che deve mettere i sigilli”. E così Rammacca contatta Riccobono. “Minchia, io vedi che con mi sono messo sempre a disposizione e tu lo sai… non è che io ti ho detto mai… ti ho detto mai no, ti dico sempre fai tu”. Riccobono: “Lo so pure io, mi sono messo sempre a disposizione con te e tu lo sai bene”. I due si rinfacciano le omissioni commesse in passato: “Minchia io mi sono inghiottito l’altra volta la piscina, quello che è venuto Camillo, mi sono inghiottito… pure io mi sono messo a disposizione con te e lo sai bene…”.

La situazione sembrava essersi risolta ed invece precipita poche ore dopo quando una pattuglia del distaccamento della Forestale notifica a Cicala una convocazione in ufficio per l’indomani. Cicala è furente. “… ora la bomba la faccio saltare io, Pietro (Rammacca ndr)… perché ora faccio nomi e cognomi”. Rammacca tranquillizza Cascino. Avrebbe parlato con i suo colleghi per sistemare i verbali: “… vedono di dargli una mano magari alcune cose le mettono o per meglio dire fanno i verbali dove si dice che che diciamo che è tutto finito”.

L’8 novembre Luigi Matranga e Gaspare Calò vanno a mettere i sigilli alla casa di Cicala. E in macchina si dicono convinti che ci sia del marcio sotto. Matranga. “Perché lui Rammacca ha chiamato Spataro ieri sera e gli avrà detto, minchia andiamoci a ridare di nuovo i soldi che questi ci denunciano”. Denuncia mai presentata. “Tutti sapevano che la casa di Ciacala era abusiva, avevano pure apposto i sigilli al cantiere, ma – scrive il Gip – i lavori sono stati regolarmente portati a termine”. La casa è stata completata.

Altro episodio riguarda un immobile costruito a Bagheria. Nel cantiere abusivo si fanno vivi Rammacca e Spataro. Cosa si sono detti lo spiega lo stesso Rammacca al collega: “Tieni qua, questi li dobbiamo dividere, però dice ‘dimmi che devo fare perché vedo che il tuo collega è incazzato con me’, gli ho detto ma fai a lui un regalo ‘ e dimmelo tu, gli do duecento euro? A chi devi fare ridere con duecento euro Aiello ma prendi cinquecento euro e glieli regali. Gli ho detto noi siamo per aiutare il povero anche perché noi gli ho detto con gli stipendi non possiamo campare più”.

Ad un certo punto Matranga parlando con Calò dimostra, secondo l’accusa, di avere intuito il gioco sporco dei colleghi. In particolare di Rammacca: “Io l’ho capito questo discorso da quando lui si prendeva a quello, suo compare, se lo portava in servizio, si prendeva la macchina… era per fare tutte queste cose qua. Lui si fermava sui posti con la macchina di servizio”. Poi il comandante del distaccamento di Bagheria del Corpo forestale della Regione concludeva: “… fino a quando non c’è qualcuno a cui gli gonfia la minchia e lo denuncia vero”. “Nonostante i proclami Matranga – si legge nell’ordinanza – non ha mai presentato una denuncia né ha mai segnalato i comportamenti dei suoi subordinati”. “

Gianluca Calì,da noi intervistato,ci ha dichiarato che solo dopo 5 anni di indagini, il procedimento arriva finalmente in udienza con la “sobria” richiesta del P.M. di assoluzione per non aver commesso il fatto! E qui, il Giudice, letti gli atti, ascoltato l’Avvocato Stefano Giordano che ha chiesto l’assoluzione perche il fatto non sussiste assolve tutti, ma solo nelle motivazioni della sentenza demolisce impietosamente tutto il fantasmagorico impianto accusatorio.

Ma ne nella sentenza ne in ciò che riporta Lo Verso,c’è traccia di chi e come “consigliassero” il Calì dal cedere dall’acquisto dell’immobile del Greco,tanto meno il perché…

A venirci incontro e far capire le coincidenze con il Caso Montante è un resoconto stenografico del 17 maggio 2016,riportante il numero 627,che ci rammenta il famoso Roberto Campesi;gli interroganti di tale rapporto sono:GIARRUSSOSANTANGELO,BERTOROTTA,CAPPELLETTI

MORONESELEZZIPUGLIADONNO – che Ai Ministri dell’interno e della difesa chiedono quanto segue:

 – Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:

in data 25 settembre 2013 veniva redatto dal comando dei Carabinieri della stazione di Villagrazia di Carini (Palermo) il verbale n. 463215920 a carico di Roberto Campesi quale conducente del veicolo BMW X5, targato DP947CJ, di proprietà della società Calicar Srl sita a Casteldaccia (Palermo) per aver circolato alla guida del veicolo sprovvisto di assicurazione RCA in via delle Ginestre a Carini; l’autoveicolo veniva messo in stato di fermo;

la Calicar Srl nella persona del legale rappresentante signor Gianluca Calì, ha presentato ricorso chiedendo l’annullamento del verbale perché, al momento dell’infrazione, l’auto risultava in perdita di possesso avvenuta dal 30 giugno 2013 con la causale di appropriazione indebita e ed era stata affidata alla custodia giudiziale del trasgressore Roberto Campesi;

considerato che:

in data 12 maggio 2014, la Prefettura di Palermo, attraverso il vice prefetto aggiunto dottor Chiarello, disponeva il dissequestro e la restituzione dell’autovettura all’avente diritto, Società Calicar Srl sita a via Pietro Nenni 37, Casteldaccia, nella persona dei legali rappresentanti Marco e Gianluca Calì, incaricando il comando stazione dei Carabinieri di Villagrazia di Carini alla notifica, ai signori Calì e Campesi, ed all’esecuzione del citato provvedimento;

risulta agli interroganti che non sia stata data esecuzione a quanto disposto dalla Prefettura di Palermo e quindi al dissequestro e alla restituzione dell’autovettura al proprietario;

il 10 novembre 2015, l’auto è stata distrutta da un incendio avvenuto ad Altavilla Milicia (Palermo) mentre era ancora in custodia giudiziale di Campesi;

il fatto è avvenuto all’indomani di un’intervista effettuata nella stessa località a Gianluca Calì dall’inviato Giulio Golia del programma televisivo “Le Iene”, in onda su Italia 1, in relazione al rifiuto del pagamento del “pizzo” alla criminalità organizzata locale e conseguente denuncia alle forze dell’ordine dell’attentato subito 4 anni prima a danno della sua concessionaria;

la trasmissione televisiva evidenziava l’arresto a Bagheria di 22 persone appartenenti alla criminalità organizzata denunciate da 36 imprenditori che hanno collaborato con le Forze dell’Ordine in quanto soggetti al pagamento illecito di denaro per svolgere la loro attività imprenditoriale;

il comando dei Carabinieri della stazione di Villagrazia di Carini avrebbe disposto la restituzione della citata autovettura al legittimo proprietario solo dopo l’avvenuto incendio;

considerato inoltre che, per quanto risulta, in data 6 ottobre 2015, la Società Calicar Srl, nella persona del legale rappresentante Gianluca Calì e per tramite dell’avvocato Stefano Giordano, ha effettuato al commissario straordinario del governo per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura e alla Prefettura di Palermo sollecito di istanza di accesso al fondo di solidarietà per le vittime di estorsione e usura;

considerato infine che:

un articolo de “il Fatto Quotidiano” del 28 giugno 2013 evidenzia che Gianluca Calì ha acquistato, nel corso di un’asta giudiziaria, un’abitazione di pregio, un tempo di proprietà del boss di Bagheria Michelangelo Aiello e di Michele Greco. Da quel momento, Calì ha ricevuto intimidazioni e minacce di morte da parte di sedicenti eredi e non ha potuto usufruire dell’acquisto, in quanto l’abitazione è stata coinvolta “in un vortice di sequestri disposti da alcuni ufficiali della Forestale poi finiti nel mirino della Procura”;

si apprende da notizie di stampa (“la Repubblica” del 26 novembre 1992, “il Fatto Quotidiano” del 1° maggio 2013) che Roberto Campesi sarebbe stato coinvolto in processi legati a gravi fatti eseguiti dalla criminalità organizzata del nostro Paese;

inoltre, il quotidiano “la Repubblica”, in data 11 maggio 2012, in un articolo dal titolo “Capaci, indagini sull’amico del caposcorta” riporta: “Cosa c’entri Campesi non è ancora chiaro, ma gli inquirenti di Caltanissetta, che da alcuni mesi hanno intrapreso nuove piste, sono arrivati al suo nome e stanno rileggendo in controluce quegli stranissimi legami con diversi poliziotti allora in servizio a Palermo ma anche con alcuni uomini dei servizi segreti, a cominciare da Bruno Contrada, con il quale Campesi intratteneva rapporti”,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti, nonché delle circostanze che li hanno generati;

se siano a conoscenza della circostanza che vede il custode giudiziario individuato per la custodia dell’autovettura coinvolto in importanti processi giudiziari legati a gravi fatti eseguiti dalla criminalità organizzata nel nostro Paese;

quali siano i motivi per cui sia stata data esecuzione alle procedure richieste dalla Prefettura soltanto dopo l’avvenuta azione d’incendio doloso nei confronti dell’automezzo di proprietà del signor Calì;

se non intendano disporre, nell’ambito delle proprie prerogative, un’azione ispettiva volta ad appurare le motivazioni che hanno portato il comando dei Carabinieri della stazione di Villagrazia di Carini a disattendere l’ordinanza del prefetto di Palermo e, qualora fossero riscontrate responsabilità, quali provvedimenti intendano adottare nei confronti di chi, colpevolmente, non avrebbe eseguito le disposizioni.

Ci sembra chiaro che nella vicenda di Gianluca Calì qualcosa non torna, gli intrecci e i giochi di potere messi in atto nei confronti, non sembrano essere timbrati da quattro agenti del Corpo forestale ma da un sistema molto bene organizzato con maglie che si intrecciano, ancora una volta,tra poteri occulti e antiStato.

 Chi è Gianluca Calì?

Ecco un breve incipit di Roberto Campesi

a cura di Maurizio Inturri

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