Per non dimenticare.Il primo processo sulle stragi del ’93

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Una prima cronostoria del primo processo per le stragi del ’93.Bombe,mafia e servizi segreti!

Nel primo processo del 12 novembre 1996 per le stragi del 1993,celebrato nell’aula bunker dell’ex carcere fiorentino di Santa Verdiana,presieduto da Armando Sechi e i p.m. Gabriele Chelazzi e Giuseppe Nicolosi, che hanno condotto l’inchiesta,iniziano a venire fuori i retroscena dei falliti attentati del 1994 a Roma,Firenze e Milano a carico di strutture e personaggi, come:il giornalista e conduttore televisivo Maurizio Costanzo,lo Stadio Olimpico e quell’attentato al “pentito” Totuccio Conturno.  

Nell’aula bunker saranno presenti 12 dei 28 imputati, tra i quali, Totò Riina, Leoluca Bagarella,Giovanni Brusca ed i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano,nonché una cinquantina di parti civili, tra le quali molti familiari delle vittime delle stragi.

Le indagini che diedero vita successivamente al processo,partirono da un cellulare che fu acceso a Firenze 24 ore prima della strage di via dei Georgofili, esattamente alle 1.04 del 26 maggio 1993 e che dalle analisi dei tabulati delle telefonate partite dal cellulare,ne ricondussero al titolare Gaspare Spatuzza, presunto killer palermitano.

Dai tabulati telefonici,si scoprì che Spatuzza aveva contattato in quei giorni un camionista siciliano, Pietro Carra, che risultò poi l’uomo che aveva trasportato le bombe in tutta Italia,e da qui – la DIA di Firenze – individuò i presunti esecutori e gli organizzatori della catena di stragi volute da Cosa Nostra sul continente.

La pista decisiva viene imboccata nel febbraio del 1994 dal centro operativo della Dia di Firenze che aveva appena saputo che i fratelli Graviano avevano trascorso l’estate del 1993 in Toscana, a Forte dei Marmi.

Inizia con l’udienza del 13 novembre 1996, precisamente con l’ascolto di un “collaboratore di giustizia” storico, Francesco Marino Mannoia,una commistione di testimonianze diverse e in contrasto tra di loro;durante la testimonianza,il Mannoia, interrogato per gli attentati del 1993,dichiarerà che per lui gli attentati erano un colpo di Stato da parte di Cosa nostra, mentre un altro “pentito”, Calogero Ganci, dichiarerà,al contrario,che la sua convenzione era che la mafia siciliana non avesse niente a che fare con le autobombe,lo stesso aggiunse di aver appreso solo durante la sua detenzione che le stragi erano state commesse dalla mafia siciliana.

Le diverse reazioni e valutazioni dei “collaboratori” di fronte alla nuova strategia che i magistrati imputano al vertice corleonese di Cosa Nostra, emergono dagli atti depositati per il processo.

Nel frattempo,durante il processo,emerge che nel settembre del 1993, l’Fbi trasmise al capo della polizia Vincenzo Parisi la sintesi di un colloquio investigativo avuto a New York con Mannoia, nel quale il “pentito” attribuì subito a Cosa Nostra le stragi e sostenendo la tesi che l’obiettivo della mafia sembrava diventato quello di “distruggere l’immagine dell’Italia”. Per il “collaboratore”, forse, era in corso in quei mesi “un tentativo di Cosa Nostra per rovesciare il governo italiano”.

Nel corso della seconda udienza del processo, i pubblici ministeri chiesero alla corte la divisione in due tronconi del procedimento, separando le posizioni dei principali imputati, Totò Riina, Leoluca Bagarella ed i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Ciò al fine di ridurre la durata del processo,ma il 14 novembre 1996: la corte d’Assise di Firenze respinge la richiesta, definendo “prematura” la richiesta dei pubblici ministeri di separare le posizioni dei principali imputati.

Il processo riprenderà il 25 novembre 1996 ed in questa sede il pubblico ministero Gabriele Chelazzi delineerà le caratteristiche del procedimento che impegnerà nei prossimi mesi la corte d’Assise fiorentina contro la cui responsabilità è da attribuire “ad un’organizzazione criminale, Cosa Nostra, che ha agito come un esercito”.

I P.M. inizieranno a ricostruire tutte le fasi iniziando da un fatto principale risalente al febbraio-marzo 1992, quando un quartetto di “uomini d’onore” siciliani, guidato dal latitante Matteo Messina Denaro, si trasferì a Roma per studiare le abitudini e gli spostamenti del giornalista Maurizio Costanzo e di altri possibili obiettivi di attentati,dimostrando come l’arrivò nella capitale dell’esplosivo destinato al presentatore,rimase poi per oltre un anno nello scantinato del palazzo di un trafficante di stupefacenti, Antonio Scarano, che diverrà,in seguito,un testimone-chiave per l’accusa.

Nella ricostruzione,viene fuori il primo tentativo di uccidere Maurizio Costanzo in via Fauro,il 13 maggio 1993, ma fallì per un problema di innesco.

Durante il processo,i p.m. chiederanno alla corte di ascoltare, centinaia di testi: investigatori, autori dei soccorsi, persone rimaste coinvolte, testimoni oculari, consulenti tecnici e decine di “collaboratori di giustizia”, tra i quali un’importanza particolare riveste Pietro Carra, il camionista che trasportò l’esplosivo per i vari attentati,fino ad arrivare allo scenario dell’episodio dell’ottobre 1992, quando alcuni mafiosi lasciarono un proiettile di artiglieria nel giardino di Boboli per lanciare una prima minaccia allo Stato, seguita, nello stesso periodo, dalle parole che Antonino Gioè disse ad un collaboratore dei carabinieri:

Che ne dite se un giorno vi alzate e non trovate più la Torre di Pisa?

a cura di Maurizio Inturri

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