Grande Aracri.Usura e omertà in Veneto

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Maurizio Inturri
Si occupa di mafia e criminalità organizzata. Ha collaboratorato con diverse testate giornaliste online e cartacee. Il suo percorso inizia nel lontano 2015 con ReteRegione, poi collabora con LaSpia, Diario1984, L'Attualità, Cisiamo e infine IlFormat. Nel gennaio 2020 si iscrive al sindacato WorKPress e gli viene attribuito il tesserino internazione di giornalista e reporter come da normativa europea e internazionale. Ha partecipato a diverse conferenze sul tema mafia e criminalità organizzata. Autore dei libri Cogito ergo sum..ma non troppo (2015) e L'Antistato vol.I° (2019)

Il proseguo di un giro d’affari con usura iniziato a marzo.

I nuovi sviluppi,dall’operazione che a marzo aveva portato all’arresto di 33 persone per un ampio giro di usura ed estorsioni,in varie province del Veneto, con fulcro a Padova,qualche settimana fa ha portato nuovi risultati.

Se non fosse stato per la diffusa omertà, i risultati sarebbero arrivati subito!

Il 16 ottobre,i carabinieri del Nucleo investigativo di Padova e i finanzieri di Mirano,oltre ad eseguire una custodia cautelare in carcere nei confronti di Antonio Genesio Mangone, appartenente alla cosca Grande Aracri e accusato del reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso,hanno eseguito 21 perquisizioni nelle province di: Venezia, Padova, Treviso, Vicenza e Rovigo.
Undici delle perquisizioni sono state a carico delle vittime che per paura e omertà non hanno collaborato.

Si aggiungono alla prima operazione altri 4 indagati,fra cui:un notaio padovano, un imprenditore già arrestato a marzo e due “collaboratori” di Mangone, un vicentino e un trevigiano.

Antonio Genesio Mangone,secondo gli inquirenti,avrebbe agito «con violenza, minaccia e avvalendosi della condizione di intimidazione derivante dalla sua appartenenza alla ‘ndrangheta».

Per gli inquirenti,sarebbe il punto di riferimento della cosca Grande Aracri di Cutro.

Nicolino Grande Aracri

Le indagini, dirette dalla procura antimafia di Venezia, hanno accertato che le vittime sono state costrette con la forza a restituire soldi ricevuti in prestito a tassi di interesse esorbitanti.

Il giudice,che ne ha disposto il trasferimento in carcere,ha contestato a Mangone tre episodi,tra cui:il primo,ai danni di un imprenditore veneziano, M.B.(già indagato nella precedente indagine),che sarebbe stato costretto a firmare (con la complicità del notaio padovano indagato) un atto in cui dichiarava di aver ricevuto da Mangone il denaro per avergli ceduto un immobile;il secondo episodio vede come vittima un altro imprenditore veneziano, L.L., al quale erano stati prestati dei soldi con tassi usurari del 20 per cento mensili e il terzo riguarda il caso di un imprenditore costretto a dichiarare di aver ricevuto due assegni (mai ottenuti) per un appalto.

Per gli investigatori non è stato facile scoprire il giro d’affari losco a causa della scarsa collaborazione da parte degli imprenditori coinvolti.

Il procuratore Bruno Cherchi lancia un forte allarme di preoccupazione considerata l’omertà che favoreggia la criminalità organizzata.

Nella dichiarazione rilasciata,il procuratore,ha aggiunto:

«C’è la necessità di una partecipazione di chi subisce,invece dobbiamo purtroppo riscontrare che almeno in questo caso non c’è stata»;aggiungendo:«il radicamento della criminalità organizzata è ormai stabile,in questo caso tra Padova e Venezia.

Il monito agli imprenditori veneti del procuratore Bruno Cherchi:

《Il mondo imprenditoriale deve fare una riflessione e stimolare gli imprenditori ad avere fiducia nell’attività delle forze di polizia. È un dato di allarme il fatto di essere stati costretti a fare perquisizioni nei confronti delle parti offese per acquisire i documenti di prova》.

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