Piersanti Mattarella.Stamane nessuno ha avuto il coraggio di puntare il dito

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Maurizio Inturri
Si occupa di mafia e criminalità organizzata. Ha collaboratorato con diverse testate giornaliste online e cartacee. Il suo percorso inizia nel lontano 2015 con ReteRegione, poi collabora con LaSpia, Diario1984, L'Attualità, Cisiamo e infine IlFormat. Nel gennaio 2020 si iscrive al sindacato WorKPress e gli viene attribuito il tesserino internazione di giornalista e reporter come da normativa europea e internazionale. Ha partecipato a diverse conferenze sul tema mafia e criminalità organizzata. Autore dei libri Cogito ergo sum..ma non troppo (2015) e L'Antistato vol.I° (2019)

Stamane la commemorazione celebrativa dell’assassinio di Piersanti Mattarella, Presidente dell’Assemblea Siciliana, barbaramente ucciso non dalla sola mafia ma da ombre oscure che il Giudice Falcone lasciò in alcuni verbali.

Ci sono voluti 40 anni, anzi no 39 e mezzo, per leggere la verità sulla sua uccisione e sulla pista che seguiva Falcone che con coraggio durante la sua audizione alla Commissione Antimafia sosteneva:

«È un’indagine estremamente complessa perché si tratta di capire se, e in quale misura, la “pista nera” sia alternativa a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa».

Indiziati allora per tale omicidio i due terroristi neri Fioravanti e Cavallini.

Oggi è mancato quel coraggio che si attende da oltre 40 anni, quel coraggio di puntare il dito verso quelle convergenze che solo Giovanni Falcone seppe fare:

«convergenza d’interessi tra estremismo nero e Cosa nostra, convergenza che significherebbe altre saldature, e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani».

In corte d’assise Fioravanti e Cavallini furono assolti su richiesta della stessa Procura, perché gli elementi raccolti furono giudicati insufficienti, e i verdetti di non colpevolezza furono confermati fino in Cassazione.

Più tardi nuove perizie effettuate dalla Procura di Palermo, che ha riaperto il caso relativo al delitto Mattarella, hanno infatti stabilito che le armi che uccisero il politico siciliano e il giudice Mario Amato sono dello stesso tipo, Colt Cobra calibro 38 Special e per l’omicidio Amato avvenuto a Roma a pochi mesi di distanza, proprio Gilberto Cavallini è stato condannato in qualità di killer.

Oggi si è pensato solo alla “classica commemorazione” e al deposito di corone di fiori, nessuna promessa di ricerca della verità, e così: i familiari, tra cui figli e nipoti di Mattarella, si sono dovuti accontentare delle parole del ministro del Mezzogiorno, Giuseppe Provenzano, che davanti alle massime cariche istituzionali siciliane: il governatore Nello Musumeci, il presidente dell’Assemblea siciliana Gianfranco Miccichè, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e numerose autorità civili e militari, ha detto:

La mafia che ha voluto uccidere Piersanti Mattarella non ha vinto, eppure non ha nemmeno perso perché quella riforma profonda delle istituzioni che Mattarella voleva realizzare in Sicilia, e di cui c’è bisogno in tutto il Paese, è un lavoro che ancora deve essere portato a compimento: le ragioni per cui è stato ucciso sono ancora attuali“.

Il ministro Provenzano non ha neanche dato un’occhiata ai verbali dell’audizione del Giudice Giovanni Falcone e alla scritta sulla targa posta nel Parco “Vittima di Potere Criminale Mafioso” e non “Vittima di Cosa Nostra”.

Parco Piersanti Mattarella
Parco Piersanti Mattarella

Non ha fatto di meglio il segretario del PD Nicola Zingaretti che su facebook, come riporta l’ANSA, ha postato quanto segue:

Il 6 gennaio di 40 anni fa la mafia uccideva il presidente della regione siciliana, Piersanti Mattarella. Per non dimenticare chi ha vissuto e lottato per un’Italia senza mafie, per un’Italia più libera. Per sempre grazie!“.

Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, sta seguendo la seduta solenne a Palazzo Reale a fianco di Maria e Bernardo, figli del fratello Piersanti, assassinato dalla mafia 40 anni fa quando era presidente della Regione siciliana. La seduta è stata aperta dal presidente dell’Assemblea siciliana, Gianfranco Miccichè, dopo l’inno nazionale. (ANSA)

Solo uno dei pochi giornalisti che non mollano ha scritto:

l’inchiesta è riaperta e secondo le anticipazioni ci sarebbero anche elementi potenzialmente nuovi sulle armi che furono utilizzate. Con ipotesi che si riscontrano anche in verbali di Giovanni Falcone, in particolare quella che prende in esame una possibile «pista nera»”.

Ci vuole coraggio a dire la verità apertamente e senza indugio!

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