25 Settembre 2020
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    Vito Ciancimino e la DC

    Era il 20 novembre 2002 e su La Repubblica,su un articolo a firma di Attilio Bolzoni,si leggeva quanto segue:

    Fino a poco tempo prima era a capo di un partito cosca trasversale che ricattava e succhiava soldi. Da trent’ anni Vito Ciancimino «era nelle mani dei Corleonesi», Tommaso Buscetta lo raccontò al giudice Falcone e il giudice Falcone trovò le prove per incastrarlo.

    «Se parlo io cadranno pezzi d’ Italia», andava ripetendo lui di tanto in tanto. Ma non parlò mai. Mandava messaggi però, trattava malamente con reparti speciali dell’ Arma, si adoperò in qualche modo per la cattura di Totò Riina.

    Fu sempre lui – così almeno rivelò il pentito Brusca – a ricevere quel famoso “papello”, le richieste che i boss di Cosa Nostra avanzavano a qualcuno per farla finita con le stragi e firmare la pace con lo Stato.

    Da ragazzino faceva il garzone nel “salone da barba” di suo padre Giovannino, che aveva la bottega proprio sulla piazza di Corleone tra il caffè Alaimo e l’ ospedale dei Bianchi. Poi «calò» su Palermo, proprio come fecero quegli altri corleonesi che la conquistarono prima con le lupare e poi con le bombe.

    Cominciò con la politica insieme a quei due, Salvo Lima e Giovanni Gioia, che poi divennero i “giovani leoni” della Dc siciliana. Cominciò subito anche con gli appalti.

    Il primo – “trasporto di vagoni ferroviari a domicilio attraverso carrelli” – lo prese grazie alla segnalazione dell’ allora sottosegretario Bernardo Mattarella che garantì per lui.

    Il vecchio Bernardo attestò perfino – lettera alla Questura e alle Ferrovie del 12 giugno 1950 – che Vito Ciancimino “è laureato in ingegneria” e – lettera del 12 ottobre 1950 – che “è in condizione finanziarie per acquistare due trattori~».

    Non era laureato e non aveva un lira, ma un socio in odore di mafia che ci metteva i soldi. Ancora povero ma già in carriera politica. Nel ’53 è eletto nel comitato provinciale della Dc, nel ’54 è commissario comunale, nel ’56 è assessore alle Borgate e Aziende, nel ’58 è assessore ai Lavori Pubblici con Salvo Lima sindaco. E’ in quella stagione che il cemento sfigura Palermo, la città volta le spalle al mare, il tritolo devasta le ville liberty per far posto ai palazzi dei costruttori mafiosi. E’ il grande “sacco”.

    Nei cinque anni di don Vito ai Lavori Pubblici su 4 mila licenze edilizie rilasciate ben 2500 erano intestate a tre pensionati (Salvatore Milazzo, Michele Caggeggi e Lorenzo Ferrante) sconosciuti. Comincia ad arricchire, organizza una sua corrente, diventa capogruppo della Dc al Comune.

    Di questo corleonese sbarcato a Palermo se ne accorse il generale Dalla Chiesa che lo citò in un dossier, se ne accorsero quelli del Pci e soprattutto i giornalisti dell’ Ora che gli dedicarono un titolo a nove colonne: “Quest’ uomo è pericoloso”. Sindaco di Palermo lo è stato per pochi giorni, burattinaio per almeno tre decenni. “Via Sciuti è d’ accordo?”, chiedevano tutti quelli che in Comune facevano affari riferendosi all’ indirizzo del suo attico.

    In molti avevano rapporti con Cosa Nostra, con tutta Cosa Nostra: Vito Ciancimino solo con i Corleonesi.

    Quando a metà degli Anni Settanta arrivarono i primi scandali lui querelò tutti, anche il capo della polizia Vicari. La Democrazia cristiana iniziò piano piano a prendere timidamente le distanze, ma Salvo Lima dopo un periodo di gelo tornò a patti con don Vito. Fu solo al congresso della Dc del 1983 ad Agrigento – quando De Mita impose il “rinnovamento” – che lo mollarono tutti. Neanche Lima volle più i suoi voti dopo le prime stragi di mafia. Fu l’ inizio della fine di don Vito nella politica. Ma non fu così negli affari. Piazzò tutti i suoi uomini – che erano dc ma anche socialdemocratici e repubblicani – ovunque. All’ Urbanistica ci mise un assessore cieco, architetti e ingegneri gli presentavano progetti miliardari in braille.

    All’ Ucciardone finì qualche mese dopo lo sbarco di Buscetta in Italia. E poi al confino. E poi ancora in carcere per appalti. E di nuovo al confino. Primo uomo politico condannato per mafia. Tredici anni. Ma lui si è preso alla fine la sua rivincita. Gli hanno sequestrato qualche milione di euro, solo briciole del suo patrimonio. Dal 1993 don Vito risulta “nullatenente”.

    Fonte Repubblica

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    Maurizio Inturrihttps://amattanza.it
    Si occupa di mafia e criminalità organizzata. Ha collaboratorato con diverse testate giornaliste online e cartacee. Il suo percorso inizia nel lontano 2015 con ReteRegione, poi collabora con LaSpia, Diario1984, L'Attualità, Cisiamo e infine IlFormat. Nel gennaio 2020 si iscrive al sindacato WorKPress e gli viene attribuito il tesserino internazione di giornalista e reporter come da normativa europea e internazionale. Ha partecipato a diverse conferenze sul tema mafia e criminalità organizzata. Autore dei libri Cogito ergo sum..ma non troppo (2015) e L'Antistato vol.I° (2019)

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