Borrometi e quelle interminabili ipotesi

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Maurizio Inturri
Si occupa di mafia e criminalità organizzata. Ha collaboratorato con diverse testate giornaliste online e cartacee. Il suo percorso inizia nel lontano 2015 con ReteRegione, poi collabora con LaSpia, Diario1984, L'Attualità, Cisiamo e infine IlFormat. Nel gennaio 2020 si iscrive al sindacato WorKPress e gli viene attribuito il tesserino internazione di giornalista e reporter come da normativa europea e internazionale. Ha partecipato a diverse conferenze sul tema mafia e criminalità organizzata. Autore dei libri Cogito ergo sum..ma non troppo (2015) e L'Antistato vol.I° (2019)

Riportiamo una sintesi dell’articolo pubblicato stamane su Il Format che rilancia la gravità delle dichiarazioni del procuratore Petralia e quei silenzi che giornalisti antimafia come Paolo Borrometi, che dovrebbe toccare in primis, contrariamente tace.

Ecco uno stralcio dell’articolo:

Il caso Paolo Borrometi è uno di questi

Tace quando si tratta di forze occulte o personaggi del calibro di Montante, Saguto, La Barbera e magistrati che hanno buttato fango sul nome di “Paolo Borsellino”, questo sarebbe il “giornalismo coraggioso ed etico?“.

Quindi in Sicilia non esiste giornalista che faccia vera inchiesta o scrive nomi e cognomi di boss tanto da far scendere Politici e Antimafia vario genere?

Eppure in diverse inchieste abbiamo smontano i racconti del giornalista Borrometi (approfondimenti qui, qui, quiquiqui e qui) e la ciliegina sulla torta, oltre ai rapporti con l’amico di Montante, Crocetta e Beppe Lumia, lo mettono per iscritto ben diversi senatori che solo con ipotesi chiedono un intervento del ministro dell’Interno per l’assegnazione della scorta a Borrometi.

Ipotesi? Se con le ipotesi si finisse in tribunale saremmo tutti colpevoli o tutti innocenti, eppure…. Nella XVII Legislatura, in data 25 giugno 2015, con l’Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-04191, i seguenti Parlamentari: Giarrusso, Bertorotta, Mangili, Martelli, Marton, Montevecchi, Moronese, Morra, Nugnes, Paglini, Santangelo e Serra chiedevano al Ministro dell’Interno quanto segue:

Premesso che:

il dottor Paolo Borrometi è un giornalista che da tempo realizza importanti inchieste contro la mafia ed il malaffare, esercita la professione presso l’Agi (Agenzia giornalistica Italia) ed è direttore della testata on line “LaSpia”;

relativamente ad un recente articolo incentrato sulla dilagante presenza mafiosa nel mercato ortofrutticolo di Vittoria (Ragusa), uno dei più importanti del Sud Italia, Borrometi è stato oggetto di minacce ed ingiurie, proferite da soggetti legati alla criminalità organizzata, sia per iscritto che pubblicamente mediante il ricorso ai social network;

tali minacce, invero, non sono che l’ennesimo episodio di intimidazioni provenienti da realtà criminali siciliane e calabresi, ovvero da altri soggetti già coinvolti in indagini e processi per associazione mafiosa;

a ciò devono, inoltre, aggiungersi: un brutale e violentissimo pestaggio, subito da parte di 2 uomini incappucciati (tuttora ignoti), nell’anno 2014, che peraltro gli ha causato delle lesioni permanenti; un successivo tentativo di speronamento con l’autovettura, tale da indurlo fuori strada, nonché un gravissimo attentato incendiario, attraverso il quale ignoti hanno cercato di appiccare il fuoco alla sua abitazione, nottetempo e con il dottor Borrometi all’interno. Si tratta di un appartamento sito in pieno centro abitato ed ubicato al settimo piano; l’eventuale divampare dell’incendio all’interno del palazzo avrebbe, con ogni probabilità, comportato conseguenze estremamente nefaste;

considerato che:

Paolo Borrometi è autore, tra l’altro, di importanti inchieste giornalistiche, come quella relativa all’omicidio di Michele Brandimarte (boss della famiglia Piromalli-Molè), avvenuto pochi mesi addietro sempre nella città di Vittoria, in pieno centro ed in presenza di un cospicuo numero di cittadini. Attraverso la sua opera di indagine, il dottor Borrometi ha scoperto non solo che Brandimarte si era più volte recato nella cittadina, ma anche con chi si era incontrato ed i motivi alla base degli incontri;

anche a seguito di tale inchiesta Borrometi ha subito pressioni e minacce da parte di importanti membri delle famiglie calabresi dei Piromalli-Molè;

a lui si deve, ancora, l’inchiesta giornalistica con cui è stata resa nota la connessione tra l’amministrazione della città di Scicli (Ragusa) ed alcune cosche mafiose, la qual cosa ha determinato le dimissioni del sindaco e il probabile scioglimento per mafia del Comune stesso;

in seguito ad alcuni importanti articoli sull’affare Italgas, Borrometi è stato, altresì, oggetto di minacce da parte di soggetti ritenuti dagli inquirenti vicini alle cosche di Belmonte Mezzagno (Palermo) ed al boss Benedetto Spera (fedelissimo di Totò Riina e di Bernardo Provenzano);

a parere degli interroganti probabilmente il torto di Paolo Borrometi è quello di lavorare in una provincia come quella di Ragusa, dove fiancheggiatori della mafia continuano, ostinatamente, a negare ogni evidenza sulla recrudescenza del fenomeno mafioso, nonché a perpetrare minacce ed ingiurie nei confronti del giornalista. Tali azioni intimidatorie, peraltro, sono direttamente provenienti da soggetti vicini e visibilmente riconducibili al capo della mafia di Vittoria; soggetti che, evidentemente, non temono di apparire pubblicamente, ed anzi manifestano una pericolosissima tracotanza ed aggressività;

per tutte le ragioni esposte, il procuratore della Repubblica di Ragusa, cui sono state recapitate le denunce del giornalista, ha richiesto più volte il rafforzamento e l’innalzamento delle misure di sicurezza per il dottor Borrometi; tuttavia tali richieste sono inspiegabilmente cadute nel vuoto e, addirittura, a quanto risulta agli interroganti, pare che esse non siano nemmeno state portate all’attenzione degli organi competenti alla loro valutazione;

infine a giudizio degli interroganti tale circostanza potrebbe essere suscettibile di essere interpretata non già come un segnale di grave e colpevole sottovalutazione del pericolo, ma quale l’ancor più grave indice di una possibile compromissione con il contesto mafioso di alcuni dei principali, e più importanti, apparati della sicurezza della provincia di Ragusa,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non intenda attivare procedure ispettive al fine di valutare con la massima urgenza l’innalzamento degli strumenti a protezione del giornalista Paolo Borrometi, nonché lo svolgimento di un’immediata ed esaustiva indagine interna volta ad accertare l’eventuale grado, ovvero il livello di compromissione degli apparati della sicurezza, che si sono sino ad ora adoperati, a parere degli interroganti, consapevolmente (omettendo di trasmettere agli organi competenti le richieste del procuratore della Repubblica di Ragusa) per impedire non solo che il giornalista Paolo Borrometi venga dotato di un efficace livello di sicurezza, ma addirittura per privarlo del tutto di tale protezione.

Il Ministro dell’Interno rispondendo a questa interrogazione scritta, scrive:

Risposta. – Si assicura che il tema della sicurezza del giornalista Paolo Borrometi è da tempo all’attenzione di questa amministrazione. In particolare, la Prefettura di Ragusa non ha mai mancato di intervenire tempestivamente in relazione a fatti sintomatici di possibili minacce alla sua persona, assicurando sempre adeguate forme di protezione e vigilanza, via via proporzionate all’entità dei rischi percepiti.

La Prefettura ha iniziato ad interessarsi del profilo di rischio del signor Borrometi già dall’ottobre 2013, quando la sua autovettura è stata danneggiata e imbrattata con scritte intimidatorie per ben 2 volte nel giro di pochi giorni. In quella circostanza, dopo approfondito esame in sede di riunione tecnica di coordinamento interforze, è stata disposta la misura della vigilanza generica radiocollegata, con frequenti passaggi e soste, all’abitazione e alla sede di lavoro del giornalista.

Il 16 aprile 2014 si è verificata l’aggressione (alla quale si fa riferimento) nel corso della quale due uomini incappucciati hanno picchiato il signor Borrometi, provocandogli un trauma distorsivo alla spalla destra. All’epoca, la stessa vittima ha dichiarato che l’episodio potesse essere collegato al suo impegno giornalistico, in particolare riferibile ad alcuni suoi articoli (pubblicati sul sito del giornale on line “LaSpia”) relativi all’omicidio di Ivano Inglese, avvenuto a Vittoria il 29 settembre 2012.

Di conseguenza, le indagini sull’aggressione sono confluite in quelle relative a tale omicidio coordinate dalla competente autorità giudiziaria, ma allo stato non risultano emersi elementi che comprovino l’ipotesi formulata dal signor Borrometi.

In ogni caso, il prefetto di Ragusa, sentite le 3 forze territoriali di polizia in sede di riunione tecnica di coordinamento, ha giudicato utile disporre per il signor Borrometi un rafforzamento del dispositivo di protezione in atto, mediante la misura della vigilanza dinamica dedicata, con preventiva bonifica dei luoghi frequentati. Tale dispositivo di protezione è stato ulteriormente sensibilizzato in seguito a 2 successive denunce del signor Borrometi; la prima riguardante un presunto accesso abusivo al sito on line del suo giornale, l’altra, risalente al luglio 2014, relativa ad una scritta intimidatoria trovata nell’androne del suo palazzo.

La sequela degli episodi di intimidazione è proseguita anche nel mese successivo

Il 17 agosto, infatti, il giornalista è stato speronato mentre percorreva, a bordo della sua auto, la strada che collega i comuni di Scicli e Modica; qualche giorno dopo (il 25 agosto) degli ignoti hanno dato fuoco allo zerbino posto all’ingresso della sua abitazione.

Il giorno seguente il Prefetto ha disposto, in via d’urgenza, la trasformazione della vigilanza dinamica dedicata nella tutela “su auto non protetta” riconducibile al IV livello di rischio di cui al decreto ministeriale 28 maggio 2003; misura poi confermata anche dall’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale. Successivamente, il dispositivo di protezione è stato più volte sensibilizzato e rafforzato.

In particolare, a seguito di una nota del procuratore della Repubblica del 3 novembre 2014 (con la quale si informava in merito ad un procedimento penale per minacce rivolte a Paolo Borrometi da Vito Cavallotti, indagato assieme ai fratelli per reati nel settore della metanizzazione) è stata disposta un’integrazione del dispositivo di protezione in atto con un servizio di vigilanza generica radiocollegata alla sua abitazione allo studio del padre e presso altra abitazione della famiglia.

Un ulteriore rafforzamento del dispositivo è stato poi disposto nel corso della riunione tecnica di coordinamento interforze dell’11 dicembre, a causa di alcune comunicazioni anonime, dal carattere intimidatorio postate sul sito della testata “LaSpia”.

Nel gennaio 2015 il dottor Borrometi si è trasferito stabilmente a Roma, ove ha presentato denunce e querele per minacce a lui rivolte (per lo più sulla pagina “Facebook” de “LaSpia”) da svariati pregiudicati, o loro familiari, citati in alcuni suoi articoli su inchieste riguardanti, tra l’altro, l’omicidio Brandimarte e l’affare Italgas.

Sulla base delle valutazioni svolte circa la situazione di esposizione a rischio del signor Borrometi, il prefetto di Roma ha attivato in suo favore un calibrato dispositivo tutorio. L’attualità di tale dispositivo è stata rivalutata nel contesto delle periodiche verifiche dei livelli di rischio, cui sono soggette le persone beneficiarie di dispositivo di protezione.

In particolare, alla luce di alcuni episodi minatori di cui il giornalista è rimasto vittima nel mese di settembre 2015, il prefetto di Roma, su conforme parere espresso nell’ambito di una seduta di coordinamento delle forze di polizia, ha ritenuto opportuno proporre un rafforzamento del dispositivo tutorio. La misura proposta è stata condivisa dal Dipartimento della pubblica sicurezza ed è oggi pienamente esecutiva.

Da quanto riferito appare chiaro come il Ministero non abbia mai sottovalutato le minacce rivolte al signor Borrometi. Le Prefetture interessate hanno messo in atto quanto di propria competenza per tutelare al massimo la sua persona, agendo in completa sinergia con gli altri organi istituzionali, mediante una costante interlocuzione sulle iniziative da assumere.

Il Viceministro per l’interno
BUBBICO

(17 dicembre 2015)

Se leggete bene le frasi sottolineate, si evidenzia come già prima della interrogazione scritta il giornalista Borrometi era all’evidenza della Politica anche se nessun colpevole è stato mai identificato sia per l’aggressione subita che per altri fatti; le uniche minacce, via social, le conosciamo già tutti ma con la “mafia” cosa c’azzeccano? Soprattutto perché 2015 doveva occuparsi della sua vicenda il Prefetto di Roma se come già chiarito e sappiamo sul pomodoro di Pachino e il consorzio ortofrutticolo ne ha parlato nel 2017?

Come mai di quelle “inchieste” di cui Borrometi si è solo appropriato, il Parlamento non ha seguito lo stesso protocollo per chi le ha fatte veramente? Come mai queste differenze di “diritti e doveri” e come mai il presidente della Commissione Antimafia ARS, Claudio Fava, esita a vederci chiaro?

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