Editoriale IL NORD ITALIA E IL SISTEMA MAFIOSO

IL NORD ITALIA E IL SISTEMA MAFIOSO

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Senza il nord Italia la mafia non esisterebbe come la conosciamo oggi e sarebbe ancora confinata a coppola, lupara, pizzo, appalti truccati, sequestri ed estorsioni. Grazie al nord, invece, si è evoluta in un sistema efficiente di investimenti immobiliari, aziende, edilizia, trasporti su gomma, gioco d’azzardo, ristoranti, bar e smaltimento illegale dei rifiuti

Mafia al nord

E non parliamo di una storia iniziata in tempi recenti. Uno dei primi a capire le potenzialità della “capitale economica” italiana già alla fine degli anni ’50 fu un certo Giuseppe Doto, meglio conosciuto come Joe Adonis, che a Milano si atteggiava a gran signore e gestiva una fitta ed efficiente rete fatta di estorsioni, traffico di oggetti preziosi, Night Club e, già che c’era, anche qualche rapina qua e là. E sempre nel capoluogo lombardo, nel 1970, in via Generale Govone 27 si tenne un importante vertice tra i più grossi nomi della mafia di allora, alcuni persino latitanti rientrati apposta dagli USA per partecipare al summit criminale. Parliamo di gente come Tommaso Buscetta (che poi si sarebbe pentito e, con le sue dichiarazioni, avrebbe permesso a Giovanni Falcone di decifrare il sistema mafia), Gaetano Badalamenti, Gerlando Alberti, Salvatore Greco, Giuseppe Calderone e, ovviamente, il capo dei capi, Totò Riina. Nomi importanti nella storia criminale, che ci fanno capire come, già alla fine degli anni ’60, il nord Italia fosse considerato la nuova frontiera dell’espansione mafiosa.

A dirla tutta, al trasferimento un po’ i mafiosi ci furono costretti. A causa della legge del 1956 che prevedeva il confino per i criminali, i mafiosi furono sottoposti a una sorta di soggiorno obbligato nel nord Italia, con la convinzione, che si rivelò poi disastrosa, che l’allontanamento dai loro territori originari ne avrebbe reciso le attività criminali. Ma in seguito fu una scelta anche strategica, poiché bisognava investire e ripulire il fiume di denaro ricavato dalle estorsioni e, soprattutto, dai sequestri di persona degli anni ’70 e ’80, sui quali in particolare la ‘ndrangheta aveva ormai costruito la sua fortuna. E il miglior modo di ripulire tutto quel denaro, allora come oggi, era quello di investirlo in attività legali finanziandole con mezzi illegali. Alberghi, palazzi, aziende, ristoranti, bar, tutto andava bene nella misura in cui permettesse di costruire un’efficace sistema di scatole cinesi in cui far sparire l’origine illecita di quella montagna di denaro.

Nomi grossi, dicevamo. Come quello di Angelo “Il Tebano” Epaminonda, che negli anni ’70 e ’80, dopo una gavetta come braccio destro di Francis Turatello, divenne a sua volta boss di Milano scatenando una vera guerra di mafia contro il suo ex mentore. Il Tebano venne poi arrestato due volte. La prima nel 1980 per sequestro di persona, quando venne assolto per insufficienza di prove, e la seconda nel 1984, quando invece in galera ci rimase con l’accusa di aver fatto uccidere lo stesso Turatello. Diventato infine collaboratore di giustizia, con le sue dichiarazioni Epaminonda permise, tra l’altro, di scoperchiare dieci anni di sistema mafioso lombardo.

Erano anche gli anni delle operazioni “San Valentino” (collegata, tra l’altro, alla più nota operazione “Pizza Connection”) e “San Martino”, passando per la Duomo Connection del 1990, che in un certo modo inaugurò una fase di riscossa delle istituzioni, fino alle recenti (anni duemila) operazioni “Atto finale”, “Oversize”, “Soprano”, “Mala Avis” e “Ferro Equi”, che hanno confermato, come se ce ne fosse ancora bisogno, che la presenza della mafia a Milano è un problema grave e profondo.

Nel nord Italia si potevano anche trovare nomi come Gaetano e Antonino Fidanzati, Ugo Martello, Vittorio Mangano, Salvatore “Robertino” Enea, Alfredo Bono, tutta gente che vedeva lontano, aveva capito che il futuro della mafia era a Milano, e si muoveva in una società che si ostinava ancora a negare l’esistenza della mafia a nord. Come a dire, La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste.

Maroni, Pellitteri e Feltri, uniti nella negazione

Quelli erano gli anni, precisamente il 1989, in cui uno come Paolo Pillitteri, cognato di Bettino Craxi e sindaco di Milano, se ne andava in giro dicendo cose come “Nella nostra città una Piovra, sì una grande criminalità mafiosa, non esiste. Il bello della Piovra è proprio che si tratta di una favola, soltanto di una favola“. E Pillitteri non fu l’unico.

Nel novembre del 2010, ospite della trasmissione “Vieni via con me”, Roberto Saviano fece un lungo monologo in cui, semplicemente citando articoli, inchieste e documenti (quindi senza inventarsi nulla) parlò delle infiltrazioni della mafia italiana nei territori del nord Italia. Apriti cielo, ci fu l’immediata reazione di Roberto Maroni, allora Ministro dell’interno, che negando l’evidenza dichiarò “Come ministro e ancora di più come leghista mi sento offeso e indignato dalle parole infamanti di Roberto Saviano, animate da un evidente pregiudizio contro la Lega “. Attenzione, contro la Lega, diceva lui, non contro la mafia.

Maroni, è bene ricordarlo, partecipò alla fondazione della Lega Nord nel 1989, nella quale ricoprì poi il ruolo di Coordinatore della Segreteria politica federale dal 2002 al 2012, diventando anche il secondo Presidente del Parlamento del Nord dal 2007 al 2011 e persino, nello stesso anno, Presidente della Commissione Cittadinanza, Immigrazione e Sicurezza. Uno, quindi, che aveva tutto l’interesse a tenere il discorso mafia lontano dal settentrione, anche contro ogni evidenza. Eppure già nel 1990 lo storico leader leghista Umberto Bossi aveva profetizzato “Basterebbero sei mesi, al massimo un anno di governo della Lega lombarda per far sparire anche l’odore della mafia da Milano“. Beata ingenuità.

Chissà che faccia avrebbe fatto Maroni se avesse potuto immaginare che, in capo a due anni dalla sua piccata reazione alle parole di Saviano, sarebbe poi scoppiato lo scandalo Belsito (dal cognome dell’ex tesoriere della Lega), che tra le altre cose portò alla luce un ventennale sistema di tentativi di avvicinamento tra la ‘ndrangheta e il Carroccio. Tra l’altro, le inchieste calabresi all’epoca svelarono anche un decennale rapporto tra Francesco Belsito e, nientemeno, Romolo “L’Ammiraglio” Girardelli, ex militante di estrema destra considerato uno dei colletti bianchi della potente cosca De Stefano.

Ma Roberto Maroni già allora era in buona, si fa per dire, compagnia anche nel mondo del giornalismo. Il 21 luglio del 2012 Vittorio Feltri, che a quanto pare con il sud Italia ha perennemente un conto in sospeso che solo lui conosce, se ne uscì con un infelice editoriale intitolato “Che barba la mafia. È solo Cosa loro“. Dopo il fulminante incipit “È un fenomeno antico che riguarda soprattutto il Sud. Continuare a parlarne scredita tutto il Paese” per togliere ogni dubbio sulla sua personale visione della storia se ne uscì con inarrivabili perle di saggezza (siamo ironici, si capisce) come “L’ultima volta che ho letto un articolo sulla mafia credo risalga a trent’anni orsono. L’argomento non mi interessa (e ce ne eravamo accorti, ndr)”, “Ma se la testa è quella dei Riina, dei Provenzano e dei Brusca, tanto difficile da mozzare non poteva essere. La conclusione è solamente una: se uomini così bassi sono riusciti per tanto tempo a sfuggire alla giustizia, significa che coloro i quali li braccavano invano erano più bassi ancora” per concludere con la perla: “Ma diciamolo chiaramente: il vivaio della piovra è in acque meridionali ed è lì che bisogna agire per eliminarlo. Ancora più crudelmente: se questo è un affare siciliano, se lo grattino i siciliani. Ma grattino forte“. Per farla breve, in pieno 2012, quando la storia riportava già numerose inchieste antimafia nel nord Italia, il direttore di Libero era ancora attaccato alla visione di una mafia rurale, contadina, confinata in Sicilia e in Calabria.

Il nord e la ‘ndrangheta

Ma se i pionieri e i primi a capire che Milano rappresentava la terra dell’oro furono gli “uomini d’onore” di Cosa nostra, oggi il dominio delle piazze del nord Italia è in mano alla ‘ndrangheta. Già ai tempi della tecnica stragista di Riina e Provenzano, i calabresi furono gli unici a tenersene fuori. Il motivo era semplice: avevano già capito che muoversi nell’ombra, nascondersi dietro una rispettabile patina di uomini d’affari era molto più conveniente e sicuro dell’andarsene in giro a piazzare bombe. E il tempo gli diede ragione.

A forza di tenersi lontana dai riflettori, oggi la ‘ndrangheta è diventata la mafia italiana più potente e radicata, oltre che una delle più potenti al mondo, con diramazioni e affari che arrivano in Spagna, Germania, Inghilterra, Francia, Colombia, Messico, Stati Uniti, Albania, Thailandia, ovunque. E il salto di qualità, come Cosa nostra a suo tempo, lo ha fatto nel nord Italia (e anche nel nord Europa, ma questa è un’altra storia), dove sono ancora convinti che la mafia non esista.

Invece esiste, eccome, con l’unica differenza che nel sud Italia la mafia è militarizzata, uccide, estorce e ruba, rendendosi ben visibile, mentre a nord, dove investe e ricicla, diventa affarista, nascondendosi dietro a una falsa patina di imprenditrice. In termini semplificati: il controllo militare è a sud, mentre quello economico è a nord. E così si diventa molto più forti, perché se il lato criminale della mafia a sud è abbastanza evidente, la sua trasformazione in sistema economico al nord è molto più capillare, fluida, nascosta e più difficile da identificare, agevolata anche dalle numerose falle del sistema finanziario italiano, con le ‘ndrine abilissime nell’investire i capitali illeciti nel nord, dove il reddito è più alto e ci sono più investimenti.

Questa intelligente evoluzione della strategia mafiosa ha permesso alla ‘ndrangheta di adottare metodi moderni molto più sofisticati e discreti, che hanno anche il vantaggio di destare molto meno allarme sociale. Oggi, nel nord, si sta facendo lo stesso errore che si fece in Sicilia negli anni ’50: negare l’esistenza stessa del fenomeno criminale, permettendogli così di evolversi e rafforzarsi senza nessuna reazione da parte dell’opinione pubblica e dello Stato.

Oggi, nel settentrione, la mafia è talmente radicata e ripulita che si tende a considerarla il male minore, qualcosa con cui convivere, la soglia etica si è drasticamente abbassata negli ultimi anni, e la coscienza collettiva sembra ormai anestetizzata a tutto vantaggio dei clan. Ci sono imprenditori lombardi che ammettono tranquillamente che la mafia è meglio averla come amica, piuttosto che come nemica, perché sa muoversi bene nel mondo degli affari, è efficiente e soprattutto costa poco, potendo contare su immensi capitali di denaro liquido, sulla forza di coesione interna e sulla capacità di imporsi con la violenza, dove necessario. Paradossalmente, oggi c’è molta più accettazione della mafia a nord, di quanta ce ne fosse nel sud Italia di mezzo secolo fa.

Questa colonizzazione della mafia settentrionale è iniziata in modi semplici quanto efficaci, a macchia di leopardo e con una preferenza per i comuni meno popolati. Questo meccanismo si è rivelato efficace per molti motivi: la debole presenza delle forze dell’ordine nei comuni più piccoli, il basso interesse dimostrato dalla stampa e dalle istituzioni politiche per queste zone e la maggiore possibilità di mimetizzarsi e di costruire relazioni sociali lontane dai riflettori

In questo modo la criminalità del nord, che oggi viene definita la quinta mafia, ha saputo costruirsi dei capisaldi strategici in questi piccoli comuni, e da lì si è mossa per conquistare le città più grandi: Milano (‘ndrine Gallace, Papalia, Arena-Nicoscia, Farao, Mancuso, Latella ecc), Torino (Belfiore, Ruga, Commisso, Cataldo, Bonavota, Barbaro, Ursino e molte altre), Genova (Palamara, Casile-Rodà, Romeo, Santaiti, Cordì, Fazzari e così via). Chi si ostina a sostenere che la mafia esista solo nel sud Italia o è male informato, o non ha capito nulla dei meccanismi della società oppure, nel peggiore dei casi, ha qualche interesse personale. Il fatto che i clan, e specialmente la ‘ndrangheta, nel nord Italia non si vedano e non si sentano, non significa che non esistano, ma solo che sono diventati molto abili nel nascondersi tra le pieghe sane del tessuto economico e sociale.

Emiliano Federico Caruso
Giornalista investigativo, fotoreporter professionista. Collabora con varie testate e agenzie, tra cui "Antimafia Duemila", "Free Lance International Press", "Kmetro0" e "Terre Incognite". Vicedirettore de "L'Attualità", direttore del corso di giornalismo investigativo della Free Lance International Press e iscritto come giornalista alle associazioni nazionali di Carabinieri e Polizia, si occupa di argomenti di criminalità organizzata, cronaca, Ucraina e reportage di viaggio. Tra un reportage e un'inchiesta scrive anche racconti fantasy/horror per Amazon Edizioni.

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