Mafia & Antimafia L'omicidio Chinnici

L’omicidio Chinnici

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La tenace determinazione investigativa del dr. Chinnici risulta inequivocabilmente dal tenore della deposizione resa dal dr. Accordino cfr.ud.cit.) il quale ha dichiarato : “lui sostenne chiaramente e con forza che non intendeva rassegnarsi alla chiusura con esito negativo delle indagini su una serie di delitti; per cui fece riesumare, fece prendere dei fascicoli che magari erano messi da parte per cercare, anche con metodi balistici, anche con comparazioni balistiche, anche con contatti fra i vari organi che avevano esperito le indagini, tutti questi accertamenti per cercare di tirare fuori, alla luce di quella che era la sua convinzione, cioè di quella strategia unitaria della mafia che tendeva ad eliminare le persone che gli davano fastidio per la sua attività”.
Il teste ha precisato che questo convincimento era stato esternato pubblicamente dal dr. Chinnici: “lo diceva addirittura in pubblici dibattiti nelle scuole, perché lui aveva anche questa convinzione, che bisognava già dalle scuole, nelle scuole…partecipava a moltissimi incontri all’interno degli istituti scolastici per dire, per comunicare a queste nuove generazioni i concetti di legalità di giustizia di Stato, in contrapposizione alle ingiustizie alle prepotenze e agli assassini e ai delitti delle organizzazioni mafiose”.

Anche il col. Pellegrini (ud.15/6/1999) ha confermato la circostanza riferendo testualmente : “mi parlò, anche, e ne parlava non solamente a me, perché il Dott. Chinnici intanto era molto aperto, possiamo dire che il suo ufficio, da capo dell’Ufficio Istruzione, era sempre aperto, nel senso che chi voleva conferire con lui entrava liberamente. Mi parlò anche di alcuni progetti che aveva, proprio per provare la riconducibilità di tutti gli omicidi c.d. eccellenti ad un’unica matrice, di procedere alle perizie balistiche sulle armi usate negli omicidi più importanti di Palermo e quindi si consigliava e chiedeva anche se era possibile redigere, realizzare un archivio, di modo tale che nel momento in cui veniva sequestrata un’arma, si poteva vedere se quest’arma era stata usata par qualche omicidio……Queste sue idee di portare avanti l’indagine nei confronti dell’organizzazione criminale, non esprimeva solamente ai funzionari delle forze di polizia o ai suoi colleghi, ma le esprimeva in vari dibattiti che si tenevano sulle organizzazioni criminali, sulla lotta alla criminalità organizzata…tenne anche alcune lezioni all’Università
…tutta la sua attività era protesa in questo senso: combattere la criminalità organizzata come fenomeno unico e responsabile di tutti i delitti, soprattutto di quelli eccellenti.”

Il dr. Giuseppe Pignatone (cfr. ud.16/4/1999) ha confermato il convincimento del consigliere istruttore in ordine al collegamento tra gli omicidi del gen. Dalla Chiesa e dell’on. Pio La Torre in quanto quest’ultimo era stato uno dei promotori della nomina del primo a Prefetto di Palermo, tanto che questi aveva anticipato la sua immissione in possesso proprio a seguito dell’omicidio dell’uomo politico.
Il teste Pignatone ha inoltre riferito che il dr. Chinnici aveva avviato l’espletamento di una maxi-perizia comparativa sul materiale balistico rinvenuto e sequestrato in occasione di omicidi ritenuti di mafia avvenuti non solo a Palermo e provincia ma anche in altre province siciliane, rilevando che all’epoca, non essendo ancora maturata la collaborazione di Buscetta e Contorno, “era un’intuizione investigativa che poi la storia dimostrerà sostanzialmente esatta, ma mancavano i riscontri si sperava tramite questa perizia, così come tramite tanti altri tipi di indagine, di trovare dei riscontri a questa intuizione perché di questo si trattava nel 1983” .

Di questo intendimento erano a conoscenza numerose persone, non solo magistrati, poliziotti e cancellieri, ma anche altri soggetti estranei all’amministrazione della giustizia, perché il primo problema era stato quello di recuperare i fascicoli e sulla base di questi anche i reperti balistici, talvolta risalenti ad una decina anni addietro, sicchè fu necessaria una vasta ed articolata attività di reperimento del materiale balistico custodito in molteplici uffici, particolarmente complessa, che richiedeva mesi di preparazione e comportava una inevitabile diffusione della notizia.

Questa attività, iniziata nel giugno-luglio 1983, che si fondava su una felice intuizione investigativa del consigliere istruttore, fu portata a termine dopo la sua morte, con l’espletamento di una vasta perizia nell’ambito del primo maxi-processo che consentì di accertare il collegamento tra i fucili mitragliatori del tipo kalashnikov utilizzati per l’esecuzione degli omicidi in pregiudizio del gen. Dalla Chiesa, di Bontate Stefano, Inzerillo Salvatore ed il danneggiamento delle vetrine blindate della gioielleria Contino di via Libertà, eseguito proprio per verificarne la potenzialità lesiva.
Come sopra anticipato, dall’istruzione dibattimentale è emerso un interesse investigativo particolare del consigliere istruttore per il ruolo dei cugini Nino ed Ignazio Salvo nel quadro dei rapporti tra l’organizzazione “cosa nostra” e centri di potere politico ed economico di cui i noti esattori costituivano certamente espressione.

È appena il caso di accennare brevemente, anticipando un tema che sarà più compiutamente sviluppato nel corso della presente sentenza, che il coinvolgimento dei Salvo nelle vicende connesse con la c.d. guerra di mafia scoppiata negli anni ’80 era ancorata ad un precisa emergenza investigativa costituita dal tenore di una intercettazione telefonica in data 11/6/1981 nel corso della quale tale Roberto – che sarebbe stato poi identificato per il noto collaboratore di giustizia Buscetta Tommaso, in quel momento residente in Brasile – veniva invitato dal suo interlocutore, tale l’ing. Lo Presti, parente dei Salvo, poi rimasto vittima di “lupara bianca”, a far rientro in Italia per sistemare le cose (“Cose troppo tinte ci sono qua…) con chiari riferimenti a “Nino” (Salvo) con il quale il Lo Presti diceva di avere parlato per organizzare il suo rientro. (“…Ma se lei comunque pensa di venire noi diciamo organizziamo la cosa….”).

Il dr. Borsellino, nel corso della deposizione resa il 30/3/1984 dinanzi alla Corte di Assise di Caltanissetta, riferiva che qualche giorno prima della morte del dr. Chinnici, la Procura aveva richiesto la trasmissione della trascrizione di quella conversazione telefonica che si trovava allegata al fascicolo relativo all’omicidio del gen. Dalla Chiesa, richiesta che tuttavia il consigliere istruttore non aveva avuto il tempo di evadere.

Fonte Attilio Bolzoni

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