25 Settembre 2020
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    La lista di Palamara e quei giorni di Giuda!

    Il pm romano Luca Palamara ha chiesto di convocare non solo chi può conoscere i fatti al centro dell’inchiesta di Perugia ma anche ex ministri della Giustizia, politici, ex consiglieri del Csm, per dire “non ho inventato niente”.

    Nella lunga lista dei 133 nomi figurano personalità come l’ex ministro della Giustizia e vicesegretario del Pd Andrea Orlando, al magistrato e scrittore Gianrico Carofiglio, dai presidenti emeriti della Consulta, Cesare Mirabelli e Giovanni Maria Flick, all’ex ministro della Difesa Roberta Pinotti.

    Tra gli altri, troviamo: l’ex senatrice Anna Finocchiaro, l’attuale vicepresidente di Palazzo dei Marescialli David Ermini, gli ex Michele Vietti e Giovanni Legnini; ancora: il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero De Raho, i pm romani Domenico Ielo, Sergio Colaiocco, Luca Tescaroli e l’ex presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri.

    L’avvocato Stefano Giaime Guizzi, difensore dell’ex pm Palamara, ha chiesto alla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura la citazione, in vista dell’udienza prevista il prossimo 21 luglio, di tutti i testimoni.

    Nel frattempo il Csm ha deciso di ricollocare in servizio l’ex capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, dimessosi dall’incarico dopo le polemiche legate alle scarcerazione dei boss mafiosi a causa del coronavirus.

    Il reintegro di Basentini è arrivato con una conferma dal plenum a sorpresa.

    Già il 24 giugno la pratica su Basentini era stata bloccata e rinviata in terza Commissione dopo una nota, a Palazzo dei Marescialli, a firma del senatore  Mario Michele Giarrusso.

    Nella nota, il senatore Giarrusso chiedeva ai consiglieri di valutare l’eventuale compatibilità di Basentini con la procura di Roma, dove effettivamente è stato collocato.

    Ritornando al caso Palamara, o meglio al teorema dell’accusa, l’ex pm Palamara con le sue condotte avrebbe prodotto discredito nella magistratura mediante un “uso strumentale della propria qualità per condizionare l’esercizio di funzioni costituzionalmente previste, quale la nomina dei capi degli uffici da parte del Csm”.

    La difesa, rappresentata dal consigliere di Cassazione Stefano Guizzi, ribadisce invece che il pm romano faceva parte di un sistema ben rodato del quale tutti erano perfettamente a conoscenza. 

    A tal proposito la storia ci ricorda il caso del giudice Giovanni Falcone e le parole del suo caro amico e collega Paolo Borsellino:

    Si può dire che egli si prestò alla creazione di uno strumento che metteva in pericolo l’indipendenza della magistratura, si può anche dire che si avvicinò troppo al potere politico, ma non si può negare che Giovanni Falcone, in questa sua breve, anzi brevissima, esperienza ministeriale, lavorò segnatamente per tornare a fare al più presto il magistrato. E’ questo che gli è stato impedito. Perché è questo che faceva paura“.

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    Redazione Amattanza
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