25 Settembre 2020
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    Figlio di un pentito scrive il j’accuse all’antimafia e alla politica di parte

    Il figlio del pentito Bonaventura lancia un "J'accuse" con una lettera aperta ai nostri rappresentanti al Parlamento.

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    E’ evidente che in Italia la disuguaglianza e l’abbandono delle minoranze – e non parliamo di etnia – sta crescendo a livelli esponenziali, ma perchè siamo arrivati a temere anche “personaggi pubblici” di spessore?

    Sarà un caso, ma le evidenze non mentono!

    Ieri abbiamo notato il lancio, da parte della nota agenzia ANSA, di una lettera indirizzata, dal figlio di un ex boss, a diversi “rappresentanti delle istituzioni” e per conoscenza al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella; stranamente nei vari articoli subito rilanciati non sono stati menzionati i “rappresentanti del popolo” destinatari della stessa, ma solo il Presidente della Repubblica.

    La domanda sorge spontanea: ma non dovrebbero essere i nostri “rappresentanti” ad occuparsi di certe problematiche, considerato che sono la forma democratica e autorizzata dal popolo, tramite le elezioni, a risolverle?

    Dunque a che serve andare a votare o presentarsi nei futuri seggi per il “Referendum” se poi partiti e movimenti vari abbandonano il cosidetto “Popolo sovrano” ?

    Superata tale premessa, noterete nel corso dell’articolo, come alcuni politici si sono schierati sempre a favore di alcune persone discriminandone altre, ma noterete anche come spesso e volentieri uno Stato fallisce l’impegno nella lotta alla criminalità organizzata, perchè se è vero che Paolo Borsellino puntava sulle nuove generazioni, dall’altra, oggi, le nuove generazioni non possono dimostrare di saper andare oltre se non gli è permesso.

    Il caso riguarda il figlio del noto pentito Luigi Bonaventurautilizziamo tale termine perchè piace a molti, il disprezzo è apprezzato spesso sotto ogni maschera -, il giovane diplomatosi con ottimi voti si trova nelle condizioni di non potersi iscrivere all’università e godere, come milioni di italiani, della diminuzione delle tasse, così con una lettera alle massime autorità che ci rappresentano nel Parlamento, ha deciso di comunicare la sua decisione di lasciare l’Italia a costo della morte.

    Nella Costituzione italiana il diritto non si sceglie, è una condizione innata e garantita dal nostro Stato!

    La storia

    Il padre, Luigi Bonaventura, è l’ex boss (sgarro per l’esattezza del termine) della ndrina Vrenna-Ciampà-Corigliano-Bonaventura di Crotone, collaboratore di giustizia da oltre 14 anni.

    Il giovane, quando il padre scelse di cambiare vita, aveva solamente sei anni, adesso ne ha venti, quattordici anni trascorsi a cambiare scuola, amici, città e vivere sotto protezione (significa anche sotto controllo).

    Se per qualcuno i figli dei collaboratori di giustizia – che da piccoli crescono sotto l’occhio vigile sia dei genitori che delle forze dell’ordine – sono da definire mafiosi, allora ha perso lo Stato!

    La lettera non ha bisogno di commenti o caricature giornalistiche, al contrario ha bisogno di risposte da parte dei nostri rappresentanti del Parlamento non citati (casualmente da chi ci ha preceduto), come per esempio dal sottosegretario Crimi (M5S) che si è prodigato per i testimoni di giustizia (peccato che i collaboratori di giustizia non possono avere ISEE o altri documenti “fasulli”, cioè con nome e cognome diverso).

    Ecco la puntata di striscia la notizia dove il sottosegretario Crimi afferma di risolvere la situazione del testimone di giustizia Ignazio Cutrò.

    https://mediasetplay.mediaset.it/article/striscialanotizia/ignazio-cutro-il-testimone-di-giustizia-senza-scorta_b100000674_a13212 (cliccare per la puntata)

    Lo stesso 16 giugno, in un articolo di Agrigentonotizie (qui per leggerlo), si legge quanto segue: “Ho incontrato Ignazio Cutrò, ho dato mandato di fare una verifica su tutti i debiti pregressi per capire se ci sono gli estremi di legge per la loro estinzione o riduzione. Non mi risulta che oggi ci siano procedure esecutive qualora si dovessero avviare, ci attiveremo per sospenderle o interromperle. Lo Stato sarà sempre vicino non solo ad Ignazio Cutrò ma a tutti i testimoni di giustizia. Per quanto riguarda la sicurezza, la valutazione spetta al comitato provinciale. Sarà fatta ogni valutazione per garantire la massima sicurezza”. Queste sono state le parole che il vice ministro dell’Interno Vito Crimi ha pronunciato sul caso del testimone di Giustizia Ignazio Cutrò”.

    La dichiarazione del dottor Crimi speriamo abbia valore anche per i collaboratori di giustizia!

    Ci sembra giusto richiamare anche le persone dell’on. Piera Aiello, che sul suo post di addio al M5S, ha toccato dei punti fondamentali:

    1. parlando della sua elezioni, ha scritto: “Ho deciso così di rimettere in discussione la mia vita,tenuta segreta dal lontano 30 luglio 1991, in quanto testimone di giustizia. Quando mi è stata chiesta la disponibilità alla mia candidatura, ho intravisto la possibilità di portare la mia esperienza di testimone in un’aula parlamentare dove poter esporre le problematiche dei testimoni, dei collaboratori di giustizia e degli imprenditori vittima di racket e di usura”.
    2. “Se ad oggi mi trovo a scrivere tutto ciò – ha rimarcato – è perché in due anni, di questi ideali non ho visto attuare neanche l’ombra“.
    3. Il terzo punto, che sembra quello più inerente alla problematica di Bonaventura, è questo: “amarezza per tutto il lavoro che ho fatto, non solo in questi due anni da deputato ma anche negli anni quale semplice testimone di giustizia,lavoro vanificato da persone che non solo non si sono mai occupate di antimafia con la formazione adeguata, ma che non hanno ascoltato il mio urlo di dolore che non è altro che la voce di migliaia di persone che non hanno modo di farsi ascoltare e che io mi pregio di rappresentare”.

    Qui l’articolo della deputata Piera Aiello, testimone di giustizia (clicca qui)

    Adesso comprendete di cosa stiamo parlando?

    Ritornando alla lettera, il giovane Bonaventura l’aveva indirizzata ai seguenti decasteri e precisamente: alla dott.ssa Luciana Lamorgese in quanto ministro dell’ interno; al dott. Vito Crimi in quanto presiede la Commissione Centrale ex Art.10 di Roma e infine al Servizio Centrale di Protezione Roma.

    Si noti che solo per conoscenza viene indirizzata anche: al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, alla Direzione Nazionale Antimafia Capo della Procura Dott. Federico Cafiero De Raho, alla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro Capo della Procura Dott. Nicola Gratteri, al Presidente della Commissione Antimafia Dott. Nicola Morra

    Come mai in tanti hanno battuto questa lettera in direzione del Presidente della Repubblica, che fra l’altro conosce bene il tema mafia, ma ha un ruolo ben specifico e stabilito dall’ordinamento normativa (leggasi artt. 85 – 88) ?

    Qualcosa ci puzza e ci chiediamo se qualcuno abbia avuto paura di scrivere tutti i nomi oppure (azzardiamo) è un altro modo per scaricare tutto al nostro Presidente?

    A questo gioco di poteri noi non ci stiamo, il gioco delle intimidazioni e della violazione dei diritti umani (soprattutto qui in Italia) è stato ribadito più volte dalla Corte di Strasburgo e non si può addossare tutto al capo dello Stato.

    Le rappresentanze politiche hanno il dovere di intervenire in questa e in tutte le vicende dove una minoranza sta pagando un prezzo altissimo a dispetto di altri (ne riparleremo con un documento inedito di Aldo Moro).

    Per tale motivo, non giudicate la rabbia e il dolore di questo giovane ( fra l’altro vittima e non carnefice), ma comprendetene i motivi e mobilitatevi tutti.

    Già dal primo passaggio della lettera si percepisce l’abbandono e la “discriminazione” (altro che gli immigrati), basta leggere e riflettere:

    Lasciati soli e con una pericolosa nomea ,abbiamo vissuto ,ho vissuto ,ogni giorno di questi lunghi anni ,con la paura che il cognome che porto possa risvegliare gli animi vendicativi di persone che mai un protetto dello Stato dovrebbe trovare nella cosiddetta località “protetta” ,ma che pur si trovano. Ho volutamente e no, accettato così tante di quelle limitazioni ,agli spostamenti ,alla socialità ,al lavoro ,alla partecipazione alla vita pubblica e politica ,alle mie libertà individuali ,così da rimanere il più invisibile possibile ,per poi sentirmi dire ,dalla semplice segretaria alla Preside stessa:Oh ,tu sei Bonaventura,il figlio di …non ti preoccupare ,sappiamo già tutto”.

    Continua nella lettera il giovane, con parole che fanno rabbrividire, come segue:

    Il sistema in cui siamo immersi è colmo di pregiudizi e rappresaglie, forse persino anche per colpa di qualche mela marcia, per un passato che ormai mio padre si è lasciato alle spalle, un passato assolutamente non voluto e al cui interno ci si è ritrovato unicamente per nascita, prendendo una decisione che dovrebbe essere supportata in ogni modo, non osteggiata ed etichettata come un’infamata puramente opportunistica, ma elogiata in quanto ha spezzato quella linea ereditaria che avrebbe fatto anche di me uno ‘ndranghetista.

    Vengo bollato come un mafioso, pur non avendo mai avuto alcun coinvolgimento con le ormai passate azioni di mio padre, essendo stato io un bambino di appena 6 anni all’epoca. Ed ancora una volta le colpe dei padri vengono riversate sui figli.

    Ciò crea un enorme disparità di diritti e possibilità, tra i figli dei Testimoni e quelli dei Collaboratori di Giustizia, rilegati quest’ultimi sull’ultimo gradino della scala sociale, con quasi nulli aiuti, ed additati con odio anche da alcuni che dovrebbero proteggerli. Non riesco minimamente a capacitarmi questa situazione, che non solo affligge me, ma si ripercuote anche su mia madre, la cui famiglia mai ha avuto a che fare con ambienti mafiosi, che prima di tutto questo, era riuscita a diventare un’onesta imprenditrice con la propria attività, bruciata in seguito per rappresaglia dalla ‘ndrangheta e che mai ha avuto indietro i giusti risarcimenti che spetterebbero a chi subisce crimini di mafia”.

    Lo sfogo finale rende chiara l’idea di chi dopo 14 anni è costretto a nascondersi:

    Questo documento ha funzionalità limitata all’azione per cui è stato emesso: per esempio sarei Rossi dietro al banco dell’università e Bonaventura fuori dalla provincia universitaria. Ho già vissuto così, con due nomi a seconda dell’evenienza, e posso assicurare che, con la confusione, l’irrealtà ed il sospetto che ciò porta, il fattore sicurezza è unicamente danneggiato. Ovviamente in entrambi i casi non verrebbero supportati né i costi di spostamento né di alloggio.

    Per via della mia impossibilità di lavorare nella località protetta ,io non ho alcun modo di compensare le spese che continuamente si accumulano sulle spalle della mia famiglia.

    Ho quasi 20 anni, sono obbligato ad essere però un peso, e impedito a diventare un uomo autonomo con la propria vita. Tutto ciò che vedo, mi è bloccato, tutto ciò di cui ho bisogno mi è negato”.

    Riflettete, immaginate la situazione, provate per un attimo a ritrovarvi in queste parole e vita, poi magari alzatevi ricordando che tutto è realtà e non un semplice incubo!

    Sicuramente per questo articolo la pagheremo cara, perchè sappiamo di essere “troppo liberi”, ma confidiamo nel buon senso di chi critica e non giudica; il giustizialismo non ci appartiene.

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    Maurizio Inturrihttps://amattanza.it
    Si occupa di mafia e criminalità organizzata. Ha collaboratorato con diverse testate giornaliste online e cartacee. Il suo percorso inizia nel lontano 2015 con ReteRegione, poi collabora con LaSpia, Diario1984, L'Attualità, Cisiamo e infine IlFormat. Nel gennaio 2020 si iscrive al sindacato WorKPress e gli viene attribuito il tesserino internazione di giornalista e reporter come da normativa europea e internazionale. Ha partecipato a diverse conferenze sul tema mafia e criminalità organizzata. Autore dei libri Cogito ergo sum..ma non troppo (2015) e L'Antistato vol.I° (2019)

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