Cronaca Rinascita Scott: nuove dichiarazioni e informative

Rinascita Scott: nuove dichiarazioni e informative

Nuove prove e collaboratori arricchiscono il processo Rinascita Scott

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Dopo la testimonianza di Andrea Mantella, che parla delle ‘ndrine di Vibo Valentia, nuovi verbali sono stati riempiti dal nuovo collaboratore di giustizia Michele Camillò, 38 anni, anche lui di Vibo Valentia e Bartolomeo Arena.

Gli atti sono stati depositati nel procedimento Rinascita-Scott, che come abbiamo parlato nel precedente articolo, è in corso l’udienza preliminare nell’aula bunker nel carcere romano di Rebibbia.

Chi è Michele Camillò?

Figlio di Domenico Camillò, 79 anni, ritenuto a capo della cosca Pardea-Camillò-Macrì di Vibo Valentia, ha ammesso di essere stato dipendente della ditta Eurocoop (addetta alla raccolta dei rifiuti a Vibo) dal 2008 al 2013

Agli inquirenti ha dichiarato: “Ho lavorato per conto del Comune di Vibo Valentia in un primo momento per la manutenzione delle strade su incarichi ricevuti dall’ufficio Tecnico, successivamente quale custode del cimitero. Precedentemente nel 2006, al mio rientro da La Spezia, ho lavorato grazie al programma Obiettivo Lavoro nel reparto di Ortopedia dell’ospedale di Vibo Valentia con mansioni logistiche e burocratiche per un periodo di sei mesi”.

Nella dichiarazione inizia a parlare del patto con la ‘ndrangheta

Fino al 2012 sono stato estraneo alla ‘ndrangheta. Sono stato affiliato nel febbraio 2013 nell’abitazione di Bartolomeo Arena, su invito di quest’ultimo e di Marco Pardea. In quel periodo uscivo spesso con quest’ultimo e Domenico Pardea, i quali mi rivelarono la loro intraneità ad un gruppo di ‘ndrangheta e mi esortarono a seguire la stessa strada. Alla mia affiliazione hanno partecipato Bartolomeo Arena, Raffaele Pardea, Marco Pardea, Antonio Macrì, Domenico Pardea, detto “il longo” e cognato di Salvatore Morelli. Da questo momento in poi mi sono stati presentati gli altri sodali, quindi posso dire di sapere dell’appartenenza al sodalizio di Macrì, dei Pardea, Pugliese, Dominello, Michele e Domenico Tomaino.

Ho conosciuto come sodali – in particolare quali soggetti già affiliati e di rango superiore al mio – anche: Vincenzo Barba, Bruno Barba detto “Celestino”, Domenico Prestia detto “Mimmo”, Vincenzo Lo Gatto, Leoluca Lo Bianco, Nazzareno Lo Bianco, Nicola Lo Bianco, Mimmo Lo Bianco che ha un negozio di fiori vicino l’oratorio dei salesiani a Vibo Valentia, Carmelo D’Andrea, Giovanni D’Andrea, Raffaele Franzè detto “lo Svizzero”, ormai deceduto, miofratello Giuseppe Camillò, Salvatore Morelli, mio nipote Domenico Camillò, Domenico Macrì, tale Callipo, Pinuccio Pardea padre di Domenico detto “il longo”, questi cognato di Morelli, Carmelo Pardea, Carmelo Lo Bianco fratello di “Nino Caprina”, Giuseppe Barba detto “Presa”, tale Fortunato detto “Scherzoso” di cui non ricordo il cognome ma che è genero di Vincenzo Barba”. Dei soggetti elencati da Michele Camillò non sono allo stato coinvolti in Rinascita-Scott Marco Pardea, Carmelo Pardea, Pinuccio Pardea e Callipo.

I solidali che non risultano nel processo Rinascita Scott

Tra gli affiliati – ha poi dichiarato a verbale Michele Camillò – vi erano anche altri soggetti e tra questi ricordo Nazzareno Franzè detto “Paposcia”, che ha un negozio di frutta vicino all’oratorio dei salesiani di Vibo Valentia, Giuseppe Franzè, cognato di Domenico Pardea e Antonio Franzè detto Codino”. Da precisare che Giuseppe e Antonio Franzè (di cui parla Michele Camillò) non figurano fra gli indagati di Rinascita-Scott.

Le regole dell’affiliazione

Già qualche mese prima della mia affiliazione, verso la fine del 2012, Bartolomeo Arena e Marco Pardea mi spiegarono le regole e se un affiliato veniva chiamato da un “superiore” doveva andare. Se il gruppo prendeva soldi con le estorsioni in città, al nostro gruppo sarebbe spettata una parte di quei proventi, anche se io personalmente non ho mai ricevuto alcuna somma di denaro frutto di estorsioni.

Le lamentele degli affiliati

Durante il suo racconto, Camillò ha dichiarato: “Bartolomeo Arena si lamentava del fatto che Vincenzo Barba faceva comunque affari – ed in particolare praticava l’usura – con i “Cassarola”, ossia con Rosario ed Antonio Pugliese, detto il “maresciallo”, con i quali vi era acredine sia da parte dell’Arena perché a suo dire erano coinvolti nell’omicidio del padre, sia da parte dei Pardea perché avrebbero fatto uccidere Pardea Francescantonio. Arena mi disse che comunque i Cassarola erano uomini d’onore. 

Alle dichiarazioni di Camillò si aggiunge quella di Arena

Nelle dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia, che si trovano negli atti depositati dai pm della distrettuale di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, è confluita una informativa del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Vibo Valentia riguardanti dichiarazioni di Bartolomeo Arena.

Bartolomeo Arena è un nuovo pentito che sta colmando vuoti investigativi su alcune dinamiche criminali.

Arena ha riferito di essere a conoscenza del tentato omicidio, avvenuto a Vibo Valentia in via Terravecchia,  di Rosario Pugliese, detto “Cassarola”, ulteriore esponente dell’omonima consorteria di ‘ndrangheta, attualmente latitante, voluto principalmente da Francesco Antonio Pardea e dal gruppo criminale a lui riconducibile, di cui lo stesso Arena faceva parte.

Arena e l’omicidio di Francesco Antonio Pardea

Secondo le dichiarazione del nuo pentito: “Pugliese era ritenuto l’autore dell’omicidio dello zio di Francesco Antonio Pardea, che portava il suo stesso nome, scomparso per lupara bianca numerosi anni addietro”.

Per compiere l’omicidio, Pardea ed altri componenti del proprio gruppo hanno potuto contare sulla disponibilità di un consistente numero di armi, tra cui pistole, fucili e mitragliatori Kalashnikov, che si trovavano murate al piano terra non rifinito di un immobile ubicato nella frazione di Piscopio, al quale si accede imboccando una piccola stradina interrata che si incontra sul lato destro della strada dopo aver oltrepassato un distributore di benzina.

L’immobile è abitato da Filippo Miceli e Maria Piperno, il primo dei quali è stato indicato come custode delle armi per il gruppo Pardea, i cui componenti si sarebbero recati in quel luogo per fare riunioni e programmare questo genere di delitti.

I killer designati a compiere materialmente l’azione di fuoco erano stati individuati in Marco Ferraro e Filippo Grillo, originario della frazione San Leo di Briatico, ma stabilitosi al Nord Italia.

I riscontri degli inquirenti

Ad ottobre 2019 la Polizia giudiziaria aveva eseguito due distinte attività di perquisizione rispettivamente nel Comune di Vibo e nell’abitazione di Filippo Di Miceli, luogo dove Arena aveva indicato come il nascondiglio delle armi del gruppo Pardea-Ranisi, per trovare riscontri alle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia.

Gli investigatori hanno trovato un vero e proprio arsenale nella disponibilità di Di Miceli, il tutto in intercapedini murate.

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