Editoriale Siracusa: Cappio al collo

Siracusa: Cappio al collo

I collaboratori di giustizia e quelle domande che non trovano risposte nonostante i "veleni" e il "sistema Siracusa"

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Non mi occupo di politica ne di religione e non lo farò neppure ora. Non lo faccio perché non credo o non m’interessa e quindi, al massimo, posso dedicare qualche attimo della mia attività per un’analisi dei fatti.

Dopo aver seguito storie dalla Sicilia al Nord Italia, aver ascoltato tanti collaboratori e testimoni di giustizia, sono ancora più convinto che esista un sistema contorto.

La storia della mafia, ripercorsa nella Trattativa Stato-Mafia, finita alla Procura di  Caltanissetta, che parla di depistaggi e dichiarazioni a volte nascoste e a volte ritornate alla ribalta, conducono verso un’analisi tutt’altro che vittoriosa per i paladini dell’antimafia.

Se diversi collaboratori di giustizia non rispondono ad alcune domande o lo fanno dichiarando “di certe cose non si può parlare“, allora non sarò certo io ad assolverli o condannarli, ma bisogna chiedersi il perché!

Riflettendo sulle dichiarazioni rese dal giornalista Attilio Bolzoni e Claudio Fava a proposito dell’antimafia,e di quanto avvenuto subito dopo, possiamo dire di aver assistito a una Traviata più triste dell’originale perché nell’opera, almeno, vince l’amore, qui abbiamo perso tutti.

Eh si, sul lungo termine perdono proprio tutti anche quelli che si trincerano dietro “abbiate fede”, quando neanche la fede può nulla o “denunciate” quando neanche le forze dell’ordine o i magistrati possono far nulla, parole su parole che dopo neanche l’ennesimo passaggio di un boss dalla parte dello Stato che con le sue dichiarazioni incastra “imprenditori, politici e partitini vari”, si vince.

Sarà un caso il fatto che da anni il nostro sistema giudiziario è vittima di attacchi, ma di certo non abbiamo “certezza delle pene”, forse per questo sono tutti contro il dottor Nicola Gratteri e il modus operandi.

E quando viene lanciata la bomba “blitz”, dove nemmeno ci usano la cortesia di aprire un tavolo nei nostri confronti, denotiamo quanto il “sistema” che gira attorno sia presente e ci consideri, nel rispetto di quella lotta comune e nel rispetto dell’opinione pubblica, dietro la “trincea”.

Questo succede perché quando raccontato fin oggi è considerato come il due a briscola e non temo smentite considerati i fatti.

A questo punto per ricostruire i fatti e arrivare al “Sistema Siracusa” e giusto ripartire dal riconoscimento del “metodo Falcone” a Vienna che non a caso lo abbiamo fatto in ritardo rispetto ad altri.

Siamo al luglio 2020 quando nuove condanne pesanti vengono inflitte all’altra tranche dell’inchiesta sul “sistema Siracusa”.

Dal tribunale di Siracusa, passando il Cga della mini tornata elettorale per le elezioni regionali, fino alle nomine al Csm e sul caso Palamara, la Procura di Messina e la Guardia di Finanza hanno gestito il più coinvolgenti dei sistemi, per l’appunto il “sistema Siracusa”.

Un sistema, quello di Siracusa, dove erano coinvolti dal tecnico petrolifero Massimo Gaboardi, al consulente e commercialista siracusano Vincenzo Ripoli, che doveva rispondere di corruzione in atti giudiziari; l’ex pm Giancarlo Longo e gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore; il consulente Francesco Perricone, Cesare Pisello e i commercialisti Mauro Calafiore, Vincenzo Ripoli e Francesco Perricone.

In un modo o nell’altro coinvolti tutti e in un modo o nell’altro “alcuni” rientrano nella storia di Siracusa dai tempi dei tempi.

La certezza che la giustizia possa essere condizionata da “uomini” è circostanziata con riferimenti, nomi, cognomi, fatti e circostanze, che nessuno può negare.

E qui mi chiedo il perché i tanti collaboratori di giustizia ancora esitano a parlare di certi argomenti, o forsedovrei chiedermi se ancora c’è un “qualcuno” di un sistema ancora più vecchio che li tiene per la “corda”.

Eppure otto magistrati nel caso del “Sistema Siracusa” hanno avviato una pulizia all’interno del palazzo di vetro che neanche il miglior giocatore di poker avrebbe scommesso un centesimo sulla loro vittoria.

E qui ritorniamo al Follow the money -“Seguire i soldi” –  per mettere in ginocchio la mafia, ovvero al giudice Falcone per rintracciare i passaggi di soldi e regalie tra i personaggi corrotti e la mafia e ad un tratto ci ritroviamo nuovamente catapultati nella “Traviata” con il gruppo dei siracusani, ma di questo ne parleremo nella seconda parte.

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Maurizio Inturri
Si occupa di mafia e criminalità organizzata. Ha collaboratorato con diverse testate giornaliste online e cartacee. Il suo percorso inizia nel lontano 2015 con ReteRegione, poi collabora con LaSpia, Diario1984, L'Attualità, Cisiamo e infine IlFormat. Nel gennaio 2020 si iscrive al sindacato WorKPress e gli viene attribuito il tesserino internazione di giornalista e reporter come da normativa europea e internazionale. Ha partecipato a diverse conferenze sul tema mafia e criminalità organizzata. Autore dei libri Cogito ergo sum..ma non troppo (2015) e L'Antistato vol.I° (2019)

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