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Sequestro per mafia: I legami tra il clan Aparo e i Santapaola-Ercolano

Il traffico di stupefacenti dai Santapaola-Ercolano al Clan Aparo.

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Stamane i militari della Guardia di Finanza di Siracusa , su richiesta della Procura distrettuale di Catania, hanno sequestrato il patrimonio di un cinquantaduenne, indicato dalla Dda di Catania come un esponente del clan Aparo di Floridia e Solarino.

Il Tribunale di Catania, su richiesta della Procura distrettuale, ha disposto nei confronti di Massimo Calafiore, 52 anni, l’apposizione dei sigilli per un appartamento, un’autovettura di grossa cilindrata e rapporti bancari e finanziari per il valore complessivo di circa 300.000 euro.

Calafiore è rimasto coinvolto nell’operazione “San Paolo” del luglio scorso.

Il provvedimento emesso dalla Procura catanese è stato motivato per “la pericolosità sociale dell’uomo” già condannato in via definitiva in due procedimenti giudiziari: nel 1999 ha rimediato una pena pari a due anni di reclusione per associazione mafiosa, in quanto avrebbe fatto parte del “clan Nardo-Aparo”, mentre nel 2003 fu condannato a 9 anni e 6 mesi di reclusione “per il reato di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti”.

Calafiore Massimo indicato dalla DdA come reggente del clan Aparo – Foto Diario1984

Secondo gli inquirenti gli accertamenti patrimoniali  avrebbero svelato una evidente disomogeneità tra la sua dichiarazione dei redditi e la disponibilità di immobili e conti correnti nel periodo compreso tra il 2000 ed il 2018.

La difesa dell’indagato, rappresentato dall’avvocato Domenico Mignosa, ha già preannunciato ricorso al provvedimento di sequestro così come, dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione, il legale ha presentato istanza di scarcerazione per il cinquantaduenne.

Giorno 11 novembre scorso la Corte di Cassazione aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare, in relazione all’associazione a delinquere di stampo mafioso ed al traffico di droga, oltre al dissequestro dei beni, sempre nei confronti di Massimo Calafiore, coinvolto nell’operazione denominata San Paolo.

Massimo Calafiore nello scorso procedimento è stato indicato dai DdA di Catania come uno degli esponenti di spicco del clan Aparo di Floridia e Solarino; secondo l’accusa il boss Antonino Aparo avrebbe dato indicazioni nonostante la sua detenzione nel carcere di Milano.

L’indagine

A seguito di diversi incendi avvenuti nel comune di Floridia ai danni di attività commerciali, gli inquirenti hanno iniziato ad indagare scoprendo uno stesso modus operandi, infatti tutti i titolari delle attività intimiditi dagli incendi erano caduti nella rete dell’usura: alle vittime era applicati tassi di interesse mensili del 20 per cento, 240% annui.

Sempre secondo la tesi degli inquirenti gli imprenditori avrebbero rimborsato i prestiti usurai con bonifici bancari o trasferimenti monetari su Postepay, oltre che con il classico metodo del trattenimento di assegni dati in garanzia per l’ammontare del prestito

Dall’inchiesta San Paolo è emerso – dicono gli inquirenti – che i soldi sarebbero stati investiti per l’acquisto di partite di droga, fornite dal clan etneo dei Santapaola-Ercolano.

Inoltre, secondo i magistrati della Dda di Catania, il clan avrebbe eseguito attentati anche per dare il segnale della sua forza mafiosa, come nel caso del proprietario di un bar di Solarino la cui auto venne incendiata perché non avrebbe fatto lo sconto sul prezzo su una torta acquistata.

L’operazione San Paolo scattò il 27 luglio ad opera dei militari dei Carabinieri del Comando Provinciale di Siracusa.

Nell’operazione  furono emessi 24 misure cautelari, di cui 19 in carcere e 5 ai domiciliari.

Tutti gli arrestati sono stati accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e usura, tentata estorsione ed esercizio abusivo dell’attività finanziaria, aggravati dalla finalità di agevolare il clan Aparo nel territorio di Floridia e Solarino.

I nomi degli imputati

Antonio Aparo, 62 anni, già in carcere, a Milano; Massimo Calafiore, 52 anni; Giuseppe Calafiore, 52 anni, Salvatore Giangravè, 57 anni; Angelo Vassallo, 57 anni,  operatore ecologico; Massimo Privitera, 47 anni; Francesco Liotta, 31 anni; Salvatore “Nino” Mazzaglia, 63 anni, già rinchiuso nel carcere di Bicocca, a Catania; Victor Andrea Junior Mangano, 29 anni; Paolo Nastasi, 42 anni; Antonio Amato “cappellino”, 34 anni; Maurizio Assenza, 66 anni, autista; Carmelo Sebastiano Assenza, 26 anni; Jacopo De Simone, 27 anni; Angelo Aglieco, 19 anni; Valenti Joseph, 28 anni, operaio; Antonio Privitera, 24 anni; Giuseppe Crispino, 42 anni.

Sono ai domiciliari Antonia Valenti, 74 anni, pensionata, incensurata, Clarissa Burgio, 38 anni, impiegata, incensurata, entrambe accusate solo di usura, Andrea Occhipinti, 31 anni, operaio, incensurato, indagato per spaccio di droga aggravato dal metodo mafioso, e Domenico Russo, 66 anni, veterinario, incensurato, per tentata estorsione in concorso e aggravata dal metodo mafioso. All’appello mancano 2 persone che non sono state ancora rintracciate dai carabinieri.

Durante l’operazione I carabinieri hanno anche sequestrato un’auto, Audi Q5 di proprietà di una delle vittime di usura, ma nella disponibilità di Massimo Calafiore.

In alcune abitazioni degli arrestati sono stati, invece, sequestrati vari assegni e bancomat, sostanza stupefacente del tipo hashish per 5 grammi, 1 grammo di cocaina e denaro in contante per quasi 13 mila euro.

I vertici ricostruiti dalla DdA

Dalle indagini, coordinate dai magistrati della Procura distrettuale antimafia di Catania, il reggente della cosca era Massimo Calafiore che secondo le indicazioni del boss Antonino Aparo, rinchiuso nel carcere di Opera, a Milano, comunicava con lui attraverso le lettere.

Il braccio destro di Massimo Calafiore era Giuseppe Calafiore; i fiancheggiatori erano Salvatore Giangravè e Angelo Vassallo, inizialmente contrari alla reggenza dei Calafiore e poi convinti dal boss.

Il braccio armato del clan è stato individuato in Mario Liotta, recentemente deceduto, e dal figlio Francesco, divenuti l’articolazione operativa del gruppo criminale, con compiti di intimidazione violenta a commercianti e ad altri privati.

I contabili

La contabilità, sempre secondo gli inquirenti, sarebbe stata tenuta da Giuseppe Calafiore che consegnava degli appunti custoditi dalla madre Antonia Valenti, negli appunti erano annotati nomi, ammontare delle rate, date dei pagamenti, oltre ai prestiti concessi da Calafiore a titolo personale, senza il coinvolgimento del clan Aparo.

Per la gestione dell’usura, Giuseppe Calafiore, oltre che della madre, si sarebbe servito della compagna, Clarissa Burgio, inizialmente vittima di usura da parte dello stesso Calafiore che le avrebbe affidato tutto dopo il suo arresto per droga.

Il traffico di droga

I catanesi, Salvatore Mazzaglia e Victor Andrea Mangano, secondo la Dda di Catania, erano gli uomini che facevano da sponda e legati al clan etneo dei Santapaola-Ercolano, gruppo di Nicolosi-Mascalucia.

La sostanza stupefacente veniva poi rivenduta a numerosi acquirenti di Floridia alimentando lo spaccio al dettaglio tra Floridia e Solarino.

“Dall’associazione dei Calafiore si rifornivano anche spacciatori indipendenti come Andrea Occhipinti, Paolo Nastasi e Antonio Amato e Massimo Privitera, tutti operanti a Floridia”.

Una delle piazze di spaccio più importanti era quella di via Fava che, in poco meno di 4 mesi, dai calcoli dei carabinieri, avrebbe fruttato circa 350 mila euro.

Nel corso dell’indagine è emersa altresì la figura di Domenico Russo che dopo essere rimasto vittima dell’usura dei Calafiore  sarebbe stato il mandante di una tentata estorsione ai danni di un netino che lo aveva truffato.

Ritornando ad oggi, la difesa dell’indagato, rappresentato dall’avvocato Domenico Mignosa, ha già preannunciato ricorso al provvedimento di sequestro così come, dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione, il legale ha presentato istanza di scarcerazione per il cinquantaduenne.

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Maurizio Inturri
Si occupa di mafia e criminalità organizzata. Ha collaboratorato con diverse testate giornaliste online e cartacee. Il suo percorso inizia nel lontano 2015 con ReteRegione, poi collabora con LaSpia, Diario1984, L'Attualità, Cisiamo e infine IlFormat. Nel gennaio 2020 si iscrive al sindacato WorKPress e gli viene attribuito il tesserino internazione di giornalista e reporter come da normativa europea e internazionale. Ha partecipato a diverse conferenze sul tema mafia e criminalità organizzata. Autore dei libri Cogito ergo sum..ma non troppo (2015) e L'Antistato vol.I° (2019)

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