Deceduto pentito di Siracusa

Un infarto e poi il decesso per un pentito di mafia storico di Siracusa

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Maurizio Inturri
Si occupa di mafia e criminalità organizzata. Ha collaboratorato con diverse testate giornaliste online e cartacee. Il suo percorso inizia nel lontano 2015 con ReteRegione, poi collabora con LaSpia, Diario1984, L'Attualità, Cisiamo e infine IlFormat. Nel gennaio 2020 si iscrive al sindacato WorKPress e gli viene attribuito il tesserino internazione di giornalista e reporter come da normativa europea e internazionale. Ha partecipato a diverse conferenze sul tema mafia e criminalità organizzata. Autore dei libri Cogito ergo sum..ma non troppo (2015) e L'Antistato vol.I° (2019)

E’ deceduto nella località segreta, dove viveva da molti anni, uno dei primi “pentiti” dello storico clan Urso-Bottaro di Siracusa.

Pentirsi negli anni di piombo non era facile, ma lui, Roberto Garofalo, conosciuto col nomignolo di trimaredda, lo ha fatto ed ha confessato nei vari processi anche di “essersi assunto l’onere di uccidere Agostino Urso, u prufissuri”.

Quando deciso di collaborare con la giustizia, Roberto Garofalo, portò con sé la sua famiglia, ma purtroppo nel luglio 2004, il figlio Marco Salvatore Garofalo, all’età di 22 anni, decise di suicidarsi; i motivi che portarono il giovane a tale decisione sarebbero da ricercarsi in uno stato di depressione indotto “dalla mancata libertà, considerato che viveva continuamente protetto dalle forze dell’ordine e a riferire i suoi movimenti ai referenti che proteggevano suo padre e i suoi congiunti” e questa condizione, impostagli con l’accettazione del contratto di protezione, lo avrebbe fatto esasperare e lo avrebbe depresso al punto da spingerlo a togliersi la vita.

Il pentito, deceduto a causa di un infarto all’età di 67 anni, nel 1992 era diventato il responsabile del famoso clan Urso.

Nelle dichiarazioni Garofalo, riguardo all’uccisione del capo del clan Urso – Agostino Urso –  , rivelò di essersi assunto l’onere di compiere l’omicidio del famoso “prufissuri”,come firma di un accordo di pace tra il gruppo Aparo-Nardo-Trigila e il clan Urso, ma fu preceduto dai sicari del clan Nardo di Lentini che il 28 giugno 1992, all’interno del lido Sayonara, lo crivellavano di colpi uccidendolo.

Per la cronaca, dopo l’omicidio di Agostino Urso, u prufissuri, tutto il gruppo passò sotto il controllo del boss Salvatore Bottaro, proclamato “capo” dai vecchi sodali che avevano voltato le spalle al “prufissuri”.

La proclamazione avvenne mentre Salvatore Bottaro si trovava ristretto in carcere, e tale circostanza viene rivelata sempre dal pentito Roberto Garofalo, trimaredda, durante le dichiarazioni rese ai Magistrati della Procura distrettuale antimafia di Catania; sempre nelle dichiarazioni rese Garofalo ha dichiarato che Agostino Urso, u prufissuri, era contrario a firmare la pace con il gruppo Aparo-Nardo-Trigila ed anzi aveva intenzione di mettere i lucchetti alle entrate principali di Siracusa (come via Scala Greca) per contrastare l’accesso degli affiliati al gruppo criminale Aparo-Nardo-Trigila, per tale fu decisa la sua eliminazione.

Quella firma di “pace” sappiamo che effettivamente non accadde, basti ricordare quelle “bombe a mano e proiettili”, del settembre 1992, nelle campagne tra Noto e Siracusa, dove una villetta, immersa nella campagna, si trasformò in un campo di battaglia nel quale si sono affrontarono con pistole, fucili e bombe a mano, i due clan.

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