Avola ha paura più della politica che dei clan.

Avola ha paura più della politica che dei clan.

Sembra essere ritornati negli anni dopo la firma dell’armistizio in cui politica e mafia siedevano insieme.

Le persone hanno più paura a denunciare i politici che i clan.

Un vecchio ritorno alle radici che non vogliamo lasciarci,per sempre,alle spalle e che porterà alla rovina questa e le future generazioni.

Anche i muri hanno capito e visto che è più facile parlare di delinquenti che di corruzione.

Una città che si è sempre rivolta allo straniero di turno e acclamato eroi,adesso deve scontrarsi con la realtà.

Aveva ragione Peppino Impastato..

“Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!”

Le parole del piccolo provinciale sembrano più vive e vigete oggi che ieri..

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante nel davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione a rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

Per ciò cosa aggiungere e ricordare ai sordi e muti,se non il fine drammatico di chi lotta?

Peppino avrebbe dovuto tenere il comizio conclusivo della sua campagna elettorale.

Non ci sarà nessun comizio e non ci saranno più altre trasmissioni. Peppino non c’è più, è morto, si è suicidato.

No, non sorprendetevi perché le cose sono andate veramente così.

Lo dicono i carabinieri, il magistrato lo dice.

Dice che hanno trovato un biglietto: “voglio abbandonare la politica e la vita”.

Ecco questa sarebbe la prova del suicidio, la dimostrazione.

E lui per abbandonare la politica e la vita che cosa fa: se ne va alla ferrovia, comincia a sbattersi la testa contro un sasso, comincia a sporcare di sangue tutto intorno, poi si fascia il corpo con il tritolo e salta in aria sui binari. Suicidio.

Come l’anarchico Pinelli che vola dalle finestre della questura di Milano oppure come l’editore Feltrinelli che salta in aria sui tralicci dell’Enel. Tutti suicidi.
Questo leggerete domani sui giornali, questo vedrete alla televisione.

Anzi non leggerete proprio niente, perché domani stampa e televisione si occuperanno di un caso molto importante.

Il ritrovamento a Roma dell’onorevole Aldo Moro, ammazzato come un cane dalle brigate rosse.

E questa è una notizia che naturalmente fa impallidire tutto il resto.

Per cui chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia, ma chi se ne fotte di questo Peppino Impastato.

Adesso fate una cosa: spegnetela questa radio, voltatevi pure dall’altra parte, tanto si sa come vanno a finire queste cose, si sa che niente può cambiare.

Voi avete dalla vostra la forza del buonsenso, quella che non aveva Peppino. Domani ci saranno i funerali.

Voi non andateci, lasciamolo solo. E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo.

Ma no perché ci fa paura, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace. Noi siamo la mafia.

E tu Peppino non sei stato altro che un povero illuso, tu sei stato un ingenuo, sei stato un nuddu miscatu cu nenti.

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Maurizio Inturri

Collaboratore giornalistico indipendente,mi occupo di inchiesta sulla mafia e criminalità organizzata. Laureato in Scienze della Comunicazione Executive Master in Scienze Criminologiche Autore del libro Cogito ergo sum...ma non troppo,anno 2015 Autore del libro L'Antistato-Volume I°-L'inizio edito a marzo 2019
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