Carcere di Cosenza

Il carcere di Cosenza in mano alle cosche “Patitucci-Lanzino-Ruà”,”Bruni-Zingari” e “Rango-Zingari”,che nel corso degli anni si sono succedute sul territorio.

In carcere come a casa erano liberi di incontrarsi e fare summit,il tutto condito con:alcol,droghe ed estorsioni agli imprenditori tramite pizzini e passaparola dalle finestre delle loro celle.

Guardie Penitenziarie compiacenti alle ‘ndrine e minacciosi verso i loro colleghi!

Diversi “collaboratori di giustizia” ne parlavano da anni,ma a quanto sembra tutto è rimasto come era,fino a quando non è giunto tutto alla Procura di Catanzaro e ai Carabinieri che affiancano,ormai da anni la stessa.

Il Procuratore Gratteri accusa:

«Era un’indagine tenuta nel cassetto. Grave che detenuti ‘ndranghetisti di Cosenza siano rimasti per anni a Cosenza. Chi era preposto al controllo non è intervenuto».

Gli investigatori hanno riferito gravi i fatti scoperti,come il seguente:

«In una occasione un detenuto si è fatto portare un farmaco per alterare il timbro vocale».

La ricostruzione

Potevano fare di tutto in modo indisturbato:spedire pizzini all’esterno a imprenditori e spacciatori,farsi mandare alcol e droghe, avere le celle in posizioni privilegiate ma soprattutto strategiche in modo da affacciare sulla strada e da quella posizione privilegiata comunicare ordini, parlare con i familiari e continuare ad imporre la presenza e la paura sul territorio,dove nonostante in carcere vivevano come se fossero liberi!

Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia

Nelle celle si tenevano veri e propri summit facendo venire a contatto detenuti sottoposti a diverso regime carcerario,grazie – secondo l’accusa – alla “compiacenza” di appartenenti al corpo di polizia penitenziaria, due dei quali sono stati arrestati mercoledì dai carabinieri del comando provinciale di Cosenza, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, in seguito alle indagini coordinate dalla Dda di Catanzaro.

Gli arrestati

Si tratta di Luigi Frassanito (56 anni) e Giovanni Porco (53 anni), assistenti capo della polizia penitenziaria.
I fatti sono datati, i riscontri vanno dal 2009 al 2015,e gli agenti che volevano lavorare onestamente poteva comportare anche l’incendio della propria automobile.

Il Procuratore Gratteri:

«Questa indagine fa parte di quel pacchetto di indagini ferme, dimenticate, alle quali nessuno aveva messo mano, su fatti gravissimi avvenuti all’interno del carcere di Cosenza. Questo lavoro poteva essere svolto tanti anni fa.Io ringrazio il collega Camillo Falvo – commenta Gratteri –  che ha fatto una grande ricostruzione storica, ha messo in ordine le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che da tanti anni ripetevano che il carcere di Cosenza era nelle mani della ‘ndrangheta. Che nel carcere di Cosenza si poteva fare di tutto e di più. Ma la cosa più grave è che si sia consentito che detenuti ‘ndranghetisti di Cosenza siano rimasti per anni a Cosenza».

Gratteri accusa:

«Qual è la logica di tenere pericolosi ‘ndranghetisti nella stessa città in cui operano le cosche che questi uomini comandano?».

L’indagine ha fatto emergere, aggiunge Gratteri, «che chi era preposto al controllo, chi doveva intervenire, ossia tutta la struttura gerarchica del Dipartimento penitenziario, non è intervenuto. Mi auguro che gli arresti di oggi servano a costringere chi deve – dal direttore del carcere al direttore del DAP – ad intervenire per fare un po’ di ordine, quantomeno nell’applicazione dell’ordinamento penitenziario. I detenuti di alta sicurezza dovrebbero stare almeno a mille chilometri di distanza dalla propria zona di controllo criminale».

Il colonnello Piero Sutera

Dopo anni di illeciti, anche risalenti nel tempo, la ricostruzione dei fatti è stata complessa ha spiegato il colonnello Piero Sutera. Riscontri documentali e investigativi da mettere a confronto con le dichiarazioni di ben nove collaboratori di giustizia (Adolfo Foggetti, Daniele Lamanna, Luca Pellicori, Ernesto Foggetti, Mattia Pullicanò, Franco Bruzzese, Vincenzo De Rose, Francesco Noblea e Luciano Impieri).

«I detenuti potevano interferire con le attività investigative,tentare di intimidire chi voleva collaborare. Riuscivano a fare introdurre nel carcere alcol, droghe (che venivano lanciate dentro palline da tennis all’interno del campo di calcio). In una occasione un detenuto si è fatto portare un farmaco per alterare il timbro vocale perché doveva sottoporsi a una perizia fonica».

Il tenente colonnello Michele Borrelli

«In una occasione un imprenditore è stato “convocato” sotto la finestra di un detenuto di spicco che gli ha intimato la restituzione di una somma di denaro, prestata a usura, di 100mila euro».

Il capitano Giuseppe Sacco

«Persone fuori dal carcere potevano ricevere doti di ‘ndrangheta dai vertici delle cosche che si trovavano nel carcere».

Un quadro complesso e abominevole,a poca distanza dalle dichiarazioni del boss Graviano all’udienza “’Ndrangheta Stragista”,che fa riemergere anni bui,nonostante le nostre forze dell’ordine e le Procure stanno lottando con tutte le proprie forze con una normativa penale,un ordinamento giudiziario e un Sistema di Protezione pieni di falle e non a passo con i tempi!

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Collaboratore giornalistico indipendente,mi occupo di inchiesta sulla mafia e criminalità organizzata. Laureato in Scienze della Comunicazione Executive Master in Scienze Criminologiche Autore del libro Cogito ergo sum...ma non troppo,anno 2015 Autore del libro L'Antistato-Volume I°-L'inizio edito a marzo 2019