Da qualche mese, la complessità nella gestione dei cosìdétti “collaboratori di giustizia” sta tornando a galla come già avvenuto negli anni ’95 subito dopo le stragi e nel 2002 quanto dopo trentott’anni latitanza Provenzano era ancora libero, “ziu Binnu ‘u tratturi”, soprannominato ‘u tratturi (trattore)perché dove passava lui si diceva, non cresceva più l’erba, fu arrestato nel 2006.

Bernardo Provenzano “Binnu ‘u tratturi”

Innanzitutto, penso che sia importante chiarire nuovamente la distinzione tra testimoni, pentiti e collaboratori di giustizia.
Quando parliamo di mafie, dopo i termini “affiliati o clan”, troviamo spesso i termini collaboratore di giustizia, pentito e testimone di giustizia che non sono sinonimi.
Il testimone è una persona esterna all’organizzazione che decide di collaborare alle indagini e di testimoniare; spesso sono commercianti colpiti dal racket o semplici persone che hanno assistito ad un crimine mafioso o nel peggior dei casi, sono stati feriti durante un tentato omicidio.
Il collaboratore di giustizia che in gergo giornalistico vengono definiti “pentiti”, invece, sono persone interne alle mafie, quali: Mafia, Camorra, Sacra Corona Unita, ‘Ndrangheta.
Oggi, in Italia, secondo un report realizzato dall’agenzia AdnKronos,1.319 sono collaboratori e testimoni di giustizia e quasi 5 mila i familiari che li hanno seguiti, in quanto considerati “infami” nel mondo mafioso, sia nel passato ma anche recentemente, sono stati colpiti dalle cosiddette “vendette trasversali”, vale a dire che i loro cari (figli e parenti) sono stati vittime di feroci agguati.
Di queste ultime, di cui quasi mai ne viene raccontata la storia personale, tranne dedicarne qualche rigo, mettono a disposizione degli inquirenti il proprio bagaglio criminale,ovvero:regole,composizione strutturale delle mafie e dei loro affari e tante peculiarità che per chi non ne vive le regole e non partecipa alle loro riunioni sarebbe difficile apprendere, per tale motivo vivono come “fantasmi”, spesso costretti a cambiare identità, a non potersi rifare una vita perché “emarginati” da noi stessi, disprezzati come adesso stiamo facendo con gli immigrati, con la differenza che i “collaboratori di giustizia” spesso aiutano magistrati e forze dell’ordine a recuperare ingenti somme di denaro, distruggere quantitativi di stupefacenti, evitare omicidi, scovare latitanti ecc. ecc.
Infine, dobbiamo tener presente che, se è vero che tutti i pentiti sono collaboratori, non è vero che tutti i collaboratori sono pentiti.
Se il giudice Giovanni Falcone si rese conto delle potenzialità che se ne potevano trarre, in cambio di elargizioni, nello scambio di informazioni importanti utili alla comprensione delle dinamiche del Sistema mafioso, non fu certo per caso o per negligenza.

Francesca Morvillo e Giovanni Falcone

C’era, infatti, già una disciplina premiale fino agli ’90 applicata solamente in casi di terrorismo e altre poche fattispecie di reato.
Non bisogna dimenticare, infatti, che Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, decise di raccontare proprio al giudice Giovanni Falcone la mafia siciliana, permettendogli l’istruzione, insieme agli uomini del Pool, del Maxi processo.

Tommaso Buscetta

Nel 1991, grazie soprattutto al magistrato eroe Giovanni Falcone – allora, fortunatamente, nominato direttore generale degli affari penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia – apparve il primo atto legislativo volto a normare la collaborazione tra autorità giudiziaria e appartenenti alle organizzazioni mafiose.
Un problema che si è sempre posto il nostro sistema, sia giudiziario che politico, era garantire la genuinità delle informazioni dei collaboratori, infatti, la direzione presa dai provvedimenti introdotti nel 2001 dalla legge n.45, specifica le modalità della collaborazione.
In primo luogo, il collaboratore ha a disposizione 180 giorni per riferire agli inquirenti tutto ciò di cui è a conoscenza; non sono ammesse proroghe né omissioni.
Secondo, l’obbligatorietà a redigere un verbale illustrativo di tutti gli incontri e i colloqui degli organi inquirenti e dei collaboratori e vengono ridotte le fattispecie del reato, alle quali può essere applicata la disciplina premiale.
Terzo, viene predisposta la confisca del patrimonio del soggetto e vengono istituite apposite sezioni all’interno degli istituti detentivi.
Quarto, l’annullamento della possibilità di detenzione extra-carceraria, cioè non è possibile revocare la carcerazione preventiva e viene fissato un limite minimo di pena che il collaboratore deve scontare prima di poter accedere a eventuali benefici.
Ma sono realmente ascoltati e accompagnati nel loro percorso,oppure come si legge ultimamente dalle parole del collaboratore di giustizia Luigi Bonaventurao dalla testimone soprannominata Maria,qualcosa non va per il verso giusto?
Tenendo in considerazione quanto esposto sopra, penso che sia logico considerare che per sostenere un’efficace lotta alla mafia, non possiamo non tener conto dell’azione comune che c’è bisogno per sostenere queste persone!

a cura di Maurizio Inturri

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Collaboratore giornalistico indipendente,mi occupo di inchiesta sulla mafia e criminalità organizzata. Laureato in Scienze della Comunicazione Executive Master in Scienze Criminologiche Autore del libro Cogito ergo sum...ma non troppo,anno 2015 Autore del libro L'Antistato-Volume I°-L'inizio edito a marzo 2019

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