Giornalisti morti e minacciati

Giornalisti locali sempre più alla gogna e nessuno paga,nonostante vengono denuncitati,aggrediti e minacciati!

Secondo i dati Unesco, nel mondo 1.010 giornalisti sono stati uccisi dal 2016 al 2017 mentre svolgevano correttamente il loro lavoro.

È in aumento il numero di giornalisti uccisi al di fuori delle zone di conflitto negli ultimi anni,infatti, il 55% di quelli uccisi nel 2017 non erano corrispondenti di guerra con l’elmetto in testa e il giubbotto antiproiettile, ma cronisti locali, fuori dai teatri di guerra.

Molti si occupavano di argomenti legati alla tratta di esseri umani,ma anche di mafie e corruzione della politica.

Per questi 1.010 giornalisti uccisi l’impunità è quasi assoluta: 9 volte su 10 non è stata fatta giustizia.

 

In Sicilia,non sono molti i cosidetti “giornalisti antimafia”,cioè quelli che lottano contro la mafia e la corruzione locale con inchiesta e scrivendo nomi e cognomi.

Gli studi e i mezzi a disposizione,spesso e volentieri,sono a carico dei singoli giornalisti,ovviamente anche le intimidazioni a via di denunce o vere e proprie aggressioni e minacce.

La certezza della potente mafia siracusana la troviamo in alcuni documenti come quello che segue…

Il 30 giugno 1992,ad appena cinque settimane dalla strage di Capaci,Leonardo Messina,mafioso e uomo di fiducia del boss Giuseppe Madonia,decise di collaboratore con la giustizia.

Ad incontrarlo nella località protetta in cui si trovava,furono:il dottor Paolo Borsellino e il dottor Antonio Manganelli della Polizia di Stato.

Leonardo Messina,durante quell’incontro,fece i nomi di personaggi mafiosi siracusani e del loro coinvolgimento nella strage di Capaci.

Dichiarò il boss:

Signor giudice quei due delitti, la morte di Salvo Lima e di Giovanni Falcone, sono stati decisi in quella riunione, sono anelli di un’unica strategia. La commissione interprovinciale, quella che noi chiamiamo Regione, non si riunisce per niente, si riunisce soltanto per decidere cose di gravità eccezionale. Solo adesso ho capito, signor giudice:ad Enna, in quel giorno di febbraio, hanno deciso tutto. Solo ora sono in grado di mettere insieme cose diverse, solo ora ho capito.

Nella dichiarazione al giudice Borsellino,Leonardo Messina dichiara:

Già sapevo, signor giudice, che i rapporti della famiglia di Caltanissetta con i siracusani, che non sono uomini d’ onore,erano stretti, ma non pensavo quanto stretti. C’era uno della nostra famiglia, uno che faceva il macellaio – Vincenzo Burcheri (ndr) – che avevamo posato. Che significa? Significa che era stato sostanzialmente emarginato dalla famiglia, nessuno gli diceva più niente, nessuno lo prendeva più in considerazione. Poi d’improvviso vedo che uno dei consiglieri di Piddu Madonia comincia a frequentare la macelleria di Burcheri. Che cosa stava succedendo? Vengo a sapere che Piddu aveva deciso di tenere di nuovo in conto il macellaio perché aveva in mano i siracusani e che noi utilizzavamo i siracusani per compiere dei delitti nella nostra zona. Poi, vengo arrestato. Nel carcere di Caltanissetta Giuseppe Di Benedetto mi confermò questi buoni rapporti. Mi disse che il capomandamento di Riesi, Pino Cammarata, uomo fidatissimo di Piddu, e Cataldo Terminio, che era un soldato della mia famiglia e anche consigliere provinciale di Caltanissetta, avevano chiesto ai siracusani due telecomandi .

Ma ecco i nomi dei siracusani che ancora oggi fanno tremare la provincia.

Questi telecomandi,mi fu detto,erano stato procurati da Agostino Urso.Sì,quello che hanno ucciso due giorni fa.Cammarata e Terminio avevano contattato Urso attraverso Valentino Salafia, fratello di Nunzio Salafia.

Da un articolo storico di Repubblica del 21.11.1992,riportiamo quanto segue:

I Salafia erano addirittura vecchie conoscenze per Borsellino. Nunzio Salafia, 53 anni, era stato accusato della “strage della circonvallazione” (fecero secco il boss catanese Alfio Ferlito, morirono anche i quattro carabinieri che lo scortavano). Era stato di nuovo arrestato, Nunzio Salafia, nel 1982 per l’ assassinio del prefetto Dalla Chiesa con il fratello Valentino, 31 anni, bloccato con un fucile calibro 22 con la matricola abrasa.

Salafia Nunzio
Salafia Nunzio deceduto il 6 luglio 2016

Per la cronaca:Nunzio Salafia era il boss del clan Aparo di Solarino

Ecco cosa successe in carcere dopo la notizia della morte di Giovanni Falcone,Francesca Morvillo e gli uomini della scorta.

Ma è quello che è successo, in carcere, dopo la strage di Capaci che mi ha dato la certezza che quei due telecomandi erano serviti per far saltare in aria il dottor Falcone. La sera di quel 23 maggio, appena in carcere sapemmo della morte di Falcone,ci fu come un boato.Ci furono grida di gioia.Esultavano tutti.Furono proprio gli uomini d’onore di Cosa Nostra a intervenire per calmare i più agitati, per calmare quella gioia.Volevamo evitare provvedimenti disciplinari, tutto qui.Ce ne volevamo stare tranquilli. Tutto qui.Quando tornò la calma, nella mia cella,erano sei gli uomini d’onore, brindammo. Ricordo che c’erano Emanuele Argenti, il figlio di Guido, Maurizio Argenti. Poi uscimmo nel corridoio che si attraversa per andare all’aria. Mi venne incontro Giuseppe Di Benedetto. Mi abbracciò per congratularsi, mi baciò.Pensava che l’attentato a Falcone fosse stato commesso utilizzando quei telecomandi e con il concorso della mia famiglia.Quel Di Benedetto la sapeva lunga,aveva notizie di prima mano perché era in cella con un altro Agostino Urso,il cugino di quell’Agostino Urso ucciso al Sayonara.E d’altronde non mi meravigliai che i siracusani avessero dei telecomandi, dispongono di un gran quantitativo d’ armi, hanno anche tre bazooka”.

Grazie alle dichiarazioni di Leonardo Messina, il dottor Paolo Borsellino riuscì a metter in atto l’Operazione Leopardo, che porto in carcere oltre duecento mafiosi.

«L’Operazione Leopardo,coordinata da Giovanni Tinebra,procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta,si concretizzò nel mese di novembre del 1992,4 mesi dopo la strage di via d’Amelio nella quale morirono il dottor Paolo Borsellino e la sua scorta».

La rivoluzione dei clan siracusani cambiò tra gli agli anni ’80 e ’90.

Nel 1981 si ruppero alcuni equilibri all’interno del clan,con le scissioni dal gruppo madre di Rizza e Schiavone fondarono due cosche distinte che portavano i loro nomi.Dopo questa mezza rivoluzione, il clan Urso non controllerà più l’intera città in quanto, dopo un apposito summit,i tre gruppi stabilirono di comune accordo di spartirsi le zone cittadine:ad Urso andò l’isola di Ortigia con il mercato ittico ed ortofrutticolo,mentre ai clan Rizza e Schiavone tutta la terraferma a partire dalla Borgata Santa Lucia.Purtroppo,come spesso accade,iniziarono nuovamente le faide e nell’estate del 1981 il boss Rizza venne eliminato con un plateale agguato ordinato da Agostino u prufissure.Solo Totuccio Schiavone con il suo gruppo resistettero fino a quando il reggente si dette alla latitanza, sostenendo così la famiglia Urso che nel frattempo veniva affiancata dal clan Bottaro retto da Salvatore Bottaro. Le due cosche infatti presero la nuova denominazione di “Urso-Bottaro“, e controllando quasi interamente Siracusa si resero protagonisti di una sanguinosa faida con i clan cittadini del boss Salvatore Belfiore detto u cinìsi e Santa Panagia. Fra le vittime di quella faida che insanguinò l’intero territorio aretuseo, vi fu l’omicidio del superboss Agostino Urso; dalla sua scomparsa iniziò l’ascesa del gruppo Bottaro che si prefissò l’obiettivo di colmare il vuoto lasciato da u prufissure. (fonte WIKIPEDIA)

Urso è morto,il clan cambiò nome in Bottaro – Attanasio,ma adesso anche Bottaro non c’è più,quindi come si chiama e chi afferma la posizione del super boss Alessio Attanasio?

Infine,ma più importante per sconfiggere l’omertà:

Bisogna ricordare – è d’obbligo – che ad Avola,in provincia di Siracusa,il 29 novembre 1995 fu commesso l’omicidio di Antonino Buscemi.

Antonino Buscemi era un imprenditore,titolare di un’impresa edile. Probabilmente si era rifiutato di sottostare al racket o era riuscito ad aggiudicarsi lavori voluti da altri.

Questa è la storia di della Sicilia,delle stragi e degli omicidi di mafia,ma è anche la storia del racket e dell’omertà che racconta e analizza la mafia della provincia di Siracusa!

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Collaboratore giornalistico indipendente,mi occupo di inchiesta sulla mafia e criminalità organizzata. Laureato in Scienze della Comunicazione Executive Master in Scienze Criminologiche Autore del libro Cogito ergo sum...ma non troppo,anno 2015 Autore del libro L'Antistato-Volume I°-L'inizio edito a marzo 2019