È rimasta una terra “disgraziata” la Sicilia che con i boss come “Graviano”,seppur al 41 bis, impauriscono e intimidiscono come 30 anni fa.

Non è la prima volta che Procuratori delle DDA (Direzione distrettuale antimafia) si trovino senza testimoni fondamentali durante un processo,ma trovarsi addirittura senza tre testimoni fondamentali è davvero il colmo!

Quanto premesso è l’antipasto di un buffet dove noi siamo gli ospiti sgraditi,quelli che finita la cerimonia raccontano a tutti (o almeno tentano),gli attimi particolari colti da “semplici ospiti e osservatori”.

La storia la raccontiamo in modo semplice:due individui, che nel nostro caso sono lo Stato e Giuseppe Graviano,si accusano a vicenda per un torto subito e si presentano davanti ad un giudice,quest’ultimo (come di consueto) deve stabilire chi dei due ha ragione o torto,malgrado le prove che lo stesso ha a disposizione per valutare il caso,decide di ascoltare dei testimoni per giungere ad una sentenza giusta ed equa,ma quest’ultimi sono spariti,sono diventati dei fantasmi,scomparsi dall’intero universo senza lasciare traccia,tranne per uno degli individui che sono presenti davanti al giudice,proprio in questo momento e proprio in questo processo,fatalità vuole che proprio questo individuo Giuseppe Graviano,non dovrebbe proprio saperne nulla perché vive isolato da tutti!

Immaginate Robinson Crosuè che ritorni dall’isola dove ha naufragato e affermi:Io so dove sono!

È possibile vivere ciò come una realtà?

Si,lo è,perché è accaduto veramente qualche giorno fa al Tribunale di Reggio Calabria.

Lui,l’individuo che non doveva essere a conoscenza del luogo di residenza e domicilio dei testimoni,è un boss al 41 bis,uno degli ultimi – se non teniamo conto di Matteo Messina Denaro – che avrebbero dato l’ok per uccidere col tritolo i giudici Falcone e Borsellino,il suo nome per l’appunto è Giuseppe Graviano.

La frittata è servita.Al buffet viene servito un piatto di carne quando tutti gli invitati sono vegani,ma ancora peggio nessuno provvede ad eliminare il piatto e a porgere le “dovutescuse agli invitati!

Ma chi sono veramente gli invitati al buffet?

Ecco la lista:Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,magistrati,pm,avvocati,forze dell’ordine,collaboratori e testimoni di giustizia,familiari dei defunti,Popolo Italiano,e una sfilza di innocenti,noi ci poniamo come “ultimi”,quello è il nostro posto!

Ma è possibile che nessuno abbia controllato e verificato il tutto,affinché tutto ciò non accadesse?

Per quanto da noi verificato,le falle nel servizio di protezione sono ripetitive..
2017

Era il dicembre del 2015,quando il servizio centrale di Protezione si “accorse”,nell’eseguire controlli incrociati per verificare che le operazioni della Divisione economica erano state svolte regolarmente,che attraverso una serie di fantasiose pratiche contabili, erano spariti circa 25 mila euro,fino ad arrivare alla fine del 2017 con un riconteggio a 600.000 euro.
A finire nel mirino,dopo una serie di accertamenti,furono:S.F. e F.G., due funzionari economico finanziari dell’amministrazione civile dell’Interno, e P.F., assistente capo della polizia;tutti prestavano servizio nella stessa divisione.
Il trucchetto per l’operazione era semplice,o meglio antico,i tre infatti per farlo gonfiavano con piccole cifre altre spese, legittime,caricando la differenza su carte di credito in dotazione al Servizio per le esigenze delle persone sottoposte al programma di protezione. Queste somme venivano poi riscosse attraverso prelievi pos.

A carico dei tre indagati l’allora Gip emise tre ordinanze di applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari per i reati di cui agli artt. 314 e 615 ter del codice penale, e cioè peculato e accesso abusivo a sistema informatico o telematico.

Solo l’8 febbraio 2018,su Repubblica.it,il giornalista Francesco Salvatore scriverà:

I soldi destinati ai collaboratori di giustizia fatti sparire. Spostati su carte prepagate, ma non più in uso agli stessi pentiti, e poi sistematicamente prelevati agli sportelli bancomat. Un poco alla volta. Era un sistema ben congegnato quello messo in atto da due funzionari e un assistente capo della polizia in servizio all’ufficio centrale di protezione del ministero dell’Interno.

Ieri, due dei tre imputati hanno chiuso il loro conto con la giustizia. Il gup ha condannato a 2 anni e 8 mesi Fabrizio Socciarelli, funzionario economico finanziario del Viminale, mentre il suo collega, Gianluca Fonzi, ha patteggiato una pena di 2 anni di reclusione: per definire l’accordo ha messo a disposizione la somma di 50mila euro, che finirà nel fondo unico di giustizia. Il primo, invece, ha scelto la via del rito abbreviato, e dovrà comunque restituire quella cifra come risarcimento.

Il terzo imputato, l’assistente capo della polizia Fabrizio Provaroni, è stato rinviato a giudizio: per lui adesso si aprono le porte del dibattimento. Le accuse nei confronti di tutti sono quelle di peculato, per essersi appropriati di 572mila euro negli anni dal 2009 al 2015, e di accesso abusivo al sistema informatico. I tre erano finiti ai domiciliari, con il contestuale sequestro dei conti correnti nel luglio del 2017, al termine di un’indagine della squadra mobile e del servizio centrale di protezione, coordinati dal pm Alberto Pioletti.

Prima che scattassero le manette, però, i tre erano già stati allontanati dalla divisione che si occupa di erogare i fondi per le persone che decidono di intraprendere il percorso di collaborazione con la giustizia. E denunciati. Alla fine del 2015, durante un controllo di routine all’interno delle casse dell’ufficio, erano stati rilevati degli ammanchi. Circa 25mila euro, finiti chissà dove. E a quel punto si era deciso di scavare: andare a ritroso attraverso una serie di accertamenti informatici per controllare gli anni precedenti, arrivando a scoprire l’ammanco monstre di oltre 500mila euro.

Il sistema messo in piedi consisteva nell’entrare nel sistema informatico, di cui possedevano le credenziali per accedere, e caricare sulle carte ” Kalibra”, « delle prepagate utilizzate dal servizio centrale di protezione per il sostentamento economico dei collaboratori e dei testimoni di giustizia » il denaro che ritenevano. Quindi, carta alla mano, andavano materialmente a ritirarlo agli sportelli bancomat. La scelta della prepagata da ricaricare, però, non era casuale: venivano selezionate quelle che erano state restituite dai pentiti in seguito alla cessazione del programma di protezione, oppure quelle non ancora assegnate.

Dicembre 2018

Il presidente della Commissione Antimafia,Nicola Morra,annuncia una “Audizione per chiarire punti oscuri” a seguito dell’omicidio di Marcello Bruzzese,fratello di Girolamo – collaboratore di giustizia -.

Si scopre che Marcello Bruzzese era sotto protezione a Pesaro in un appartamento utilizzato da oltre 20 anni dal Nucleo Operativo di Protezione (NOP) come rifugio per “collaboratori di giustizia”.

In seguito,altri ex collaboratori di giustizia,dichiareranno che i luoghi – rifugio per i “collaboratori di giustizia” sono sempre gli stessi in tutta Italia,anche ad Aosta,Lucca,Campobasso,Termoli ecc..

Febbraio 2012

Viene allo scoperto il primo“collaboratore di giustizia” della ‘ndrangheta che denuncia ombre sul sistema di sicurezza,tramite il suo avvocato denuncerà:La mala sapeva in quale località protetta viveva il mio assistito e si stava organizzando per farlo fuori”.

Caso vuole, che nel 2014,il “pentito” in questione sarà fatto fuori dal “programma di protezione” a causa di “interviste non autorizzate”,seppur a contratto scaduto,insieme alla famiglia: marito, moglie, due bambini,due anziani genitori e altri quattro familiari..tutti i familiari saranno reintegrati nel programma di protezione,ma al pentito che a tutt’oggi collabora con diverse Procure, non sarà concessa questa opportunità,come neanche:nuova identità,passaporto ecc..

Insomma:chi più ne ha, più ne metta!

E noi ne mettiamo ancora..

Cosa vogliamo dire a proposito di Riina Junior che decise di trasferirsi dal Sud al Nord,precisamente in quel di Padova,nonostante il suggerimento contrario del Procuratore Antimafia Nicola Gratteri che avvertì del pericolo?

Bene,basta cercare sul web per capire come andò a finire,anche se non tutto è riportato.. Ricorderanno alcuni la “censura e l’imputazione per associazione mafiosa” per una giornalista, (situazione non chiarita a tutt’oggi) incriminata il 12 giugno 2018 come riporta Ossigeno:

Il 3 e il 4 febbraio del 2017, la giornalista Cristina Genesin, cronista giudiziaria del quotidiano Il Mattino di Padova aveva pubblicato, in due articoli, delle foto che ritraevano il figlio del capomafia Totò Riina in un bar di Padova, mentre incontrava alcune persone, tra le quali un pregiudicato. Quelle foto erano state scattate dai carabinieri quattro anni prima per provare che il figlio del boss aveva relazioni in Veneto.

Sedici mesi dopo la pubblicazione, il 12 giugno 2018, per quei due articoli, la giornalista è stata incriminata per rivelazione del segreto di indagine in concorso con un pubblico ufficiale, con l’aggravante del favoreggiamento all’organizzazione criminale. Inoltre ha subito il sequestro dei telefoni cellulari, dei computer, di dispositivi di archiviazione dati e di altro materiale di lavoro.

Il sequestro è stato eseguito presso l’abitazione della giornalista, nel corso della perquisizione domiciliare ordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia ed eseguita dal Gico (Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata) della Guardia di Finanza di Venezia. La perquisizione è stata estesa alla redazione del Mattino di Padova dove è stato sequestrato il personal computer della cronista e altro materiale. (intero articolo qui)

La giornalista che ripetutamente denunciava: “Casa,volontariato e cocaina. È la doppia vita di Giuseppe Salvatore Riina, figlio del capo dei capi di Cosa nostra. Apparentemente un pregiudicato che osserva gli obblighi imposti dalla libertà vigilata, nella realtà spregiudicato organizzatore di festini a base di coca.”

Sarebbe quest’ultima un’associazione mafiosa?Denunciare pubblicamente gli affari di una qualsiasi persona (che poi non era qualsiasi) che commette reati gravi?

Cosa aspettano le Procure e l’attuale Politica a porre rimedio a questa carneficina qualunquista,chiudendo le posizioni di cui sopra in Veneto e magari lasciando il diritto di informare (se ancora previsto) denunciando il malaffare,e concentrarsi – invece – il prima possibile per capire come un super boss come Graviano,rinchiuso al 41-bis,possa avere informazioni che possono mettere in pericolo la vita di collaboratori e testimoni di giustizia,nonchè di procuratori,giornalisti e persone in serio rischio?

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Collaboratore giornalistico indipendente,mi occupo di inchiesta sulla mafia e criminalità organizzata. Laureato in Scienze della Comunicazione Executive Master in Scienze Criminologiche Autore del libro Cogito ergo sum...ma non troppo,anno 2015 Autore del libro L'Antistato-Volume I°-L'inizio edito a marzo 2019

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