Con tutto questo parlare e postare di scorte sui social, spesso in una generale e totale ignoranza delle condizioni di vita in cui si trovano quelli che, mai per scelta propria, si trovano oggi costretti a vivere sotto scorta, mi accorgo sempre più di quanto sia basso il livello di cultura e conoscenza nei confronti di chi ha deciso spontaneamente di denunciare, parlare, fare nomi, cognomi e il lavoro di magistrato e\o pubblica sicurezza. Ma quello che ho notato, ancor di più, è la mancanza di coraggio nel denunciare in prima persona, e farlo invece con la pelle di altri.

Sono tutti bravi a fare i leoni da tastiera sui social network, al sicuro nelle loro case, prendendo a prestito, o più spesso rubando, il lavoro, le indagini e le prove raccolte da altri. Ma pochi hanno il coraggio di esporsi in prima persona, denunciando e ricostruendo i meccanismi di quel cancro che chiamiamo mafia.

Ma voi che sbandierate l’antimafia, avete un po’ di conoscenza di come si vive denunciando la mafia sia agli inquirenti che pubblicamente? Di come realmente ci si senta svegliandosi ogni mattina sapendo che quel giorno potrebbe essere l’ultimo, per sé o per i propri cari, con il panico che assale a una qualsiasi telefonata o lettera nella cassetta della posta? Con la paura persino di uscire dalla propria casa per recarsi a prendere un semplice caffé al bar?

Mettete un po’ da parte fiction e libri scritti da chi non ha vissuto questa vita realmente, che fanno tanto spettacolo ma dicono ben poco di vero dei discorsi dei vari radical chic che molto parlano ma poco sanno, dei leoni da tastiera e dei vari opinionisti, e cercate di immergervi in quel che segue.

Quando più di anno fa ho iniziato a raccogliere materiale, testimonianze, foto, registrazioni ecc, per poi denunciare il tutto agli inquirenti e tramite articoli, desideravo solo dare voce ai miei concittadini che da una parte avevano paura a farlo, dall’altra avevano perso la fiducia sia nelle forze dell’ordine che nella giustizia.

Quello che ne è conseguito è stato devastante per me e la mia famiglia!

Innanzitutto acquisire la fiducia degli inquirenti (anche con testimonianze alla mano) è stato difficile, e tutt’ora francamente non sono neanche sicuro che sia per loro una persona affidabile, ma sapendo a cosa andavo incontro sono andato avanti, anche se oggi dopo tutto quello che vissuto, e visto il perenne muro di silenzio e omertà che incontro, difficilmente lo rifarei.

All’inizio ho cercato di contattare diversi giornalisti per far pubblicare tutta la storia ma nessuno se n’è voluto occupare, anche se avevo il materiale da fornirgli e su cui potevano lavorare. Forse nel nostro paese interessano solo cose come il calcio, il gossip e le chiacchiere da salotto, e a nessuno interessa conoscere realmente i meccanismi marci e criminali che regolano il sottobosco della società.

Ma poi, piano piano, mi sono accorto che l’inchiesta che doveva riportare il mio nome è stata pubblicata da altri e ripresa da importanti testate giornalistiche.

Tutti bravissimi a fare i coraggiosi con il lavoro (e il rischio) di altre persone.

Da qui ho iniziato a capire che c’era un qualcosa di anormale, e questa anormalità presumo dovesse percepirla anche l’antimafia, ma fino ad oggi così non è stato.

Vi chiederete come mai in questa inchiesta, che poi qualcun altro ha pubblicato, doveva esserci il mio nome, la domanda è lecita e anche la risposta lo sarà.

Secondo voi, in una città di 32.000 abitanti totali, come era possibile che una storia di mafia ed estorsione venisse fuori nei minimi particolari che potevano conoscere solo i pochi fidati?

Una delle possibilità di essere salvaguardato, insieme alla mia famiglia, era pubblicare la storia/inchiesta scrivendo anche il mio nome, visto comunque che il lavoro era stato svolto da me.

Non pensate che combattere o denunciare la mafia e\o criminalità organizzata significhi che qualcuno col tempo la dimentichi. Dal momento che hai parlato (o, meglio, denunciato) la criminalità non dimentica. Ci vorranno forse mesi, anni, ma prima o poi la mafia salda il debito, a qualsiasi costo.

Dalla prima denuncia pubblica non è passato molto affinchè  mi arrivasse la prima aggressione e poi subito dopo un’altra e poi subito denunce sopra denunce insieme a parlamentari e giornalisti, ma questo (come è d’uso in Italia) nessuno l’ha mai scritto!

Dopo due aggressioni e una minaccia, i cui responsabili e mandanti ovviamente non sono mai stati rintracciati, sono stato sottoposto a vigilanza saltuaria da parte della Polizia di Stato; per chi non lo sapesse, la vigilanza saltuaria è un servizio in cui la volante delle forze dell’ordine fa qualche passaggio davanti l’abitazione e nulla più, è più apparenza, un modo maldestro di far vedere che qualcosa si fa, per creare un’illusione di sicurezza.

Potrei parlarvi e incollarvi le immagini dei commenti lasciati sotto i miei articoli, come ad esempio: “tu parli molto, stai attento che prima o poi ti bruci” oppure “sei un finocchio di merda e la spazzatura di Avola “. Messaggi espliciti e inconfondibili, in una Sicilia dove in passato in genere si preferiva minacciare per sottintesi, tramite sguardi e mezze frasi.

Naturalmente io, e chiunque dei pochi che come me hanno deciso di denunciare pubblicamente la mafia, non siamo personaggi pubblici e non seguiamo molto la politica, ma abbiamo scelto di denunciare a nome e per conto della nostra città. E se poi i nostri concittadini, amici , conoscenti ecc ci hanno voltato le spalle per omertà, per paura o perché preferiscono stare con la mafia e l’illegalità anziché con noi,sappiano che con l’omertà e con la paura si arriva alla morte della società. Dovranno questi rispondere ai loro figli e alle loro coscienze, mentre i preti che hanno seguito la stessa scelta omertosa ne risponderanno a Dio, Geova, Allah o come vogliano chiamarlo. Alla fine si son tutti dimostrati uguali.

La mancanza di coraggio, poi, di molte testate giornalistiche della mia provincia, nel non pubblicare le notizie che tramite comunicato delle forze dell’ordine arrivavano alle loro redazioni e parlavano dei colpi inflitti ai potenti clan, sicuramente non fa onore né all’ordine, né ai loro sindacati, né all’intelligenza di quei lettori che invece la verità la vogliono sapere.

Direi che sia inutile aggiungere altro per chi, come voi, posta sui social con un ottimo italiano e senso di giustizia sarà intuibile capire le mancanze e disuguaglianze, oltre a una certa dose di ipocrisia,  di chi si autodefinisce dell’ “Antimafia” .

Redazione A’mattanza

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Collaboratore giornalistico indipendente,mi occupo di inchiesta sulla mafia e criminalità organizzata. Laureato in Scienze della Comunicazione Executive Master in Scienze Criminologiche Autore del libro Cogito ergo sum...ma non troppo,anno 2015 Autore del libro L'Antistato-Volume I°-L'inizio edito a marzo 2019

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