Continuiamo la nostra inchiesta su Mafia e Appalti, questa volta più intrigante perché parla di “oggi” e di come in Sicilia sia possibile sfuggire allo Stato e alle norme giuridiche grazie ad un collaudato sistema che dal dopoguerra fino a questo momento prosegue indisturbato (fatevi due conti per capire quanto questo sistema criminale truffi, alla faccia della legalità).

Il sistema Montante ha sbriciolato quel “muro di gomma” di raccomandazioni, posti al potere, la gestione e la spartizione dei fondi alle imprese nonché un “governo parallelo” che poteva disporre delle carriere di politici e uomini delle istituzioni a piacimento, il caso Saguto (magistrato doc) ha sgretolato la gestione dei beni confiscati alla mafia ed infine, ma non meno importante, noi sgretoliamo “l’abuso nel nome dell’antimafia”.

L’abbiamo fatto col Premio PMA a Paolo Borrometi che si è inventato un falso attentato con un’autobomba, un libro scritto con il sudore, lavoro a rischio della vita altrui oltre ad altre incongruenti ipotesi. Ed ora tocca alle famose “Sorelle Napoli” che senza essere “collaboratori o testimoni di giustizia” si vedono riconoscere dalla solo “Pm Annadomenica Gallucci”, con un provvedimento datata 8 aprile 2017, il diritto di non pagare – grazie alla sospensione dei debiti – cartelle, mutui e canoni ISMEA a far data dal 1969 con una semplice “istanza di sospensione indicate vittime di mafia” già presentata al tribunale di Termini Imerese nel dicembre 2016.

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Questa inchiesta sulle “Sorelle Napoli”,trova le sue fondamenta nella nostra intervista a Francesco Carbone, presidente dell’Associazione Governo del Popolo, il quale ha fornito ampia documentazione.

Ma cerchiamo di andare per ordine e scoprire chi sono veramente le “Sorelle Napoli” e perché si parla di “mafia e greggi” a Mezzojuso (PA).

Irene, Anna e Gioacchina Napoli sono le figlie del de cuius Salvatore Napoli e di Gina La Barbera.

A tal proposito, Claudio Fava, nel dicembre 2018, acquisì in qualità di Presidente della
Commissione Antimafia ARS una serie di atti per stabilire se Salvatore Napoli (padre delle Sorelle Napoli) fu veramente il capomafia di Mezzojuso negli anni Cinquanta e che favorì la latitanza del padrino Bernardo Provenzano proprio nel paese, visto che il Gen. dei Carabinieri Nicolo Gebbia, oggi in pensione, ha dichiarato quanto segue:
Per il padre Toto’, nella proposta di sorveglianza speciale con divieto di soggiorno in Sicilia del 1968, si legge testualmente: “Quando divenne sindaco realizzò quella coincidenza di interessi politico mafiosi precursori delle attuali strategie che consentirono all’epoca la realizzazione di un sistema politico clientelare che oltre a tutelare il proprio prestigio, agevolò la conoscenza e la penetrazione di Cosa Nostra delle campagne nelle sale del potere palermitano”.

Praticamente fu lui, secondo i carabinieri, che traghettò i ‘corleonesi’, del suo amico Luciano Liggio (quello che lo chiamava “il diavolo bianco”), nelle segreterie dei parlamentari democristiani, come Salvo Lima e Bernardo Mattarella. Tutte chiacchiere inventate dai carabinieri, come quelle dei pettegoli di paese a proposito della castrazione del suo maggiordomo o del pestaggio di sua moglie dopo l’ultimo parto.

Unica conferma fuori dal coro degli inattendibili per definizione (carabinieri e megere) l’iscrizione al n. 859 della rubrica elencanti i mafiosi della provincia di Palermo ancora oggi consultabile da chi ne ha titolo presso la Questura di Palermo.

In una puntata di ‘Non è l’Arena’, del 20 gennaio 2019 in onda su La7 condotta da Massimo Giletti, le Sorelle Napoli – “antimafia” – che detengono un territorio aziendale di quasi 90 ettari nel territorio di Corleone, soprattutto se si pensa che il boss Totò Riina detto “u’curtu”, il capo di Cosa Nostra, era diventato mafioso nel corleonese grazie a LiggioLucianeddu – e lasciò a Binny Provenzano’u tratturi” il monopolio di tutte le terre di Corleone fino a Palermo…(?)

Inizia proprio da Corleone, Mezzojuso e territori adiacenti, l’ascesa del ‘boss dei boss’ e
come ha riportato il giornalista RAI, Alfredo Di Giovampaolo, in un articolo tempo a dietro parlando di Placido Rizzotto, “il sindacalista degli agricoltori”, scrisse: “Fu rapito e portato nelle campagne di Rocca Busambra, poco fuori Corleone. Lì fu massacrato di botte e ucciso a colpi di pietra. Il suo corpo fu buttato in una foiba per far sparire ogni traccia e per cancellare soprattutto l’impegno civile di un giovane sindacalista che aveva sfidato il potere dei proprietari terrieri e della mafia. In questo modo atroce finì l’esistenza di Placido Rizzotto, segretario della camera del lavoro di Corleone, il paese di Luciano Liggio, Bernardo Provenzano e Totò Riina. Era il 10 marzo del 1948, un epoca in cui i contadini siciliani combattevano contro la miseria e trovarono al loro fianco sindacalisti e capilega”. (clicca qui)

Territorio mafia Corleonese

Eccovi la mappa di Corleone e dintorni, per farvi capire meglio in quale ampio territorio la “mafia corleonese” agiva, così alcuni capiranno che Mezzojuso non poteva rimanerne estranea!

Come è possibile comprendere, nessuna “leggenda siciliana” potrebbe parlare (se non con la fantasia) di una Mezzojuso o paesi siciliani “incantati”, come nessuno nei d’intorni di Palermo, Agrigento, Trapani, Caltanissetta, ha potuto vivere e coltivare tranquillamente “terre” o “pascolare greggi” senza avere mai a che fare con mafiosi che ne volevano sempre approfittare per il loro potere.

Arriviamo così ai novanta ettari di terreno delle “Sorelle Napoli” il cui territorio –
come vorrebbero far credere – non sia mai stato depredato da famiglie mafiose per il
coraggio del padre, semmai per accordi che gli consentivano di essere lasciato in pace.

Questa è stata la Sicilia del prima e il dopo guerra, migliaia di pagine scritte e pubblicate da svariate “Commissioni Parlamentari” smentiranno quanto scritto: Liggio, Navarra, Badalamenti, Riina, erano boss spietati e con la voglia di potere e ricchezza!

A questo punto, giusto per spiegare e far capire meglio la situazione, riprendiamo l’articolo scritto da Salvo Palazzolo dal titolo ‘Tre donne contro i boss dei pascoli. Minacce e raid non ci fermano’, in data 22/09/2017 da Repubblica (leggi qui), dove il giornalista riporta le dichiarazioni delle Sorelle Napoli: “Ma abbiamo subito anche troppe angherie”, raccontano. Ora, la montagna incantata se la vuole prendere la mafia dei pascoli.

Continua il giornalista Palazzolo: “Hanno avvelenato i cani, hanno lasciato delle pozzanghere di sangue; infine, hanno rotto le recinzioni e hanno mandato vacche, pecore e cavalli a distruggere tutto. Era dei nonni, poi è stata di nostro padre, ora ci siamo noi” — dice Irene — “Tre fimmine che si occupano di novanta ettari coltivati a grano e a fieno. Per qualcuno è inconcepibile.”

La mafia dei pascoli vuole prendersi anche la sorgente, e poi la cava. Vogliono prendersi tutto, in questo pezzo di Sicilia incantato che si trova fra il paese di Mezzojuso e la Rocca Busambra di Corleone. Hanno minacciato anche altri proprietari della zona. Con lo stesso sistema. “L’invasione delle vacche sacre, noi la chiamiamo così”.

Solo le Sorelle Napoli hanno avuto il coraggio di denunciare.
“Nessun altro si è fatto avanti — spiega Ina — e in paese in troppi ci guardano male,perché ci siamo rivolti ai carabinieri. Cos’altro dovevamo fare? Adesso, i carabinieri sono diventati i nostri migliori amici. E speriamo di avere aperto una breccia”.

Si legge a chiare lettere che la “mafia dei pascoli” c’è sempre stata e quindi: o il padre delle Sorelle Napoli ne era a conoscenza e non ha denunciato come gli altri oppure in questa storia si è montata una grande menzogna senza fine, inutile evidenziare l’accento sui Carabinieri che “le Sorelle Napoli” implicitamente ammettono che non si siano mai adoperati…è una vera calunnia alle forze dell’ordine! Ed è proprio nelle frasi “Era dei nonni, poi è stata di nostro padre, ora ci siamo noi” e ci “Hanno minacciato anche altri proprietari della zona.

Con lo stesso sistema. “L’invasione delle vacche sacre, noi la chiamiamo così”, che dobbiamo scoprire la “verità nascosta” delle tre ‘Sorelle’. Per quanto riguarda la seconda frase, cioè degli altri proprietari minacciati, pubblichiamo – contrariamente a quanto dichiarato dalle Sorelle Napoli – una lista con più di 150 firme che denunciano le stesse Napoli nonché Giletti per diffamazione, e qui la domanda: Dove sono i verbali di audizione di queste persone da parte della Procura e come è possibile che tre persone dichiarino senza prove un misfatto e più di 150 le denunciano per diffamazione? – Strano?

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Per quanto riguarda i “nonni” in particolare le Sorelle Napoli, forse, si riferiscono ai famosi “La Barbera o Napoli” di cui in questi paesotti – che conosciamo bene – spesso si intrecciano parentele lontane o vicine e si additano come “nu canusciu” (non conosco nessuno)??

Infatti se Gina La Barbera è parente del soprannominato “u zù Nicola”, cioè Nicola La Barbera, in tal caso non solo esiste una verità sulle strette parentele nei “paesini siciliani”, ma sarebbe scoperchiato del tutto il “vaso di Pandora” delle Sorelle Napoli che non hanno mai voluto “legalmente appropriarsi delle terre” ma di riconoscersi un diritto di proprietà senza effettuare “l’accettazione di eredità” per i soli terreni intestati al fu Salvatore Napoli, dovuta per legge, appropriandosi di parte della Trazzera Regia (terreni demaniali), terreni e alloggi popolari dell’ISMEA mai pagati (cfr. sopra provvedimento di sospensione pagamenti); sembrerebbe proprio come una favola per bambini questa storiella delle Sorelle Napoli

Pertanto anche quella parte dei terreni (piccola parte sui presunti 90ettari) detenuti dalle Sorelle Napoli, pervenuti a titolo di eredità dal Nonno, fu Gioacchino Napoli (padre del fu Salvatore Napoli), doveva essere divisa tra tutti gli eredi e non integralmente attribuita a loro; eredità che comunque si è prescritta per mancata accettazione, con conseguente acquisizione degli stessi in capo al Demanio (come da lettere di diffida inviate dall’Associazione Governo del Popolo APS ai Comuni di
Corleone, Mezzojuso ed agli Enti preposti).

Queste terre – fra l’altro – sembrano non interessare a nessun Ente, tanto è vero che nessuno si è adoperato a recuperare tali beni di proprietà dello Stato, prolungando solo un teatrino mediatico a nome del “Popolo Italiano”. Si precisa che per casi similari di truffa ai danni dell’ISMEA, il gioco della Guardia di Finanza ha già effettuato arresti di privati e funzionari dell’ISMEA in tutta Italia. La domanda a cui si attende la risposta è perché non è ancora intervenuto nessuno ad accertare tali condotte commesse dalle Sorelle Napoli, pur essendo state denunciate dall’Associazione Governo del Popolo nelle Procure ed Enti Competenti?

Il caso merita più approfondimento, ma non prima di riflettere su quanto dichiarano le Sorelle Napoli: “Prima si sono presentate delle persone per offrirci 5.000 euro all’anno, tanto secondo loro vale la gestione dell’azienda”.

Chi capisce ed è del mestiere potrebbe aver appreso un messaggio controverso, come:

Offrirci 5.000 euro all’anno? Tanto secondo loro vale la gestione dell’azienda?”.

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