Stamane,2 giugno 2019,sarà una giornata storica.Si pente il Killer di Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia calabrese,sequestrata a Milano,uccisa e poi bruciata nel novembre del 2009.

Lui,Vito Cosco, condannato all’ergastolo per l’omicidio e la distruzione del cadavere della donna di 36 anni, in concorso con il fratello Carlo, compagno di Lea Garofalo, Rosario Curcio, Massimo Sabatino e Carmine Venturino,scrive una lunga lettera dichiarando quanto segue:

“Non ho giustificazioni per quello che ho fatto: se esiste un aldilà ho bisogno che la vittima continui a disprezzarmi per non aver fatto nulla per fermare quella follia”.

E ancora:

“La verità – scrive – è che io sono morto poco meno di dieci anni fa, insieme alla vittima, ma ancora non lo sapevo. Adesso lo so e sono pronto ad accettare qualunque cosa il destino mi riservi”.

La lettera scritta insieme all’ergastolano Alfredo Sole,in quanto facenti parte del Gruppo della trasgressione, – creato più di 20 anni fa su iniziativa dallo psicologo Angelo Aparo per il recupero di detenuti attraverso l’auto-percezione delle proprie responsabilità – continua a negare di aver attirato in trappola e ucciso assieme al fratello Lea Garofalo, in un appartamento in piazza Prealpi a Milano, ammettendo solo di aver aiutato Carlo Cosco a occultare il cadavere, trovato nel 2012 in un capannone a Monza.

Nella lettera continua Cosco,scrive:

“Ho un fratello più piccolo di me che commise un grave delitto e,a cose già fatte, coinvolse anche me. Mi chiedo come ho potuto oltraggiare un corpo ormai senza vita. Forse è ancora presto per chiedere perdono”.

Continuando,scrive ancora:

“Si può vivere una vita intera e giungere alla fine senza quasi avere rimpianti oppure,come nel mio caso, la fine del nostro ciclo vitale arriva a tutta velocità come una locomotiva impazzita che travolge tutto (…). I miei valori sono cambiati, vorrei che ci fosse un grosso pulsante rosso da poter pigiare e, all’improvviso, il mondo che va all’indietro fino a quel maledetto momento – conclude – quando avrei potuto capire, rifiutarmi e, forse, comprendere quello che stava accadendo e fermarlo”.

In pochi ricorderanno la storia di Lea Garofalo,calabrese di Potilia Policastro,in provincia di Crotone,che testimoniò contro il marito, il cognato e altri personaggi legati alla ‘ndrangheta e alla famiglia d’origine.

Quando la sentenza di condanna per Cosco &Co. divenne definitiva,alla sorella Marisa Garofalo, sorella di Lea,la prefettura di Crotone comunicò il non potersi a procedere al risarcimento previsto per le vittime di mafia,adducendo quanto segue:

“La Signoria vostra non risulta essere del tutto estranea ad ambienti e rapporti delinquenziali”

Il fratello e il padre furono uccisi più di undici anni fa nella guerra tra le cosche locali,Lea stessa decise di uscire dal programma, dopo essersi accorta che l’ex compagno e i suoi complici avevano scoperto la “località segreta” in cui s’era rifugiata.

Da alcune intercettazioni dei Carabinieri,inoltre,risultò che Marisa Garofalo e sua madre Santina si erano fatte avanti “onde propiziare il ritorno di Lea nel borgo natio, al riparo da eventuali ritorsioni”, e che lui stesso aveva “ottenuto, a tal fine, le rassicurazioni dei fratelli Cosco”.

Gli investigatori dedussero anche che “la famiglia originaria di Marisa Garofalo è sempre stata contigua alla criminalità organizzata di Petilia Policastro e aree limitrofe”.

Insomma,la storia e le verità su Lea Garofalo non sono concluse,e noi cercheremo di chiarirle!

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Collaboratore giornalistico indipendente,mi occupo di inchiesta sulla mafia e criminalità organizzata. Laureato in Scienze della Comunicazione Executive Master in Scienze Criminologiche Autore del libro Cogito ergo sum...ma non troppo,anno 2015 Autore del libro L'Antistato-Volume I°-L'inizio edito a marzo 2019