Giorno 27 c.m.,la città di Firenze si è fermata in ricordo della “Strage dei Georgofili”, 25 anni dopo i misteri sono ancora tanti,tranne l’epurazione di Ultimo,Di Matteo,Mori e la falsa testimonianza di Scarantino!

Vorremmo fermarci a quei misteri sopra citati,

ma non possiamo farlo perché informare è un dovere!

Strage di Firenze

La colpa fu attribuita a Cosa Nostra che con duecentocinquanta chili di tritolo, piazzati all’interno di un furgone Fiat Fiorino,provocarono alle 1.04 del 27 maggio 1993 una strage contro lo Stato,e per cui le sentenze che seguirono riconobbero nei nomi dei mafiosi responsabili dell’attentato,in data 6 giugno 1998,i seguenti: Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro (tuttora latitante), Leoluca Bagarella, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Filippo Graviano, Cosimo Lo Nigro, Antonino Mangano, Gaspare Spatuzza, Salvatore Benigno, Gioacchino Calabrò, Cristofaro Cannella, Luigi Giacalone e Giorgio Pizzo,tutti con la condanna all’ergastolo.

La sentenza venne depositata il 27 luglio del ’99 con una motivazione che già intravedeva una “Trattativa Stato-Mafia”,anche se per il capo dei capi,Totò Riina e Giuseppe Graviano,le posizioni erano state stralciate in precedenza,furono ugualmente condannati all’ergastolo nel 2000.

Nelle motivazioni della sentenza di primo grado si scriveva che la trattativa “indubbiamente ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des” e si scrisse anche“l’iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia [..] l’obiettivo che ci si prefiggeva, quantomeno al suo avvio, era di trovare un terreno con Cosa nostra per far cessare la sequenza delle stragi”.
E’ un dato di fatto che QUASI tutti i boss o “uomini d’onore” di Cosa Nostra si trovavano dietro le sbarre il 6 giugno 1998,come è un dato di fatto che se Riina “’u curtu” era lo stragista,adesso con “Binnu u’ Tratturi o Zu Binnu” Provenzano nessuna strage si poteva compiere,in quanto le sue vendette e disegni criminosi dovevano compiersi in silenzio.

Ma è anche un dato di fatto rilevante che il pool di Mani Pulite,con a capo Antonio Di Pietro,verrà messo agli angoli per aver continuato quel lavoro sulla Mafia-Appalti che legava :politica, imprenditori,conti esteri e graduati di ogni ordine è grado.

Per i magistrati che seguirono le vicende pre e post stragi il tutto rientrava:“in un unico disegno che avrebbe previsto una campagna stragista continentale avente come obiettivo strategico (anche) quello di ottenere una revisione normativa che invertisse la tendenza delle scelte dello Stato in tema di contrasto della criminalità mafiosa”. 

Se “’u curtu” era la mente stragista che venne arrestata dal Cap.Ultimo e dagli uomini della sua squadra il 15 maggio 1993,deve essere vero che nessuno aveva traccia degli altri boss che eseguirono la strage dei Georgofili il 25 dello stesso mese,come è vero che il luogo dove viveva latitante Riina era sconosciuto a tutti.

Riina fu pedinato e bloccato nel centro di Palermo proprio per non bruciare il ritrovamento della villa (una delle tante a schiera) impossibile da determinare.

Qualcosa non torna e gli angoli bui sono tanti!

Ripercorriamo tutte o quasi le tappe storiche della mafia,’ndrangheta e camorra

CRONOSTORIA DELLA SICILIA

Grazie a Pino Corrias,che con il libro “Fermate il Capitano Ultimo!”,ha ricostruito le tappe del Capitano Ultimo fino alla sentenza della Trattativa,oggi possiamo riportare quanto segue:

Due anni dopo un pentito dichiara che in quella villa Totò Riina teneva contabilità e documenti importantissimi. Negli anni successivi altri pentiti diranno il contrario: non c’era niente. Dieci anni dopo Massimo Ciancimino, re delle bugie, dirà che là dentro «c’erano documenti e carte che avrebbero fatto crollare l’Italia». Come fa a saperlo? L’ha sentito dire? Se l’è inventato?

I giornali, anno dopo anno,si soffermeranno sempre di più sulla mancata perquisizione mettendo in dubbio le ragioni investigative di quella scelta. I fatti sono sempre gli stessi, identiche le spiegazioni. Ma invece di affievolirsi nel tempo, la suggestione del mistero irrisolto si sedimenta e cresce. Diventa sospetto. Finisce per saldarsi, a mo’ di premessa, con l’altro mistero che di anno in anno diventa più grande, più articolato, quello della trattativa Stato-mafia, sul quale indagano i magistrati della medesima procura, tra i quali il braccio destro di Caselli, Antonio Ingroia.

Un’indagine alimenta l’altra e insieme si rafforzano. Intorno al 1999 la Procura di Palermo formalizza l’inchiesta «contro ignoti» per la mancata perquisizione. Nel 2001 vengono interrogati De Caprio e il generale Mori, che l’anno successivo vedono formalizzata l’accusa di «favoreggiamento a Cosa nostra». L’accusa non si estende agli uomini di Ultimo, evidentemente considerati inconsapevoli degli ordini ricevuti, né a Gian Carlo Caselli, che pure aveva diramato quegli ordini ed era il responsabile dell’arresto di Riina e di tutta l’inchiesta a seguire, compresa la mancata perquisizione. Eppure, per i magistrati che accusano Ultimo, anche Caselli è inconsapevole e dunque non imputabile.

Nel maggio del 2005 – dodici anni dopo i fatti – si apre il processo per la mancata perquisizione. I panni dell’accusa li indossano Antonio Ingroia e Michele Prestipino. Dura ventiquattro udienze. Si conclude con l’assoluzione «per non aver commesso il fatto», cioè per non aver favorito Cosa nostra.

La spiegazione è la seguente: dopo Capaci e via D’Amelio, il 15 gennaio 1993 Riina viene consegnato ai carabinieri da Bernardo Provenzano, che lo brucia considerandolo un peso ormai ingestibile per il troppo sangue versato. In cambio la villa di via Bernini non può essere perquisita perché contiene documenti che devono rimanere in mano a Cosa nostra.

Tratte dal libro di Pino Corrias (d’ora in poi Fonte P.C.)

 

Qui si aprono le vie per un dibattito e le opinioni!

Se Mori &CO trattavano con Ciancimino perché ordinare a Ultimo di catturare Riina?

E ancora:Se Provenzano era per gli omicidi silenziosi,perché quella strage a Firenze?

Secondo l’accusa..

Incassata l’immunità, Bernardo Provenzano non scompare dai radar, ma scatena una nuova stagione di stragi, proprio come avrebbe fatto Riina. Bombe in via Fauro contro Maurizio Costanzo, in via dei Georgofili a Firenze, a Roma contro due chiese, a Milano in via Palestro. Totale: dieci morti, cinquantadue feriti. Senza contare la mancata strage allo stadio Olimpico, una Lancia Thema imbottita di tritolo, parcheggiata vicino al presidio dei carabinieri, che sarebbe dovuta esplodere il 31 ottobre 1993, durante la partita Lazio- Udinese. Ma che per fortuna resta inerte, grazie a un difetto del telecomando.

Strano modo di condurre una trattativa e stranissimo modo di sostituirsi a Riina, facendo esattamente quello che avrebbe fatto lui. Non bastasse il sangue, Provenzano e Bagarella offrono la taglia di un miliardo di lire per catturare Ultimo vivo, torturarlo, interrogarlo, scoprire chi ha tradito Riina e ucciderlo. Lo dicono in almeno due occasioni durante le riunioni della cosca. E lo si scoprirà grazie alle rivelazioni di tre pentiti. Ma non era stato Provenzano a vendere Riina? Non era stata la nuova mafia per sbarazzarsi di quella vecchia?

Consapevoli o meno, i carabinieri e lo Stato restano fedeli ai patti. Anzi. Il 31 ottobre 1995 proteggono Provenzano, che altri carabinieri hanno individuato in un casolare di Mezzojuso, e fanno fallire il blitz. Possibile dopo tutti quei morti e quelle bombe?

Secondo i magistrati della Procura di Palermo che scartano la possibilità dell’errore accidentale, sospettano «l’inconfessabile accordo» tra lo Stato e il capo mafioso, indagano e accusano ancora Mario Mori e il suo vice Mauro Obinu di avere protetto Provenzano anche quella volta.

Anche in quest’occasione il Tribunale di Palermo dice che l’accusa non sta in piedi, li assolve in primo grado, con sentenza confermata in appello e in Cassazione. E siamo al 2017. Cioè ventiquattro anni dopo l’arresto di Riina, ma anche undici dopo la cattura di Bernardo Provenzano in un casolare vicino a Corleone a opera dei poliziotti della Catturandi di Palermo, dopo tre anni di pedinamenti.

Fonte P.C.

I dettagli sono tanti quanto i dubbi!

334 mafiosi svincolati dal 41 bis nei primi mesi del 1993 dal nuovo ministro della Giustizia Giovanni Conso – appena nominato dal presidente Oscar Luigi Scalfaro –, decisione letta come «segnale di cedimento» alla mafia. E dunque coerente con l’imputazione processuale.

L’accusa, tuttavia, viene sostenuta da Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e da due magistrati che hanno avuto le storie e i ruoli più tormentati nelle cronache palermitane: Antonio Ingroia e Nino Di Matteo.

Il primo se ne andrà da un giorno all’altro a metà del processo trattativa per accettare un incarico internazionale antidroga addirittura in Guatemala. Carica che ricoprirà per due mesi – il tempo di rilasciare un paio di buffe interviste in tv a Michele Santoro, seduto sotto una palma, parlando dei cartelli del narcotraffico

– prima di dimettersi, lasciarsi il narcotraffico e le palme alle spalle e fondare un partito intitolato Rivoluzione civile. Quindi candidarsi alle elezioni politiche del 2013, raccogliere il 2 per cento dei voti, dire addio al seggio, dimettersi dalla magistratura. Per poi scegliere una nuova strada, una nuova vita diventando consulente della giunta della Regione Sicilia, guidata da Rosario Crocetta. [..]

Da allora iniziare la carriera di avvocato penalista. E annoverare tra i suoi clienti un tale Victor Dombrowsky, imprenditore rumeno, implicato con Massimo Ciancimino, il teste chiave della sua prima vita, nell’inchiesta sul tesoro accumulato dal padre in Romania: soldi investiti nella più grande discarica del paese, valutata 115 milioni di euro.

Tutti e due indagati – Ciancimino e Dombrowsky – per riciclaggio proprio da Ultimo, dai suoi uomini del Noe, per conto della Procura dell’Aquila e del procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone.

Il secondo, Nino Di Matteo, prima di occuparsi della trattativa Stato-mafia, ha esordito nel processo per la strage di via D’Amelio. Un processo clamoroso, replicato quattro volte – Borsellino Uno, Bis, Ter, Quater –, nel quale per nove

gradi di giudizio durati diciotto anni vengono assecondate le rivelazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino, balordo di quartiere, bocciato tre volte in terza elementare, inattendibile alla prima e anche alla seconda occhiata.

Fonte P.C.

Tanti perché e tante ombre che nel corso degli anni hanno visto e stanno vedendo silurare anche gli stessi,come il dott.Nino Di Matteo,che si è occupato della Trattativa.

Il perché,forse,non lo sapremo mai,ma ricostruiremo una serie di episodi per capire cosa successe e cosa sta succedendo,perché di certo mancano nomi,legami,politici e massoni all’appello!

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Collaboratore giornalistico indipendente,mi occupo di inchiesta sulla mafia e criminalità organizzata. Laureato in Scienze della Comunicazione Executive Master in Scienze Criminologiche Autore del libro Cogito ergo sum...ma non troppo,anno 2015 Autore del libro L'Antistato-Volume I°-L'inizio edito a marzo 2019