Vorrei leggervi una lettera,da me ricevuta giorni addietro,che è stata redatta da alcuni terroristi dissociati;la stessa è stata indirizzata,oltre che a me,anche ad altri colleghi,quali Caselli,Vigna,Napolitano,Imposimato.

La lettera la riporteremo nel prossimo articolo,vogliamo evitare che qualcuno ci rimanga male per il contenuto!

A scrivere queste parole,non siamo noi,ma Giovanni Falcone,in un documento “prezioso” e quasi introvabile sui motori di ricerca,in cui lo stesso magistrato segnava già la strada da perseguire per sconfiggere certi “attacchi alle istituzioni”,la stessa strada – forse – che l’ha portato a quella morte maledetta e stragista,come pronuncerà in seguito il suo amico fedele e collega Paolo Borsellino prima di fare la stessa fine.

Il giorno prima di morire Paolo Borsellino confidò alla moglie inquietanti convinzioni sulla propria fine, che considerava imminente:

«Era perfettamente consapevole che il suo destino era segnato, tanto da avermi riferito in più circostanze che il suo tempo stava per scadere».

Coltivava sensazioni fosche, condivise in uno degli ultimi colloqui con la donna della sua vita:

«Ricordo perfettamente che il sabato 18 luglio 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini, senza essere seguiti dalla scorta. Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere. In quel momento era allo stesso tempo sconfortato, ma certo di quello che mi stava dicendo». (fonte Corriere.it)

La premessa è importante per affrontare l’argomentazione che segue sul caso del pm romano Palamara,ex membro del Consiglio superiore della magistratura ed ex presidente della Associazione nazionale magistrati, indagato per corruzione dalla Procura di Perugia.

Indagine archiviate e denuncia per calunnia al brigadiere della GdF Ladu

In molti avranno dimenticato,e qui lo ricorderemo,del famoso caso del brigadiere della GdF Ladu,già in pensione,che nel 2013 fece tremare tutta l’Italia per le rivelazioni fatte al giudice Ferdinando Imposimato sul “caso Aldo Moro” e la mancata liberazione.

In una recente dichiarazione è lo stesso pm Palamara a ricordare il suo stato di servizio e frequentazioni,dichiarando quanto segue:

[..]In una seconda fase chiarirò i miei rapporti con Cosimo Ferri, Luca Lotti e altre persone con le quali, viste le cariche che ho ricoperto dal 2008 in poi, ho avuto frequentazioni.[..]

Chi è Ladu?

Era il 5 maggio 2013,quando il suo nome e la sua storia venne alla ribalta; ex brigadiere Giovanni Ladu, 57 anni, cagliaritano di origini ma residente da tempo a Novara, che si è spacciato per un ufficiale di Gladio con nome Oscar Puddu,così riportò La Stampa e non solo in quei giorni.

Sempre nel 2013,invece,ecco cosa dichiarò il colonnello Alessandro Falorni, che dal 2011 era capo di Stato maggiore del comando interregionale dell’Italia Nord Occidentale.

Colonnello Alessandro Falorni 2013
Colonnello Alessandro Falorni 2013

«Quando sentii per la prima volta parlare di questa storia rimasi perplesso, io come altri colleghi. Ma quella iniziale titubanza venne superata con passare dei mesi: alcuni particolari che Giovanni Ladu ci aveva raccontato non potevano non essere veri, sembravano essere stati vissuti in prima persona. Ecco perché ci siamo convinti della piena attendibilità del testimone».

E ancora aggiunse il colonnello:

«Ricordo che compimmo alcuni viaggi a Roma, assieme a Ladu e ad altri colleghi. Siamo stati anche in via Montalcini. Ripeto, trovammo dei riscontri alle sue dichiarazioni, che ci avevano convinto della sua attendibilità. Ovviamente non so se è tutto vero, non sappiamo cosa sia successo in realtà; abbiamo solo verificato l’esattezza di alcuni particolari che lui aveva raccontato».

Domanda:se le indagini erano attendibili,perché Palamara non investigò,ma denunciò il teste?

Secondo il pm Luca Palamara, l’ex brigadiere residente a Novara avrebbe accusato i vertici istituzionali dell’epoca, pur sapendoli innocenti, di non aver voluto liberare l’ex presidente Dc Aldo Moro.

No,le cose non sono andate così,non fu Palamara a denuciare e seguire le indagini del caso,ma il pm Pignatone.

Le indagini ci sono state,proprio nella sua abitazione piemontese,i carabinieri del Ros hanno svolto una perquisizione su mandato della procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone.

No,forse ci stiamo sbagliando nuovamente..

L’inchiesta a cura del pm Luca Palamara rivela che dietro le email ricevute da Imposimato – che da giudice istruttore si occupò del sequestro Moro – a firma Oscar Puddu c’è in realtà Ladu. Il quale già nel 2008 contattò Imposimato, dopo aver letto il suo libro sempre su Moro «Doveva morire», e gli consegnò un memoria dattiloscritta su particolari relativi al sequestro dell’ex presidente della Democrazia cristiana. Ladu all’epoca consegnò lo stesso documento anche alla Procura di Roma. Vennero aperte delle indagini ma il caso fu poi archiviato.

No,riflettiamo!Forse stiamo scrivendo questo articolo troppo in fretta..

Il professor Imposimato ha agito in buona fede e si é fidato delle email di Puddu (che non ha mai visto di persona ed era certo, nonostante il dubbio, che non fosse Ladu) e si è rivolto alla Procura di Roma solo a libro stampato, la scorsa primavera.

Dichiarazioni del giudice Ferdinando Imposimato

«Quando sentii per la prima volta parlare di questa storia rimasi perplesso, io come altri colleghi. Ma quella iniziale titubanza venne superata con passare dei mesi: alcuni particolari che Giovanni Ladu ci aveva raccontato non potevano non essere veri, sembravano essere stati vissuti in prima persona. Ecco perché ci siamo convinti della piena attendibilità del testimone».

E ancora aggiunse il colonnello:

«Ricordo che compimmo alcuni viaggi a Roma, assieme a Ladu e ad altri colleghi. Siamo stati anche in via Montalcini. Ripeto, trovammo dei riscontri alle sue dichiarazioni, che ci avevano convinto della sua attendibilità. Ovviamente non so se è tutto vero, non sappiamo cosa sia successo in realtà; abbiamo solo verificato l’esattezza di alcuni particolari che lui aveva raccontato».

Domanda:se le indagini erano attendibili,perché Palamara non investigò,ma denunciò il teste?

Secondo il pm Luca Palamara, l’ex brigadiere residente a Novara avrebbe accusato i vertici istituzionali dell’epoca, pur sapendoli innocenti, di non aver voluto liberare l’ex presidente Dc Aldo Moro.

No,le cose non sono andate così,non fu Palamara a denuciare e seguire le indagini del caso,ma il pm Pignatone.

Le indagini ci sono state,proprio nella sua abitazione piemontese,i carabinieri del Ros hanno svolto una perquisizione su mandato della procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone.

No,forse ci stiamo sbagliando nuovamente..

L’inchiesta a cura del pm Luca Palamara rivela che dietro le email ricevute da Imposimato – che da giudice istruttore si occupò del sequestro Moro – a firma Oscar Puddu c’è in realtà Ladu. Il quale già nel 2008 contattò Imposimato, dopo aver letto il suo libro sempre su Moro «Doveva morire», e gli consegnò un memoria dattiloscritta su particolari relativi al sequestro dell’ex presidente della Democrazia cristiana. Ladu all’epoca consegnò lo stesso documento anche alla Procura di Roma. Vennero aperte delle indagini ma il caso fu poi archiviato.

No,riflettiamo!Forse stiamo scrivendo questo articolo troppo in fretta..

Il professor Imposimato ha agito in buona fede e si é fidato delle email di Puddu (che non ha mai visto di persona ed era certo, nonostante il dubbio, che non fosse Ladu) e si è rivolto alla Procura di Roma solo a libro stampato, la scorsa primavera.

Dichiarazioni del giudice Ferdinando Imposimato

”Quando ho letto la denuncia che mi fu consegnata dallo stesso brigadiere il 7 ottobre 2008 – ricostruisce l’ex magistrato esperto di trame –  in presenza di altri due  sottufficiali inviati da un colonnello della Finanza di Novara, sono rimasto perplesso, data la gravita’ delle affermazioni del brigadiere, e ho detto che senza avere dei riscontri al suo racconto, quella storia non poteva essere credibile.

Spiegai loro che non ero in grado di fare una verifica, anche perche’ – mi fu riferito dal sottufficiale – nel frattempo il Valbella era ‘scomparso’,smantellato. Penso che questo Battaglione Valbella poteva essere una struttura di Gladio. Ritengo ci sono tutti gli elementi per fare ulteriori indagini, oltre quelle svolte puntalmente dalla procura della Repubblica di Roma e dalla procura di Novara”.

Forse non abbiamo capito male..

Imposimato ha ricevuto la denuncia dell’ex brigadiere della GdF Ladu e come magistrato ha verificato che le indagini da parte degli inquirenti di Novara sono state eseguite,quindi lo scambio di email deve essere successivo a questo incontro.

Tutto passa alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro della XVII Legislatura.

Il Presidente della commissione Fioroni Giuseppe durante l’apertura dei lavori della seduta n. 54 di Mercoledì 21 ottobre 2015 espliciterà una serie di argomentazioni tra le quali questa che riportiamo:

Analogamente, ignoriamo quali competenze sul caso Moro siano residuate in capo alla Procura di Roma. Abbiamo appreso direttamente nell’audizione del dottor Ciampoli – che quel giorno, o poco dopo, sarebbe andato in pensione – che aveva fatto una richiesta di archiviazione, peraltro poi revocata dalla stessa Procura generale, e una nuova trasmissione di atti alla Procura della Repubblica per l’ipotesi di concorso in omicidio da parte di Steve Pieczenik. Su tali questioni l’odierna audizione potrà fornire alla Commissione un quadro almeno di indirizzo generale. Chiedo, inoltre, al dottor Pignatone – sebbene siamo consapevoli anche in questo caso che si tratta di fatti accaduti prima che egli arrivasse alla Procura di Roma – di chiarire la vicenda procedurale che ha condotto al citato provvedimento di avocazione delle indagini riguardanti la lettera anonima inviata nel 2009 al quotidiano La Stampa. Vorremmo capire se è stata archiviata o meno e a che punto è il procedimento.

Al riguardo, in occasione dell’audizione del 12 novembre 2014, il dottor Ciampoli ha motivato il provvedimento affermando che, chiesti gli atti alla Procura, aveva riscontrato che su un’iniziativa arrivata nel 2010, salvo un atto compiuto nel 2012, vi era stata una sostanziale inerzia della Procura di Roma sino al 2013, allorché le indagini in precedenza affidate al procuratore aggiunto Capaldo vennero coassegnate al procuratore Palamara, che poi abbiamo audito.

Per noi è stata molto chiara l’esposizione della rogatoria da parte del dottor Palamara, il quale ci ha anche consentito di capire l’altra cosa che ci era stata detta in audizione, ossia che alla Procura generale era stato opposto il segreto istruttorio sulla rogatoria di Pieczenik.

Abu Sharif, dopo aver affermato che gli Stati Uniti erano fortemente contrari all’accordo tra le forze politiche italiane promosso da Moro, che l’Unione sovieteca era contraria alla posizione del PCI, ha espresso la convinzione che gli Stati Uniti abbiano pianificato di rapire e uccidere Moro, se non avesse cambiato la sua posizione. Ha ricordato, quindi, l’invio in Italia da parte dell’Amministrazione americana, durante il periodo del sequestro, Steve Pieczenik, che non operò in favore della liberazione di Moro.

(COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SUL RAPIMENTO E SULLA MORTE DI ALDO MORO istituita con legge 30 maggio 2014, n. 82)

(La parentesi è obbligatoria,perché Pieczenik è la “gola profonda” americana,e come riportato da Ilfattoquotidiano,basterebbe ricordare che venne inviato da Washington in Italia per “assistere” l’allora ministro degl’Interni Francesco Cossiga, poi divenuto Presidente della Repubblica. 

Riportiamo il file PDF delle dichiarazioni (domanda e risposta) 

Commissione Parlamentare 2015

Riportiamo di seguito l’articolo di Fabrizio Colarieti per riportare alla memoria fatti e parole!

E’ quanto sostiene il procuratore generale di Roma, Luigi Ciampoli,nella richiesta di archiviazione, inoltrata ieri al gip del tribunale di Roma, dell’inchiesta sulle rivelazioni dell’ex ispettore di polizia Enrico Rossi che aveva ipotizzato la presenza di agenti dei Servizi, a bordo di una moto Honda, in via Fani.(queste affermazioni sono verificabili nella relazione della COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SUL RAPIMENTO E SULLA MORTE DI ALDO MORO istituita con legge 30 maggio 2014, n. 82)
Il pg ha disposto la trasmissione della voluminosa richiesta di archiviazione al procuratore della Repubblica di Roma «perché proceda nei confronti di Pieczenik in ordine al reato di concorso nell’omicidio di Aldo Moro, commesso in Roma il 9 maggio 1978». La controversa figura dell’esperto statunitense, che fu chiamato dall’allora ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, a far parte del comitato di crisi istituto poche ore dopo il sequestro di Moro, è da tempo, e da molti, considerata “centrale” nella vicenda del sequestro e dell’omicidio del presidente della Dc.
Nella richiesta la procura generale sottolinea che nei confronti del superconsulente, che nei mesi scorsi era ricomparso sulla stampa americana tornando a parlare del caso Moro, «sono emersi indizi gravi circa un suo concorso nell’omicidio, fatto apparire, per atti concludenti, integranti ipotesi di istigazione, lo sbocco necessario e ineludibile, per le Brigate Rosse, dell’operazione militare attuata in via Fani, il 16 marzo 1978, ovvero, comunque, di rafforzamento del proposito criminoso, se già maturato dalle stesse Br».
«Abbiamo trovato del materiale interessante nell’analisi dell’intervista all’esperto americano realizzata da Minoli anni fa. Abbiamo visionato l’intero girato grezzo della intervista», ha spiegato Ciampoli parlando davanti alla Commissione Moro. Noi «abbiamo registrato una autoreferenzialità quasi schizofrenica da parte di questo soggetto che rivendica in maniera diretta di aver determinato l’uccisione di Aldo Moro. La strategia era quella di mettere alle strette le Br che avrebbero ucciso il Presidente quando si erano ormai piegate alla esigenza di liberarlo. Un omicidio indotto».
Nella richiesta di archiviazione vi è traccia anche del ruolo giocato nel sequestro Moro dal colonnello del Sismi, Camillo Guglielmi, presente in via Fani la mattina del 16 marzo 1978 , nei confronti del quale secondo il pg «potrebbe ipotizzarsi» il concorso nel rapimento e nell’omicidio degli uomini della scorta, ma nei suoi confronti non si può promuovere l’azione penale perché è morto. Le indagini compiute dalla procura generale confermano che Guglielmi era «presente in via Fani alle ore 9 antimeridiane» o comunque «pochi minuti dopo il fatto». L’agente del Sismi, durante il processo Moro in Corte d’assise, giustificò la sua presenza lì, a quell’ora, «asserendo di doversi recare a pranzo da un collega, che abitava nelle vicinanze». Versione che il pg definisce «risibile» e che è stata smentita anche dall’amico in questione. Dunque allo stato dei fatti, anche secondo il pg Ciampoli, «restano misteriose le ragioni della presenza di Camillo Guglielmi in via Fani».
In merito alla presenza di una moto Honda nel luogo dell’agguato, Ciampoli ha detto alla Commissione Moro che «bisogna prendere atto che in via Fani, con la moto, non c’erano solo le Br. Questi hanno successivamente sminuito queste presenze non conosciute all’epoca. Oggi sappiamo che su quel palcoscenico c’erano, oltre alle Br, agenti dei servizi segreti stranieri, interessati a destabilizzare l’Italia». «Sicuramente su quella moto non c’erano – ha spiegato il procuratore generale – né “Peppo” né “Peppa”, i due autonomi, che invece sono presenti in altri episodi. Questo è un dato sicuro. Il problema della moto non inquadrata nelle forze Br rimane».
L’indagine della Procura generale di Roma, «meticolosa e approfondita», tuttavia, non ha permesso di identificare chi fosse i due uomini in sella alla Honda e perciò deve essere archiviata perché «non c’è certezza alcuna sull’identità dei due personaggi» che, secondo quanto riferì all’Ansa l’ex ispettore di polizia Enrico Rossi, potevano essere legati ai servizi segreti.

«Premesso che il quadro degli accertamenti acquisito dalla Procura di Roma non era dei più incoraggianti – ha aggiunto Ciampoli -, abbiamo accertato che sulla moto non c’era neanche Antonio Fissore (il fotografo, deceduto nel 2012, che una lettera anonima inviata al quotidiano La Stampa indicava come uno degli 007 presenti in via Fani alle dipendenze del colonnello Guglielmi, ndr). Fissore – ha spiegato il pg – risultava in volo dall’aeroporto da Levaldigi a Varese con rientro a Levaldigi alle 17.15 dello stesso giorno. Quanto allo stesso Guglielmi – ha concluso Ciampoli – abbiamo verificato che non gestiva alcun comando».
«L’audizione con il procuratore generale di Roma, Luigi Ciampoli, e con il sostituto procuratore generale preso la Corte d’Appello di Roma, Otello Lupacchini, che riprenderà domani alle 16,30, è stata di grande interesse ed ha messo in evidenza elementi cruciali del caso Moro: cioè la presenza di presenze esterne alle Br in via Fani e il ruolo dell’agente Usa Steve Pieczenik. Mi pare che più che archiviare, qui c’è da aprire nuovi dossier». Ha commentato il vicepresidente dei deputati del Pd, Gero Grassi. «C’è molto materiale su cui lavorare per scavare e cercare nuove verità. E’ certo – ha aggiunto l’esponente democratico – che, a tanti anni di distanza, le richieste di archiviazione in sede giudiziaria non vanno confuse con l’assoluzione in sede politica, dove non si valutano le responsabilità individuali ma, appunto, quelle generali, politiche. I procuratori hanno infatti spiegato a chiare lettere che non hanno potuto raccogliere elementi sufficienti per poter dare seguito alle denunce dell’ispettore Enrico Rossi perché sono intervenuti dopo una inerzia di due anni. Dunque, la nostra attenzione verso quanto ha dichiarato Rossi resta alta».

Dubbi quindi sul colonnello Guglielmini e la sua figura!

Anche qui,tutto è riportato Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro (COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SUL RAPIMENTO E SULLA MORTE DI ALDO MORO istituita con legge 30 maggio 2014, n. 82)

E’ proprio la Commissione Parlamentare d’inchiesta della XVII Legislatura a riportare e marcare il nome di Pieczenik come persona esistente nel luogo e nel tempo della “ricostruzione dei fatti”

Martelli ha quindi ripercorso le iniziative intraprese dal PSI per avviare non una trattativa con le BR, ma uno scambio di persone; ha definito la posizione del Presidente della Repubblica Leone – con il quale era in contatto il professor Vassalli – tutt’altro che in sintonia con quella della segreteria democristiana; ha rievocato i contatti con Amintore Fanfani, all’epoca Presidente del Senato, che manifestò, più che un dubbio, una vera e propria riserva nei confronti della posizione intransigente assunta dalla segreteria di Zaccagnini, Galloni, Pisanu e Salvi; ha fatto riferimento alla decisione di trasferire la sede dell’unità di crisi – guidata da Francesco Cossiga – dal Viminale al Ministero della Marina con la partecipazione dei servizi segreti, dell’esperto americano Steve Pieczenik e forse – come riferito da alcune fonti – di Licio Gelli; si è soffermato sul coinvolgimento dei servizi segreti cecoslovacchi, interessati alle vicende italiane per conto di quelli sovietici ed interessati a mantenere un canale di contatto con i servizi segreti americani, come documentato dalle vicende di Jiri Pelikan, ex direttore della televisione cecoslovacca, approdato in Italia al tempo della « Primavera di Praga », e da incontri a Praga di Mario Moretti;ha ricostruito i contatti di Claudio Signorile con Lanfranco Pace e Franco Piperno, avvenuti per il tramite del direttore de L’Espresso,Zanetti.

Come è possibile screditare Steve Pieczenik e accusare di calunnia il brigadiere della GdF Ladu (fra l’altro attendibile per il Giudice Ferdinando Imposimato anche per avere un ottimo attestato di servizio,nonché dai figli)in pensione,se i nomi delle “istituzioni” sono tirate in ballo in diverse commissioni?

Forse sarebbe il caso che il Consiglio Superiore della Magistratura dia mandato per approfondire taluni rapporti professionali ed archiviazioni che hanno probabilmente inciso sul riconoscimento della verità processuale in Italia.

E tutto nelle conversazioni intercettate grazie a un «troyan» inserito circa un mese fa nel telefonino di Palamara la trama che infittisce le trattative del “potere” con l’interesse di Lotti e Ferri (sottosegretari del governo Renzi),e la gestione del dopo Pignatone,che hanno tramato contro il Procuratore di Palermo Lo Voi e sostenendo la candidatura del procuratore aggiunto di Firenze Marcello Viola.

Durante le intercettazioni,ha affermato la Procura di Perugia,erano presenti i due esponenti di Magistratura Indipendente: il capogruppo al Csm Corrado Cartoni e il collega Antonio Lepre. Con loro, almeno in un’occasione, c’era l’altro «togato» Luigi Spina, ora indagato per aver rivelato proprio a Palamara l’avvio dell’inchiesta per corruzione a Perugia che aveva appreso grazie alla comunicazione trasmessa al Csm e per questo ha deciso di autosospendersi.

Ma Ielo non è ben visto da Palamara,in quanto era diventato un nemico da quando aveva deciso di segnalare a Perugia proprio le spese di viaggi e gioielli che sarebbero state effettuate in suo favore dall’imprenditore Fabrizio Centofanti,- situazione condivisa anche dal collega in servizio alla Direzione Nazionale Antimafia – che il 7 maggio scorso Palamara lo incontra e gli dice che «Fava vuole andare a Perugia», riferendosi all’esposto che il pm romano Stefano Fava ha deciso di presentare accusando Pignatone e Ielo di scorrettezze nella gestione delle inchieste.

Ed ecco che la situazione si infittisce,il collegamento Palamara e Pignatone viene accertato oltre che dalle intercettazioni,anche dalle rivelazioni della Commissione Parlamentare che abbiamo pubblicato,e la situazione diventa più ombrosa..

Infine,lo scandoloso finale,sul caso Luca Palamara, indagato per corruzione, spunta anche la moglie Giovanna Remigi, assunta per tre anni come dirigente esterna della Regione Lazio a guida Pd con presidente Nicola Zingaretti.

A sviscerare i rapporti piuttosto imbarazzanti tra magistratura e politica è il Fatto quotidiano, che ha spulciato il curriculum della signora Palamara.

Tra 2015 e 2017 la Remigi ha ricoperto un ruolo nell’ufficio “Analisi del ontenzioso” nella Direzione Salute e Politiche sociali, al costo di circa 78mila euro all’anno, esclusa la retribuzione di risultato. Nel 2017, poi, la moglie di Palamara ha ottenuto un contratto all’Agenzia Italiana del Farmaco come Dirigente II Fascia della Segreteria Tecnica Istituzionale della Direzione Generale.

A questo punto viene da chiedersi:chi è Palamara e come intreccia questi rapporti da Nord a Sud,tra politica e magistrati?

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Collaboratore giornalistico indipendente,mi occupo di inchiesta sulla mafia e criminalità organizzata. Laureato in Scienze della Comunicazione Executive Master in Scienze Criminologiche Autore del libro Cogito ergo sum...ma non troppo,anno 2015 Autore del libro L'Antistato-Volume I°-L'inizio edito a marzo 2019

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