Censure sopra censure,è questa la verità giornalistica e deontologia che l’Ordine dei Giornalisti non è riuscita a tenere sotto controllo ne esprimere, pubblicamente nonostante le prove raccolte dalla Procura di Caltanissetta  sul caso Montante. 

Antonello Montante

Eppure,i due giornalisti, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, avevano scritto la verità con quell’articolo del luglio 2013 pubblicato su Il Fatto Quotidiano , che qui riproponiamo.

Ecco l’articolo apparso quel luglio 2013 che cambia l’etica dei due giornalisti!

“Confindustria Sicilia occupa il potere in nome della legalità” di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

“Oggi sono in giunta con Crocetta, così  come nei quattro anni precedenti sono stati al governo con Lombardo. Hanno occupato Unioncamere regionale e si apprestano a scalare il vertice nazionale. Hanno piazzato, non senza forzature, un fedelissimo a capo dell’Irsap, l’istituto siciliano che finanzia le aree industriali. Controllano, da un lustro, l’assessorato alle Attività produttive e sono pronti a gestire le nomine di Camere di commercio, Ircac, Crias, fiere e porti, dopo avere avviato l’epurazione di 14 dirigenti su 18. Ma ora, contro i vertici di Confindustria Sicilia, arriva l’accusa più bruciante, scivolosa e antica: quella di utilizzare la patente della legalità e lo schermo dell’Antimafia per occupare “militarmente” posti di sottogoverno ed enti regionali, pilotando nell’ombra le scelte del Governatore siciliano. Una lobby politico-affaristica, insomma, cinica e spregiudicata, nascosta dietro le foto in bianco e nero di Falcone e Borsellino?

La miccia l’ha accesa a luglio il Pd Davide Faraone, vicerè siciliano dei renziani, riesumando Leonardo Sciascia: “Attenti ai professionisti dell’Antimafia”. Subito dopo, gli ha fatto eco Nello Musumeci, leader de La Destra, presidente della Commissione regionale antimafia: “Ancora più dei mafiosi” ha detto in aula, intervenendo sul ddl anti-parentopoli “temo i mafiosi dell’Antimafia”. Per poi aggiungere, secco: “In giro ne vedo troppo spesso”. Nessun aperto riferimento, in entrambi i casi, a Confindustria Sicilia, ma da quel momento a Ivan Lo Bello (nella foto), ex presidente degli industriali dell’isola e vice presidente nazionale, fischiano le orecchie: “Basta! ed ha sbottato – noi non facciamo professionismo dell’antimafia, ma ci muoviamo con atti concreti e rischiando la pelle”. E il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, intervenendo nei giorni scorsi ad un convegno sulle stragi a Chianciano Terme, ha tuonato: ”In Sicilia e’ in corso una campagna di delegittimazione della vera antimafia da parte di centri occulti che vogliono screditare chi fa antimafia con i fatti, come Confindustria, Fai e Addiopizzo”. E poi ha aggiunto: “Questa campagna di delegittimazione, che e’ anche una strategia della tensione, potrebbe tradursi in attentati e azioni eclatanti”.

Nessuno, insomma, tocchi Confindustria. La polemica, però, è ormai divampata. Anche se l’associazione degli industriali siciliani non è un partito politico, e non gode di alcun consenso elettorale, oggi nell’isola è diventata per molti il ”partito dell’antimafia”: concentrato di potere e bersaglio di circostanziati anonimi, come quello che da qualche giorno circola per le redazioni, raccontando nei dettagli la marcia di occupazione del sottogoverno da parte di un poker di uomini d’oro: oltre a Lo Bello, i vip sono Antonello Montante (foto a sinistra), presidente regionale, il suo vice Giuseppe Catanzaro, presidente di Confindustria Agrigento, e Marco Venturi, ex presidente dell’associazione a Caltanissetta, e già assessore della giunta Lombardo. Con la benedizione di Crocetta, indicato come un “pupo” nelle mani di quella che ironicamente viene chiamata Lobbyndustria.

Chi li accusa di monopolizzare l’economia siciliana, li descrive come i nuovi “Intoccabili” di Sicilia: amici di investigatori e magistrati antimafia, da Lari ad Antonio Ingroia, godono di un’immagine pubblica adamantina. Lo Bello è l’inventore del “codice etico” degli imprenditori, Montante predica la ribellione contro il “pizzo”, Venturi è descritto come un “protagonista della stagione antimafia dell’imprenditoria siciliana”, e Catanzaro caldeggia l’istituzione di un “rating” per promuovere la legalità: “l’introduzione di valori premiali per chi concorre con regole di normalità: fare ricerca, produrre ed essere trasparenti”. Tutti possono vantare un invidiabile palmares di doppi e tripli incarichi, che li hanno proiettati nel ruolo di leader nell’olimpo degli industriali: Montante è il capo di Unioncamere Sicilia; Lo Bello è il presidente della Camera di commercio di Siracusa, secondo l’anonimo un “perfetto trampolino di lancio” per l’assalto al vertice nazionale di Unioncamere; Venturi siede nel consiglio di amministrazione del “Sole 24 ore” e punta alla presidenza dell’Irfis, la cassaforte degli investimenti siciliani.

Ma l’immagine simbolo delle polemiche attorno a Confindustria è il lampeggiante perennemente acceso sull’auto di Alfonso Cicero, ufficialmente geometra, piazzato alla presidenza dell’Irsap (l’ente che ha inglobato le 11 Asi – aree di sviluppo industriale – dell’isola, oggi sempre piu’ desertificate) dall’assessore Linda Vancheri, ex funzionaria dell’associazione industriali di Caltanissetta, molto vicina a Montante e per questo ribattezzata dagli avversari Lady Confindustria. Senza titoli, né laurea, come accusa l’ex assessore di Lombardo, Gaetano Armao, che ha chiesto al commissario dello Stato la sua revoca, Cicero, dicono i suoi detrattori, ha in tasca un’appropriata ”patente” antimafia, guadagnata grazie ad alcune intimidazioni denunciate ad Agrigento: esempio seguito dal suo segretario, Francesco Comparato, che si è rivolto ai carabinieri denunciando, seppure con sette giorni di ritardo, l’incendio di un casolare a Campobello di Licata. Entrambi hanno incassato la pronta solidarietà di Confindustria, che però non è stata altrettanto generosa da offrire sostegno al commerciante agrigentino Ignazio Cutrò, autore di ripetute denunce contro il racket del pizzo e contro la solitudine cui sarebbe stato lasciato, persino da Addio Pizzo: “Quando la mia vicenda era finita sui giornali e la mia attività e sicurezza erano precipitate, ho preso i contatti con Addiopizzo” ha raccontato Cutrò – in quell’occasione ho conosciuto Daniele Marannano, l’avvocato Ugo Forello e Salvatore Caradonna. Ho raccontato loro i miei problemi, ma mi hanno detto che il presidente di Confindustria Agrigento, Catanzaro, aveva detto loro di non aiutarmi perchè dovevo andarmene dalla mia terra.

Veleni inoculati nel corpaccione tormentato dell’Antimafia siciliana, a cavallo tra affari e impegno civile, oppure solidarietà a corrente alternata di una lobby di potere convinta di dividere le vittime del racket in buoni e cattivi? E se il geometra senza titoli, vessillo di legalità, dovrà lasciare il suo incarico all’Irsap entro sei mesi, obbligato dalla nuova legge approvata in piena bagarre pochi giorni fa, un chiaro segnale di stop politico rivolto a Crocetta, a Confindustria siciliana e al senatore Beppe Lumia, lo spin doctor dell’alleanza tra il Governatore e gli industriali dell’isola, la domanda resta sospesa nella terra di Pirandello dove neppure l’ennesima denuncia, questa volta del presidente di Confindustria Trapani, Gregory Bongiorno (che nei giorni scorsi ha inchiodato tre mafiosi che gli avevano chiesto 60 mila euro di “pizzo” arretrato) aiuta a chiarire.

C’è, infatti, chi e’ convinto che anche questo gesto di ribellione sia una ”scena preparata ad arte”, come ha scritto il sito Link Sicilia, citando l’intervento polemico del corrispondente trapanese dell’Ansa, Gianfranco Criscenti, autore su Facebook di un post al vetriolo: ”Leggo senza sorpresa” ha scritto Criscenti – le entusiaste reazioni che hanno seguito la scelta di Gregory Bongiorno, di denunciare gli estorsori. Chi si entusiasma dovrebbe conoscere la storia dell’Agesp, l’omicidio del padre (avvenuto nel 1989 per un regolamento di conti in seno a Cosa Nostra) e le mancate denunce fatte dall’imprenditore tra il 2005 e il 2007, quando versava diecimila euro all’anno ai picciotti! Gesto importante, ma fin troppo tardivo”. E se Lo Bello e Montante hanno ricoperto di sperticate lodi il “coraggioso” dirigente trapanese, nessuna parola è stata spesa per il suo predecessore, Davide Durante, per il quale la procura di Marsala, guidata da Alberto Di Pisa, ha recentemente chiesto il rinvio a giudizio per non avere versato entro i termini le ritenute d’acconto risultanti dalle certificazioni rilasciate ai sostituti d’imposta per un ammontare complessivo di quasi 65 mila euro. Dettagli, forse, per una Confindustria freneticamente impegnata a riacquisire credibilità sul fronte dei rapporti con la politica e con la giustizia, costruendo sul discrimine antimafia un’immagine rinnovata dell’imprenditoria siciliana.

Non senza qualche intoppo. È accaduto a giugno, quando nell’aula di Montecitorio in procinto di esprimere il parere sulla richiesta di Crocetta di dichiarare l’emergenza sull’intero ciclo dei rifiuti a Palermo (e limitatamente all’impiantistica per il resto dell’isola) è giunta una lettera di Legambiente e Confindustria Sicilia che si sono opposte, sbandierando il rischio di ”infiltrazioni mafiose”. Un rischio fasullo, secondo l’ex pm antimafia di Caltanissetta Nicola Marino, ora assessore siciliano all’Energia, che senza giri di parole ha accusato Confindustria di boicottare la raccolta differenziata, difendendo il sistema delle vecchie (e spesso mafiose, in Sicilia) discariche: una delle quali, tra le più importanti, è gestita proprio da Catanzaro, il vice di Montante. ”Deve dedursi – ha sottolineato Marino che ha lavorato per anni al fianco di Lari – che le associazioni non prediligano impianti di riciclo, compostaggio, pirolisi e così via, o meglio, non prediligano che, una volta tanto, li si faccia subito, probabilmente innamorati delle vecchie e care discariche come quella che Catanzaro gestisce in quel di Siculiana”. Uno scontro al calor bianco con Confindustria Sicilia, alimentato dalla denuncia, annunciata dall’ex pm antimafia, contro i protagonisti dello scandalo dei termovalorizzatori, “la madre di tutti gli affari siciliani”, uno dei quali e’ appunto, Catanzaro (nella foto sotto): ”Una cosa è la politica vera dell’antimafia – ha scritto Marino in una nota – altra quella fittizia di cui si sono appropriati settori dell’imprenditoria”.

Su questo scontro il magistrato, poco incline alla retorica antimafia da salotto, non intende indietreggiare di un millimetro, ed ha messo in gioco il suo posto di assessore in tempi di rimpasto, dopo che il Pd siciliano ha aperto la crisi chiedendo ai “suoi” uomini di dimettersi dalla giunta Crocetta e provocando la reazione del Governatore, che ha paragonato il segretario regionale dei democratici Giuseppe Lupo a Berlusconi. Al posto di Marino, il sito Live Sicilia fa già il nome del successore: Antonello Pezzini, imprenditore democristiano di Bergamo, trombato alle elezioni del ’92, oggi a capo della cabina di regia della Regione per lo sviluppo della green economy. Ma soprattutto rappresentante di Confindustria al Cese, il Comitato economico e sociale europeo di Bruxelles. In Sicilia si dice: altro giro, altra corsa.

a cura di Maurizio Inturri 

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Collaboratore giornalistico indipendente,mi occupo di inchiesta sulla mafia e criminalità organizzata. Laureato in Scienze della Comunicazione Executive Master in Scienze Criminologiche Autore del libro Cogito ergo sum...ma non troppo,anno 2015 Autore del libro L'Antistato-Volume I°-L'inizio edito a marzo 2019

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