‘Ndrangheta. Dopo la ‘ndrina Nicola Tripodi, un giovane collaboratore fa tremare la ‘ndrina Mancuso!

‘Ndrangheta. Dopo la ‘ndrina Nicola Tripodi, un giovane collaboratore fa tremare la ‘ndrina Mancuso!

 La ‘ndrina Tripodi non aveva fatto i conti con gli investigatori italiani ed adesso “la tremarella” arriva alla ‘ndrina Mancuso e a tutta la ‘Ndrangheta, grazie alle nuove rivelazioni di un nuovo “coraggioso collaboratore di giustizia”.

Aprire gli occhi e denunciarne malefatte e famiglie è l’unico modo per “salvare i bambini”.

La storia non può certo rendere omaggio fuori le mura carcerarie agli affiliati “Tripodi”, almeno a quelli che appartengono alla ‘ndrangheta borghese che hanno portato fiumi di stupefacenti – dalla droga all’eroina -, armi – dalle pistole ai kalashnikov -, omicidi spietati, accordi massonici e “ciliegina sulla torta”, – al pari della ‘ndrangheta militare -, obbligano i loro figli a seguire le loro strade, scriviamolo chiaramente: privano di libertà i loro congiunti!

Per chi non lo sapesse, la ‘Ndrangheta si divide in militare e borghese, e questa ricostruzione strutturale è arrivata a noi grazie alle numerose testimonianze dei collaboratori di giustizia.

Un plauso alle nostre forze dell’ordine e magistrati che ogni giorno combattono una ‘ndrangheta estesa dai confini del nord a quelli della Calabria.

I Tripodi, di cui racconteremo la storia di Nicola, che pensava di farla franca, non aveva fatto bene i conti con gli investigatori italiani…

Ad appena diciottoanni,classe 1966,inizia la sua carriera prendendo a coltellate ed uccidendo un suo amico, tale Licciardi Nicola, venendo condannato per questo a nove anni di carcere, ma i giorni – anzi anni – trascorsi presso l’istituto carcerario di rieducazione sociale, non gli serviranno a niente, anzi pensò subito di farsi sentire dai suoi accoliti del “cosca Tripodi del Vibonese”, creando aloni di paura nella società, nel 1975 accoltellò il padre Orlando e finì deferito alla Procura locale, nel 1976, Nicola Tripodi è stato al centro di altri due episodi: l’omicidio a colpi di lupara di un operaio – fatto per il quale è stato comunque assolto1978 e 1980 altri episodi tra cui l’esplosione di colpi di pistola, a Vibo Marina, contro un presunto rivale in amore.

Inizia così l’ascesa della ‘ndrina Tripodiche si afferma “sgarrista*, forse sottovalutata per alcuni anni o forse riorganizzatesi diversamente, fatto sta che sarà capace di gestire appalti milionari in tutta Italia, grazie ad alleanze con la politica e le varie massonerie, che gli faranno realizzare la più imponente opera pubblica mai realizzata nel Vibonese, ovvero la “Strada del Mare”, per un valore di circa 65 milioni di euro, grazie anche alla costituzione e accomodazione di prestanome, attraverso proprie imprese; inoltre la ‘ndrina,avrebbe gestito importanti subappalti di opera pubblica nel “post alluvione” del luglio 2006 a Vibo Marina e Bivona.

* Col termine sgarro si intende nelle ‘ndrine locali il capo cosca

È tutto?No!

La cosca Tripodi, forte delle alleanze politiche – massoniche, si rafforza successivamente creando  solide alleanze con la cosca Mancuso di Limbadi (anche se successivamente ne sia entrato in “guerra” con l’ala di Limbadi e Nicotera guidata dal boss Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”) e la cosca Gallace-Novella di Guardavalle, unendosi alle nuove alleanze, avrebbe così gestito lo smaltimento dei fanghi del “dopo alluvione” a Vibo Marina, lavori di rifacimento dei sottopassaggi ferroviari nella zona marina di Vibo.

Grazie alle investigazioni dell’allora comandante della Stazione dei carabinieri di Vibo Valentia, Nazzareno Lopreiato, attraverso l’inchiesta denominata prima “Atlantide” e solo successivamente prese il nome della famosa “operazione Lybra” curata dalla Dda, riuscì a far luce su tutti gli interessi della cosca Tripodi e sulle insospettabili relazioni, oltre all’interesse della ‘ndrina nell’appalto della raccolta dei rifiuti solidi urbani indetto dal Comune di Vibo Valentia nel 2008. 

Con l’Operazione Lybra in molti vanno al “fresco”, e ancora non sanno cosa gli attende, a settembre 2017, la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza emessa il 26 aprile dello scorso anno (2016) dalla Corte d’Appello di Catanzaro nei confronti degli imputati, cosca Tripodi di Portosalvo, frazione di Vibo Valentia, saranno condannati definitivamente: Nicola Tripodi di anni 69,8 anni di carcere, Salvatore Vita, 42 anni, di Vibo Marina, 9 anni di reclusione, Gregorio De Luca,39 anni, di San Gregorio d’Ippona,2 anni e 8 mesiAntonio Tripodi di anni 53 anni – fratello di Nicola –  7 anni e 6 mesi di reclusioneSante Tripodi di anni 44 anni – altro fratello di Nicola –  condannato a 6 anni e 8 mesi.

Le accuse a loro carico saranno: associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, frode nelle pubbliche forniture, usura, rapina ed estorsione i reati.

Come avevamo scritto sin dall’inizio “nessuno ha la facoltà di scegliere liberamente”!

Nicola Tripodi, “lo sgarrista”, nelle sue escalation criminale con attività illecite, non convinto degli anni di reclusione trascorsi in carcere ad appena 18 anni, ha coinvolto, facendosi coadiuvare nelle sue attività, i fratelli Antonio e Sante.

Clan Tripodi

Una ‘ndrina pericolosa quella di Nicola Tripodi, specializzatasi nel controllo degli appalti pubblici, capace di porsi da “garante” degli equilibri mafiosi in una vasta area del Vibonese, da Pizzo a Cessaniti, passando per Briatico; una ‘ndrina legata inizialmente a doppio-filo ai Mancuso di Limbadi e capace di uscire vincente dalla faida con i Covato di Portosalvo per poi, in perfetta autonomia, divenire negli ultimi anni punto di riferimento criminale persino per il nascente cosca dei Piscopisani,– come svelato dal collaboratore di giustizia Raffaele Moscato – in occasione dei suoi rientri da Roma in occasione della festa patronale di Portosalvo.

Ma è proprio adesso che le rivelazioni scottanti, coperti da segreto istruttorio “omissis”, del nuovo “giovane collaboratore di giustizia”, stanno facendo tremare le potenti ‘Ndrine calabresi.

Emanuele Mancuso, in ore e ore di registrazioni e più di trenta interrogatori, ha fatto i nomi di boss e gregari riempiendo liste anche di “colletti bianchi”.

Affidandosi al pool antimafia guidato dal noto magistrato Nicola Gratteri, il giovane Emanuele, pur esternando paure per ritorsioni contro la sua famiglia, sta squarciando quel velo di omertà all’interno della ‘ndrina del vibonese, quella più potente e ammiccata alla massoneria deviata che arriva fino a Roma.

Il grande coraggio di questo giovane, sta rompendo il muro di omertà, le rivelazioni “esplosive” arrivano da un giovane che fa parte della cosca Mancuso, coloro che si vantavano di non aver mai avuto tra di loro dei pentiti, ma Emanuele sta scegliendo il suo futuro e libertà!

Il giovane collaboratore, del casato di Limbadi, conosce i segreti di famiglia ed è per questo che le sue dichiarazioni stanno facendo tremare le ‘ndrine: dagli esponenti della mia stessa famiglia, a quella degli Accorinti di Zungri, gli Accorinti di Briatico, Gregorio Niglia “detto Lollo” (affiliato alla famiglia Accorinti di Zungri e vicino alle famiglie Mancuso e Pesce di Rosarno, la famiglia Fiarè di San Gregorio d’Ippona, i Navarra e principalmente Leone Soriano.

Ipotizziamo che negli omissis” ci siano nascosti i tanti nomi dei presunti “colletti bianchi”, ma un’ampia panoramica sui traffici di droga di Vibo e sull’eroina – che secondo il collaboratore sta creando morte – è già verbalizzata e a vaglio del pool;

Un mix di marijuana e cocaina, nella provincia di Vibo, con un mercato milionario alimentato da tutte le ‘ndrine che si rifornirebbero a Napoli per poi smerciare la più pericolosa delle droghe pesanti a Spilinga, Zungri, Mesiano, Pernocari, Paravati, Mileto, Comparni, Filandari, Arzona, Vena di Jonadi.

La mappa dello spaccio disegnata da Emanuele Mancuso, il rampollo dell’omonima cosca di Limbadi che dallo scorso 18 giugno collabora con la giustizia, è allarmante.

Il collaboratore ha dichiarato fra l’altro:

“Nel Vibonese la sostanza la trattano solo due canali: uno proviene da San Giovanni di Mileto-Comparni e l’altro da Filandari con Soriano Giuseppe”.

Il collaboratore di giustizia ha anche confessato, in uno dei primi interrogatori, di una strategia posta a danneggiare l’imprenditore Antonino Castagna – coinvolto nel processo Black money, ma assolto da ogni accusa –  ad opera dei Soriano.

“C’era l’intenzione di Leone Soriano di distruggere la casa di Castagna, cosa che avrebbe fatto a prescindere dal mio contributo. Lo avrebbe fatto comunque perché per lui Castagna era un bersaglio mobile. Leone Soriano è uno psicopatico criminale, temuto dalla sua stessa famiglia con seri problemi di carattere e di personalità”.

“Prima dei danneggiamenti – ha precisato – ho parlato con zio Luigi (Luigi Mancuso capo della cosca di Limbadi ndr) perché Leone Soriano mi ha invitato a farlo dandomi il fascicolo che documentava il fatto che Castagna lo avesse denunciato. Quando ho portato il fascicolo da mio zio Luigi mi disse che Soriano gli aveva mandato delle lettere a Castagna. Inizialmente c’è stato un accordo tra Leone e zio Luigi che consisteva nel dargli 4000mila o 5000mila euro affinché Castagna non fosse toccato. Tale somma – aggiunge – doveva sborsarla la famiglia Mancuso”.

Successivamente negli altri interrogatori, il giovane collaboratore Emanuele, preciserà questo passaggio:

“I soldi li avrebbe dati mio zio Luigi per chiudere la vicenda una volta per tutte”. “La bomba invece è stata una mia iniziativa perché – afferma – ce l’avevo con i miei parenti in quanto mi sono sentito utilizzato. Ho capito che avevano fatto quell’accordo tramite me perché volevano prendere tempo per organizzare l’eliminazione di Leone Soriano. Con questo arresto – rivela agli inquirenti – gli avete salvato la vita”.

Ed ancora:

“Non mi spiegò il motivo per cui lo zio avesse questa intenzione ma venne da me sia per via della nostra amicizia fraterna, sia perché sono Emanuele Mancuso e potevo interloquire con i miei parenti, atteso che aveva capito che lo zio aveva messo in atto una linea stragista che avrebbe portato a delle conseguenze negative per l’intero nucleo familiare dei Soriano nonché per l’incolumità dello stesso Leone Soriano”.

“Leone mi consegnò un fascicolo processuale contenente dei documenti evidenziati in giallo attinenti ad un procedimento penale che lo riguardava e di cui non so l’oggetto. Sicuramente però riguardava anche membri della sua famiglia. Mi evidenziò le dichiarazioni rese dal Castagna come testimone contro il gruppo Soriano nonché quelle rese da un collaboratore-dipendente di Castagna”.

Nella dichiarazione, afferma il collaboratore, di aver portato quel fascicolo dallo zio Luigi e aggiunge:

“Ci appartammo e mi disse che avrebbe preso in visione questo fascicolo facendomi un sorriso ironico ed asserendo che Soriano a sua volta si era comportato da ‘collaboratore di giustizia’ perché aveva mandato delle lettere contro la cosca Mancuso facendo il nome di Ntoni Mancuso detto don Paperone e Mancuso Pantaleone detto Vetrinetta. Io già sapevo di mio della vicinanza di Castagna alla mia famiglia”. Secondo il pentito l’imprenditore aveva accusato i Soriano perché gli era stato chiesto da “Vetrinetta” e dallo “Zi ‘Nonti”.

“Al giorno d’oggi – riferisce anche il collaboratore – si usa così: quando si vuole togliere di mezzo qualcuno anziché eliminarlo fisicamente si manda l’imprenditore amico della cosca a denunciarlo dalle forze dell’Ordine. In tal modo si evitano gli omicidi e si ottiene l’effetto di neutralizzare il nemico”.

Ma lo Stato picchia forte e cosi all’alba di ieri 28 gennaio,sono finiti in carcere dopo un’operazione antidroga i vertici di una organizzazione legati alla cosca di ‘ndrangheta dei Mancuso di Limbadi.

Ecco i nomi:

  • Giuseppe Accursio, nato a Licata il 28.05.1953; 
  • Damiano Aquilano, nato a Tropea (VV) il 07.08.1984; 
  • Daniele Bosco, nato in Jugoslavia (EE) il 01.12.1977;  
  • Giuseppe Campisi, nato a Vibo Valentia il 20.01.1960; 
  • Gianfranco Carugo, nato a Cerro Maggiore (MI) il 29.05.1949; 
  • Carlo Cuccia, nato a Tradate (VA) il 12.07.1980; 
  • Gina Alessandra Forgione, nata in Venezuela (EE); 
  • Elisabeta Kotja, nata in Albania (EE) il 19.09.1979; 
  • Maria Antonia Limardo, nata a Briatico (VV) il 28.01.1965; 
  • Francesco Mancuso, nato a Vibo Valentia il 07.01.1989; 
  • Giorgio Mariani, nato a Genga (AN) il 31.03.1958; 
  • Luigi Mendolicchio, nato a Milano il 12.08.1965; 
  • Ivo Menotta, nato a Tradate (VA) il 12.02.1980; 
  • Gaetano Muscia, nato a Tropea (VV) il 20.04.1964; 
  • Antonio Narciso, nato a Vibo Valentia il 19.08.1961; 
  • Gennaro Papaianni, nato a Vibo Valentia il 14.02.1976; 
  • Salvatore Papandrea, nato a Taurianova (RC) il 16.08.1946; 
  • Fabrizio Pilati, nato ad Arona (NO) il 14.01.1969; 
  • Abderrahim Safine, nato in Marocco (EE) il 17.01.1982; 
  • Francesco Scaglione, nato a Palermo il 23.07.1960; 
  • Giovanni Stilo, nato a Nicotera (VV) il 04.01.1949; 
  • Michele Viscotti, nato a San Severo (FG) il 23.04.1946.

Mentre risulta irreperibili,perché residenti all’estero:

  1. Vito Jordan Bosco, 44 anni, nato in Libia;
  2. Clara Ines Garcia Robolledo, 67 anni, venezuelana;
  3. Julio Andres Murillo Figueroa, 42 anni, colombiano.

Quest’ultimo sarebbe stato ospitato dai calabresi a Milano per pianificare gli arrivi della cocaina dai Paesi dell’America Latina. Il colombiano, secondo l’accusa, in passato ha collaborato con i guerriglieri colombiani e con Pablo Emilio Escobar, capo storico del “cartello di Medellin” tra gli anni ’80 e ’90. 

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Maurizio Inturri

Collaboratore giornalistico indipendente,mi occupo di inchiesta sulla mafia e criminalità organizzata. Laureato in Scienze della Comunicazione Executive Master in Scienze Criminologiche Autore del libro Cogito ergo sum...ma non troppo,anno 2015 Autore del libro L'Antistato-Volume I°-L'inizio edito a marzo 2019
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