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Peppino Impastato.Mutamenti politici e vittime di mafia

Peppino Impastato.Mutamenti politici e vittime di mafia

Stavolta vogliamo riproporvi un saggio universitario,scritto e pubblicato da Matteo Di Figlia,che tratta del “prima,durante e dopo Peppino Impastato“.

La cultura della Sicilia ha invaso tutto il mondo,in ogni senso!

Questo saggio deriva da una ricerca sul modo in cui si è stratificata la memoria delle vittime di mafia e su come essa si sia intrecciata ai radicali mutamenti politici che ha vissuto l’Italia tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Duemila. Prendo in esame il caso studio di Giuseppe (Peppino) Impastato, attivista politico di Cinisi passato da «tutta la catena dei gruppi extraparlamentari e dell’associazionismo di base», giunto a Lotta continua nel 1973, interprete di importanti esperienze di aggregazione come il Centro musica e cultura e Radio Aut, e ucciso nel maggio del 1978 mentre era candidato alle elezioni comunali nella lista di Democrazia proletaria1.

Poco dopo, una stagione di sangue avrebbe trasformato il palermitano nel teatro di una mattanza in cui caddero uomini delle istituzioni, giornalisti, professionisti e politici. Si raggiunse l’apice nel 1992 con le stragi che videro l’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (oltre che della moglie di Falcone e dei componenti delle scorte)2. Dunque, lo stragismo mafioso si snodò negli stessi anni in cui si indebolivano cornici politiche e ideologiche che per decenni avevano fatto da collante identitario nelle vite di molte persone. Ci domandiamo allora come la memoria delle vittime e la mobilitazione antimafia si siano intrecciate con lo sfaldamento di quelle identità.

Il caso di Impastato è particolarmente interessante per il tipo di militanza della vittima, e delle persone a lui vicine, in gruppi che, specie negli anni del compromesso storico, facevano della critica da sinistra al Partito comunista italiano (Pci) uno dei perni della propria mobilitazione. Il Pci, come altre forze di ispirazione marxista e anime del mondo sindacale, coltivava la memoria dei leader dei Fasci siciliani di fine ‘800 ammazzati dalla mafia; aveva inoltre sofferto una lunga sfilza di lutti negli anni del dopoguerra, allorché molti sindacalisti erano caduti sotto i colpi dei mafiosi3. Dal 30 aprile del 1982, quando vennero uccisi Pio La Torre e Rosario Di Salvo4, il Pci fu in grado di costruire una poderosa liturgia del lutto pubblico, che si manifestò, tra l’altro, al funerale e alle commemorazioni che ogni anno venivano organizzate per la ricorrenza dell’omicidio. Aveva dalla sua, oltre che una pluridecennale capacità di mobilitazione dal basso, adeguati strumenti di comunicazione come il quotidiano L’Unità, e L’Ora, foglio serale pubblicato a Palermo da un editore vicino al partito5.

Non aveva strumenti simili il gruppo di militanti vicini a Impastato. La notizia della sua morte venne data subito dal giornale Lotta continua6, che non mancò di polemizzare con il Pci7, accusato di aver fornito commenti ambigui sulle prime ricostruzioni che miravano a presentare Impastato come un suicida o un eversore, morto mentre cercava di far saltare in aria un tratto ferroviario8. Pesava tra l’altro il clima di terrore scaturito dal ritrovamento del cadavere di Aldo Modo, lasciato in via Caetani, a Roma, lo stesso giorno dell’omicidio Impastato. Così, durante una manifestazione sindacale organizzata a Cinisi il 19 maggio 1978, il segretario provinciale della Confederazione generale italiana del lavoro (Cgil) venne duramente fischiato per avere inneggiato alla lotta contro il terrorismo con frasi come «o con lo stato o con le Br [Brigate Rosse]»: «se la mafia è una componente organica delle forze dominanti di questo stato – commentava Salvo Vitale, il militante che raccontò il fatto nel 1994 – sostenere che bisogna “far quadrato” attorno ad esso era davvero, in quel momento, poco opportuno»9.

Il problema di un’analisi storica del ruolo del Pci in Sicilia riguardò anche il Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, animato da Umberto Santino e Anna Puglisi. Era nato l’anno prima come Centro siciliano di documentazione e aveva patrocinato tra l’altro un volume sulla strage verificatasi il 1o maggio del 1947 a Portella della Ginestra, quando la banda guidata da Salvatore Giuliano aveva sparato sulle persone riunitesi per la festa del lavoro nei pressi di Piana degli Albanesi10. Era dunque una data cardine del vissuto collettivo delle sinistre siciliane, incluso il Pci, che nell’introduzione al volume curato dal Centro di documentazione era duramente criticato: la strage, vi leggiamo, era stata il culmine di una «controffensiva violenta» che aveva lasciato una scia di sangue di sindacalisti ammazzati, ed era servita a «spezzare sul nascere il movimento contadino» e «impedire la sua saldatura col movimento operaio», mentre il Pci non era stato in grado di leggere il processo per via del «sostanziale antimeridionalismo della linea togliattiana»11. Questo argomentare mostra la divergenza dal Partito comunista, ma apre anche squarci sulla cultura politica degli animatori del Centro che, intestato a Impastato poco dopo la sua morte, fu tra i principali promotori delle iniziative legate alla storia del militante di Cinisi, incluse quelle connesse al lunghissimo iter giudiziario12.

Nei vent’anni successivi cambiò lo scenario di fondo, e nel dibattito pubblico l’articolazione mafia/antimafia iniziò a essere raffigurata con un lessico del tutto nuovo, mondo dal lemmario della cultura marxista, così che altri interpreti della memoria di Impastato ne raccontarono la storia con un vocabolario inedito. Giunse al culmine di questo processo il film I cento passi, uscito nelle sale italiane nel 2000. La sceneggiatura venne stesa da Marco Tullio Giordana, Monica Zapelli e Claudio Fava, che, figlio di una vittima di mafia, aveva dedicato al caso Impastato uno dei capitoli del reportage Cinque delitti imperfetti (1994)13. Eccellentemente scritto, girato, recitato e musicato, il film ha avuto un grande successo di audience e di critica e portò la storia di Impastato a un pubblico vastissimo. Come sempre avviene, però, la vicenda narrata è stata reinterpretata alla luce del contesto in cui è stato prodotto il film: l’Italia degli anni a cavallo del passaggio di millennio ha visto il conclamarsi di una nuova fortuna della «società civile» o di formazioni politiche estranee ai partiti, o che si dicevano tali14. La figura di Impastato era allora fruibile anche per via del suo essere stato un movimentista, svincolato dagli storici partiti. Il film racconta la mobilitazione nella Cinisi di quegli anni, ma in alcuni tratti emerge molto l’Italia degli anni Duemila. In una scena, Impastato spiega l’importanza del paesaggio: «non ci vuole niente a distruggere la bellezza […] allora invece della lotta politica, la coscienza di classe, tutte le manifestazioni e ‘ste fesserie, bisognerebbe ricordare alla gente che cos’è la bellezza, aiutarla a riconoscerla, a difenderla […] è importante la bellezza, da quella scende giù tutto il resto»15. Non ho trovato alcuna fonte prodotta prima del 1978 in cui si attesti che abbia mai scritto o pronunciato quella frase, in cui lotta politica, coscienza di classe e manifestazioni, pane quotidiano dei gruppi che Impastato frequentava, venivano derubricate a fesserie. Eppure, dopo il film, quella diventa una frase simbolo, a volte utilizzata, nei contesti più disparati, come summa del suo pensiero16.

Si è consolidato un Impastato configurato come eroe antimafia o, in alcuni casi, come martire antimafia, che si ritrova in un pantheon ampio, con magistrati o esponenti delle forze dell’ordine. Come sempre accade, i pantheon tendono a cancellare le differenze, o persino i conflitti che vi erano stati tra le persone poi assurte nel martirologio. Pur non sapendo cosa pensasse Impastato della magistratura e delle forze dell’ordine, l’affaire legato alle morti dell’anarchico Giuseppe Pinelli e del commissario Luigi Calabresi, solo per citare uno dei casi più eclatanti e più legati alla storia di Lotta continua, ci ricorda però quale tensione vi fosse tra i gruppi politici cui era vicino e gli apparati di sicurezza dello stato. L’inserimento di Impastato in un pantheon fatto in gran parte di magistrati e poliziotti è stato possibile anche per un forte affievolimento della memoria di quel passato conflittuale, e per l’assunzione di un punto di vista centrato non tanto su quanto le persone uccise dalla mafia avevano fatto in vita, ma sul loro essere vittime17.

Per analizzare questo processo, nelle pagine che seguono ricostruirò le storie di quattro militanti le cui vicende personali furono, con differenti gradazioni, legate a quelle di Impastato e alla memoria di quel delitto. Vedremo come costoro hanno reinterpretato e vissuto quella memoria, mentre nel dibattito pubblico si dilatava lo spazio dell’antimafia.

Uno sguardo da Palermo

Giuseppe Barbera è nato a Palermo nel 1948, in una importante famiglia imprenditoriale della città, anche legata alla locale squadra di calcio di cui il padre, Renzo, fu a lungo presidente. Il dato non è irrilevante poiché lo colloca nel novero della classe dirigente cittadina, e perché influì non poco anche sulla sua militanza in formazioni di sinistra: «soprattutto se si trattava di andare a fare volantinaggio davanti alle scuole e soprattutto davanti alle fabbriche al cantiere navale – ricorda –, io lì venivo immediatamente individuato come il figlio di Barbera e la battuta era già allora e ancora adesso chiara: “invece di darmi questo volantino dammi il biglietto per la partita” e quindi evitavo di subire questa umiliazione ogni volta»18. Era un tratto comune a non pochi suoi compagni di militanza, o almeno, a quelli a lui più vicini, con cui aveva frequentato la più importante scuola cattolica della città: «ero il giovane della Palermo bene che faceva il comunista […]. La comitiva con cui stavo era la comitiva dei fighetti… coi genitori borghesi, […] facevamo i rivoluzionari». Il primo ricordo che gli sovviene circa la sua attività politica rimanda al 1968 e alle manifestazioni per i caduti di Avola. Passò da ambienti anarchici e, deciso di aderire a Lotta continua, fu tra i fondatori della sede palermitana. Tra i suoi punti di riferimento di quel periodo cita come primo nome quello di Mauro Rostagno, allora in Sicilia come sociologo e organizzatore regionale proprio di Lotta continua. In quegli stessi circuiti Barbera conobbe Impastato, del quale non divenne mai propriamente amico, ma che ricorda, parlando dei gruppi di Lotta continua in provincia, come «il leader, il più autorevole dei compagni di Cinisi e Terrasini»19.

Dallo stesso ambiente deriva anche il ricordo che di Impastato mantiene Gilda Arcuri nata nel 1950. Non discendeva da una famiglia facoltosa come quella di Barbera, ma aveva entrambi i genitori laureati e frequentò il liceo classico Garibaldi: anche in questo caso siamo davanti a esponenti della borghesia cittadina. La sua militanza ebbe inizio in ambienti cattolici per poi passare al femminismo e giungere a Lotta continua intorno al 1972-1973. Arcuri si trasferì a Siracusa dove insegnava e continuava a svolgere attività politica, specie con gli operai del vicino plesso industriale petrolchimico20. «Non c’è un rapporto intimo – racconta del suo incontro con Impastato – ci salutavamo e mi faceva simpatia. E soprattutto mi faceva ridere questo battibecco ironico che aveva con Rostagno». Nel suo ricordo, forse scaturito da consapevolezze maturate negli anni successivi, Impastato era l’unico a parlare di mafia in un gruppo totalmente disinteressato al problema. In effetti, sia Barbera sia Arcuri non menzionano la mafia, né il contrasto ad essa, quando parlano di quegli anni. In un bel libro sulla conca d’oro, Barbera fa riferimenti alla memoria delle interferenze mafiose nello sregolato sviluppo urbanistico della città21. Vi era dunque consapevolezza piena del fenomeno, che però non si riversava in modo esplicito nell’impegno politico. «Quando noi facevamo politica – spiega Arcuri – in realtà di mafia non ne parlavamo»; la loro messa a fuoco riguardava invece «gli studenti, gli operai, i proletari»: «a noi ci interessava la lotta di classe, non so perché». Probabilmente pesano in questo stratificazioni successive, e linee prospettiche derivanti da feroci omicidi, ma Arcuri ricorda che in Lotta continua parlavano di mafia solamente Rostagno e Impastato. Quest’ultimo, in particolare, le fa porre una linea di separazione netta tra le vite dei militanti del capoluogo e quelle dei loro omologhi della provincia:

Noi capivamo per esempio che nei paesi questa cosa della mafia era completamente diversa era un po’ come se realizzassimo… i compagni che stavano nei paesi… erano loro in realtà che avevano a che fare con la mafia. Era come se in città noi non ce ne accorgevamo, non è che non ce ne accorgevamo. Lì la toccavi per mano, erano tuoi parenti, noi forse la rimuovevamo questa questione.22

Quando Impastato morì, Arcuri era a Milano. Barbera invece era a Palermo. Ricorda di essersi subito recato a Cinsi, e menziona il coinvolgimento, grazie ai collettivi della facoltà di Medicina, di Ideale Del Carpio, professore di quella facoltà che diede un contributo decisivo alla revisione della tesi inizialmente proposta degli inquirenti, secondo cui non si trattava di un assassinio. Una foto ritrae Barbera, insieme a Del Carpio e ad altri ad un’assemblea organizzata pochi giorni dopo presso la facoltà di Architettura. Poche settimane dopo, firmò insieme a Marianna Bartoccelli una riflessione sul peso che quella morte avrebbe avuto, e stava già avendo, sul mondo «della sinistra rivoluzionaria», che sognava di essere «romabolognamilano» e che allora, specie per via della «crisi della militanza», «del marxismo, delle organizzazioni delle avanguardie di lotta», doveva ripartire da un’analisi della realtà locale:

«per la prima volta a Palermo ci hanno ammazzato un compagno, uno di noi. Ma non è stato ucciso dai nostri tradizionali nemici di piazza, i fascisti e la polizia. Abbiamo subito parlato di mafia e, a un mese di distanza e di riflessioni, abbiamo avuto confermato il ruolo fondamentale di questa, nella morte di Peppino, anche se – anche questo è una conferma – parlare di borghesia mafiosa significa parlare di uno dei tanti modi in cui si esprime il dominio borghese, con i suoi collegamenti e articolazioni specifiche con i fascisti, con i carabinieri e magistratura, con l’informazione. Un nemico che conosciamo poco. Ci siamo scontrati, forse solo incontrati, sentendolo sulla nostra pelle e nel modo più feroce con il «potere» in Sicilia. Vogliamo rispondere e non sappiamo come. È difficile combattere un nemico che si conosce poco o che si crede di avere sempre conosciuto».23

Da Palermo derivava dunque un attivismo e una spinta all’iniziativa e all’analisi politica che coinvolse Cinisi nei giorni successivi al delitto; restava qui la linea di demarcazione cui accenna Arcuri: i militanti di Cinisi ebbero tutt’altro vissuto.

Uno sguardo da Cinisi

Il funerale è stato una grandissima sofferenza perché il giorno del funerale noi ci sentivamo veramente… non soli, di più. E nessuno si aspettava, aprendo queste persiane di qua sotto, di vedere questo corso invaso fino alla statale. C’è stata una partecipazione impressionante e nessuno di noi se l’aspettava.24

Il brano è tratto dall’intervista rilasciata da Marcella Stagno, nata nel 1954 nel capoluogo siciliano. Il «noi» che usa per descrivere chi, in attesa del funerale, resta piacevolmente sorpreso del gran bagno di folla definisce però una cerchia ristretta: i militanti di Cinisi che, vicini a Impastato in vita, accoglievano i compagni di Palermo. Stagno in realtà aveva fatto da ponte tra le due comunità poiché discendeva appunto da una agiata famiglia palermitana e, come Barbera, aveva frequentato uno dei più importanti istituti privati cattolici della città. Ad Arcuri la accomunava invece l’esser diventata madre molto presto e l’essersi separata altrettanto in fretta. Era un dato politico. Nel suo racconto di sé, Stagno narra del conflitto con la famiglia di origine, della madre che le imponeva scelte volte a tracciarle una strada più diretta al matrimonio che ad assecondare le sue vocazioni professionali e di vita. Narra cioè di un approssimarsi al femminismo e alle tematiche ad esso legate anche attraverso scelte sofferte nella propria esperienza di vita. Giunta a Terrasini, piccolo centro vicino Cinisi, subito dopo il divorzio, si unì ad un gruppo teatrale che interagiva con simili gruppi a Cinisi. Facendo la spola tra il piccolo paese e Palermo, Stagno iniziò a lavorare in collettivi femministi, o che potremmo definire tali («non si chiama neanche femminista perché la parola femminista qui a Cinisi era come se spaventasse un poco»25). Aveva come compagno di vita un altro esponente di Lotta continua, giunto in Sicilia con Rostagno per organizzarne l’articolazione isolana. Tra le altre cose, per un periodo si occupava degli articoli che partivano da Palermo per la redazione del giornale. Conobbe Impastato al Circolo musica e cultura e vi strinse una solida amicizia specie quando il gruppo iniziò l’attività radiofonica e, dice Stagno, «il movimento diventa più politico». Insieme ad un altra persona, ad esempio, Impastato e Stagno andarono a Bologna al convegno contro la repressione organizzato nel settembre del 1977. Erano probabilmente vivi i ricordi dei terribili scontri avvenuti in città durante l’anno:

«siamo partiti io Peppino e G. O., come fotografo e io e Peppino come redattori della radio. E una delle cose che mi ricordo per esempio che io avevo una golf rossa e una delle cose che mi ricordo è stato l’accanimento di Peppino prima di partire: «Marcella, dobbiamo riempire il portabagagli di limoni, sennò io non parto». «E che dobbiamo fare con tutti sti limoni?» «Marcella, mi raccomando, senza limoni io non parto». Alla fine qual’era tutta la cosa? Che, io non so se è vero, tra l’altro, che dice che l’unica cosa che funziona contro i lacrimogeni sono i limoni e quindi ci dovevamo portare tutti sti limoni da Cinisi fino a Bologna per contrastare i lacrimogeni della polizia.26

La sua memoria del delitto è molto più drammatica, di quella di Barbera e Arcuri, e per certi versi opaca e ovattata: «io ho dei ricordi molto confusi. Io ho dei ricordi tipo flash, immagini, ma prive di collegamenti, non so se sia stata una cosa di difesa che ha creato la mia mente»27. Narra dell’arrivo a Cinisi di notte, dell’atmosfera cupa, delle settimane successive passate a dormire fuori di casa per paura di tornare da sola nel suo appartamento. Propone un racconto durissimo dello scontro coi carabinieri, che, dice, interrogarono i compagni di Impastato come fossero «i terroristi che avevano fatto l’attentato»28.

La vittima era vista come un «terrorista» e i suoi amici come «i “fiancheggiatori” degli assassini di Moro», scriveva per tratteggiare l’atmosfera di quei giorni in una accoratissima lettera stesa insieme a Barbera e pubblicata su Lotta continua29.

Su questo punto, la sua memoria converge con quella di Giovanni Riccobono, altro militante di Cinisi, di tre anni più grande di Stagno. Figlio di un impiegato e di una casalinga, Riccobono, che aveva frequentato l’istituto magistrale di Partinico, ci conduce in una realtà geografica e sociale. Non provenendo da Palermo, e dunque mancandogli il background di una mobilitazione cittadina, doveva peraltro a Impastato parte del suo imprinting politico: «Peppino affascinava, i suoi comizi erano una meraviglia, erano bellissimi, ti coinvolgevano. Ed io partecipavo tantissimo a tutti i suoi comizi, e ho cominciato a frequentare l’area di sinistra…»30. Anche nel suo caso, l’amicizia con Impastato si consolidò nell’impegno profuso al circolo Musica e cultura e, poi, a Radio aut. Come Stagno, ricorda a tinte fosche gli interrogatori subiti dai carabinieri dopo il delitto. Inoltre, visse sulla propria pelle il gravame dei legami mafiosi: richiesto, durante l’intervista, di cominciare il racconto della propria vita dal momento che considera più significativo, Riccobono ha preso spunto senza indugio da quello che ha più volte definito uno «spartiacque». Poche ore prima dell’omicidio, mentre lavorava a Palermo, venne avvicinato da un suo cugino, il quale gli consigliò di non recarsi a Cinisi quella sera «perché sarebbe successa qualcosa di grosso»31. Rientrato in paese col timore che si trattasse di un attacco contro la campagna elettorale di Democrazia proletaria, Riccobono si ritrovò coinvolto nelle ricerche di Impastato e, l’indomani, negli interrogatori dei carabinieri che trattarono lui e altri come «terroristi»32. Per mesi, pensò all’opportunità di denunciare il cugino ed entrò in contatto con alcuni centri della militanza palermitana. Cita in particolare la libreria Centofiori, collegata al Centro di documentazione, e attorno a cui pure gravitavano molti esponenti di Lotta continua, e gli incontri con «alcuni magistrati vicino a noi che ci davano consigli». Alla fine si risolse a denunciare l’accaduto al giudice Rocco Chinnici che gli chiese un confronto.

Io ho avuto un consiglio così spassionato da parte del giudice Chinnici, dopo che mio cugino era uscito dalla stanza, io stavo andando via lui mi ha detto: «da questo minuto cerchi di non camminare più da solo, si faccia fare compagnia da qualche suo amico in cui ha fiducia. Non si sa mai – dice – però stia tranquillo». E quello è il mio spartiacque. La mia vita è cambiata totalmente.33

Riccobono si riferisce all’isolamento cui si è visto sottoposto per avere denunciato un membro della famiglia, alla solitudine e alla sofferenza che ne derivarono. Conferma in qualche modo il vissuto di Arcuri, secondo cui il fenomeno mafioso era molto più drammaticamente avvertito dai militanti dei paesi che da quelli cittadini anche per via di legami familiari che al di là delle teorizzazioni ideologiche lo rendevano alla fine un nodo ineludibile. Dal suo punto di vista, la passione politica era indissolubilmente legata all’esperienza locale di Cinisi e Terrasini, e la morte di Impastato, che di quell’esperienza era stato forse il promotore più importante, rappresentava il punto di non ritorno. I riti collettivi pensati per scandire il tempo che passava da quella sorta di anno zero per la collettività di militanti locali avrebbero fatto da sfondo a intense scelte di vita:

«mia moglie – racconta ancora Riccobono – non aveva mai militato. Ma tutt’ora non ha mai avuto una tessera. Con lei ci siamo conosciuti nel lontano ‘78, dopo la morte di Peppino, a Terrasini quando ancora c’era Radio Aut, lei abitava vicino a Radio Aut, poi l’anno successivo, che ci frequentavamo, ha voluto partecipare alla manifestazione nazionale, la prima manifestazione nazionale che abbiamo fatto qua a Cinisi per il 9 maggio del ‘79 […]. E ha detto «no io voglio stare là in prima fila con te», vista dai genitori che erano democristiani, cattolici e cose varie ti lascio immaginare che cosa è successo. Però, come avevo fatto io ha fatto lei, ha preso tutto ed è andata avanti».34

Linee di frattura

Nessuno degli intervistati menziona, se non dietro esplicita richiesta, altre vittime di mafia cadute nel corso degli anni Ottanta, con l’unica rilevantissima eccezione di Rostagno, citato però non in quanto vittima, ma in quanto promotore di Lotta continua. Il problema mafioso non era messo a fuoco con una specificità propria. Lo diceva Arcuri, lo abbiamo già visto, e lo conferma Barbera, quando gli viene chiesto se andasse alle commemorazioni di vittime di mafia che già allora venivano organizzate: «non molto… guarda non… no, molto poco. Molto poco ma per, come dire, non era la mia battaglia. Come dire, non era la mia battaglia, mi spendevo per altro. È chiaro che era la stessa e spesso era anche… le cose coincidevano, ma… era un’altra battaglia»35. L’obbiettivo principale del gruppo non era la lotta alla mafia in sé, ma la lotta di classe, di cui la lotta alla mafia era un pur importante momento. Dunque, è significativa la distanza col Pci, che pure coltivava la memoria dei numerosi sindacalisti uccisi dalla mafia nel lungo dopoguerra siciliano, alimentando una tradizione che poteva offrire un terreno comune alle persone vicine a Impastato o intente a coltivarne la memoria. Riccobono ricorda che, poco tempo dopo l’assassinio, il Collettivo musicale Peppino Impastato, di cui faceva parte, musicò un testo pensato da Umberto Santino nel quale si faceva un lungo elenco di vittime di mafia. Si faceva riferimento a Bernardino Verro, a Giovanni Orcel, a Nicola Alongi, ai morti di Portella della Ginestra, ai sindacalisti Epifanio Li Puma, Nicolò Azoti, Accursio Miraglia, a Giuseppe Valarioti e Peppino Impastato, che chiudeva l’elenco36. Riccobono racconta con orgoglio di questo brano; spiega che vi si menzionavano «tutti sindacalisti che negli anni Cinquanta Sessanta venivano ammazzati dalla mafia», e accenna al forte legame che univa coloro i quali coltivavano la memoria di queste vittime; spiega infatti che Valarioti era «un sindacalista», «che viene ammazzato giovanissimo pure. Io ho conosciuto il suo paese, ho conosciuto le persone che ci vivono là. È bellissimo, meraviglioso». Argomenta di non avere nulla contro quella tradizione comunista, ma di avere un giudizio terribile del compromesso storico e del Pci di quegli anni37. Va detto che al momento della morte, avvenuta nel 1980, Valarioti era anche un dirigente del Pci, segretario della sezione di Rosarno e membro del Comitato federale di Reggio Calabria38. Nel racconto di Riccobono il dato viene meno perché domina invece la grande distanza che separava i militanti vicini a Impastato dal Pci. In parte pesavano profonde questioni politiche: «l’obbiettivo polemico era il Pci certamente. In tutti quegli anni il Pci era l’avversario», spiega Barbera, specificando che, al netto della contrapposizione irriducibile con fascisti e democristiani, «chi ci impediva di fare la rivoluzione nei fatti era il Pci»39. E poi restava, e resta, vivo il ricordo di come L’Unità e L’Ora avevano mantenuto dapprincipio un atteggiamento ambiguo circa le prime ipotesi avanzate.

La prima cosa che menziona Arcuri quando parla dei giorni dell’omicidio è proprio questa:

«io ero a Milano. È stato terribile perché mi ricordo molto molto molto bene il titolo de L’Unità e anche del giornale L’Ora che dicevano più o meno «terrorista si fa saltare sui binari, eccetera eccetera», e ovviamente io non ci ho creduto, li ho molto odiati, era un’ulteriore conferma che proprio non potevamo comunicare. Questa criminalizzazione dei giovani, sempre e comunque.40

Sulla piccola scala il conflitto fu ancora più duro. Pochi giorni dopo il delitto, i rappresentanti del Pci a Cinisi esitarono un volantino che parlava della morte del «giovane Giuseppe Impastato».

Lotta continua pubblicò il testo, evidentemente spedito da Cinisi, aggiungendo che era stato «contestato dagli stessi militanti di base soprattutto per il fatto che Peppino viene definito un giovane e non un compagno»41.

Per Riccobono si trattò di un momento drammatico:

«in quella sede c’era, è venuto un signore, un dirigente, non so se era provinciale o regionale, che ha avuto la… come dire, la facoltà di imporsi nei confronti di queste persone che avevano vissuto fino a qualche giorno prima, con Peppino, avevano condiviso le scelte politiche di Peppino […] Noi ci siamo rifiutati di prendere il volantino. Abbiamo detto: «non accettiamo una cosa del genere». Persone con cui Peppino al Circolo Musica e cultura ci passava le notti, le notti a parlare e a discutere tra noi e i compagni del partito comunista, in quell’occasione non hanno il coraggio di dire a quella persona che non conosce Peppino di usare il termine compagno e non giovane».42

Nel corso degli anni Ottanta l’atteggiamento dei vertici provinciali di Pci rispetto alla memoria di quel delitto sembra essere mutato. O, almeno, questa impressione si ricava dalla lettura de L’Ora, che certamente, col passare del tempo, dedicava al caso Impastato uno spazio sempre maggiore. All’inizio i riferimenti erano magari fugaci43, e descrivevano Impastato come una «personalità complessa», «forse proprio per questo capace d’impegnarsi senza mezzi termini nella battaglia politica»44. Il clima mutò radicalmente dopo l’assassinio di La Torre, proprio perché si iniziò a intravedere un percorso comune che, a dispetto delle divisioni pregresse, si fondava sui lutti che derivavano dall’offensiva stragista di Cosa nostra. L’Ora diede la cronaca di manifestazioni antimafia promosse nel nome di Impastato, cui partecipavano anche funzionari del Pci45, come pure di iniziative organizzate con l’approssimarsi del primo anniversario della morte di La Torre, cui prendeva parte Giovanni Impastato, fratello di Peppino46, e cui dava piena adesione anche il Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, per cui con La Torre e Di Salvo erano stati colpiti «non solo un partito politico, impegnato nella lotta contro la mafia e contro il riarmo, ma soprattutto l’intero movimento di lotta a cui La Torre dava un contributo essenziale»47. Si consolidava così un interesse reciproco, attestato dallo spazio sempre maggiore che L’Ora riservava agli anniversari del delitto di Cinisi48.

Nel caso dei militanti di cui seguiamo le storie quest’accostamento era però più difficile, come mostra il fatto che nessuno degli intervistati ricordi di essere mai stato alle commemorazioni di La Torre. Seguiamo il percorso di Arcuri, che in diverse parti della sua intervista mostra quanto diretti e personali potessero essere i contatti con la violenza mafiosa, specie per chi apparteneva a quegli ambienti della borghesia palermitana frequentati, per nascita o adozione, da molti dei caduti. Narra di essere stata molto amica di una figlia di Mauro De Mauro, il giornalista scomparso nel 1970. Frequentò il liceo classico Garibaldi negli stessi anni in cui lo frequentava Nini Cassarà, il commissario di Polizia trucidato nel 1985. Sua sorella era molto amica dei figli di dalla Chiesa «quindi andava sempre a casa sua. Ci raccontava sempre storie di casa sua, la caserma, ci sembrava strano andare a casa di qualcuno che abitava in caserma, però…»49. Non da ultimo, il compagno di Arcuri, che al liceo frequentò la stessa classe di Cassarà, di cui mantiene una memoria propria, è nipote (figlio del fratello) di Libero Grassi, l’imprenditore freddato in uno scampolo di agosto del 1991.

Nell’intervista, questi legami più o meno diretti non vengono menzionati tutti insieme; sono sparsi qua e là, quasi per caso. Sono punte di spillo, che nel complesso compongono una assuefatta costellazione di lutti sordi, rilevatrice di quanto potesse essere intensa e frequente l’esposizione a quel tipo di perdite. Di molte uccisioni Arcuri ricorda la data esatta. Dell’assassinio di La Torre no; a tal proposito menziona invece un ricordo che ella stessa riconosce come confuso: «poi c’è una storia per La Torre, mi ricordo, però questo mi dovrei ricordare bene quando siamo, se succede veramente».

Le viene in mente che il partito fece parlare ai funerali il presidente democristiano della Regione siciliana, Mario D’Acquisto. Continua dicendo che alcuni, tra cui suo fratello Emilio, scrissero una lettera di protesta «e il partito li butta fuori. […] Mi ricordo che ci fu questo casino, mi ricordo questa storia di D’Acquisto, mi ricordo che cosa c’è stato dopo, mi ricordo la totale insensibilità di questi che addirittura li hanno buttati fuori dal partito»50. D’Acquisto fu effettivamente fischiato da parte della folla riunitasi per le esequie di La Torre51, ma non so se l’episodio sia realmente accaduto nei termini proposti da Arcuri: il fratello, segretario cittadino del Partito di unità proletaria per il comunismo (Pdup), era già stato candidato al consiglio comunale di Palermo nel 1980 nelle liste del Pci52, e sarebbe stato eletto nuovamente nel 1985, ancora tra le liste del Partito comunista53, con cui evidentemente lo scontro per il caso D’Acquisto non era stato insanabile. Proprio per la sua natura vaga, questa scheggia di memoria è però rilevatrice del sentire più forte, di una traccia profonda della contrapposizione al Partito comunista che ammanta tutta l’eco di quegli anni, incluso il ricordo più pressante dell’omicidio La Torre. Il fatto che anche quest’ultimo fosse stato ucciso dalla mafia non bastava a cancellare quel sottofondo conflittuale e a considerare La Torre e Impastato come parti di un’unica memoria.

L’altra grande linea di divisione riguardava magistratura e forze dell’ordine. Pesava, tra gli amici di Impastato, la memoria della condotta tenuta dai carabinieri subito dopo il delitto, cui si aggiungevano tensioni più ampie. Arcuri rammenta che per via dei legami amicali di sua sorella era rimasta molto colpita dall’assassinio di dalla Chiesa. Andava alle manifestazioni in sua memoria e in questo caso la data dell’uccisione (3 settembre) le è rimasta molto impressa «perché… dalla Chiesa è una cosa che mi ha colpito moltissimo». «Cioè – continua quando le viene chiesto cosa pensasse del dalla Chiesa generale dei carabinieri – era un po’ sdoppiato. Il padre di questi ragazzi e il generale. Se pensavo al generale certo non lo immaginavo come una persona a me vicina … una grandissima pena per questo delitto»54. Molto più duro il vissuto di Stagno, che nei primi anni Ottanta si trasferì in un casolare del Chianti assieme al suo compagno e ad un gruppo reduci dall’esperienza di Macondo, con Rostagno. Nel rievocare quel periodo, mette insieme episodi accaduti in realtà in anni diversi, o frammenti di storie che non sempre combaciano; ma anche qui, proprio nei fotogrammi fuori sincrono scorgiamo il dato più significativo: cogliamo quali episodi della storia d’Italia di quegli anni siano centrali del suo racconto di sé:

«Mauro [Rostagno] Parte per Poona, […] noi invece affittiamo questa cascina in Chianti con un gruppo di ex Macondo, gruppo di ex Macondo che significa però provenienze Lotta continua… cioè, dentro Macondo c’è stato anche Renato Curcio. Eravamo degli elementi da controllare. E rimaniamo infatti in Toscana fino a quando la data… quando fanno l’irruzione nel covo di via Gradoli… ed entrano a Genova sparando… ecco, quello stesso giorno, io la mattina mi sveglio alle quattro del mattino con un mitra puntato nella faccia, con un’operazione combinata polizia e carabinieri che circondano tutta la zona creando un anello di cinquanta chilometri attorno a tutta questa campagna, e con questi che mi ricordo, a letto, in inverno, un freddo da morire, nude, impiccicate al muro con un mitra puntato con questi carabinieri che sembravano terrorizzati che continuavano a urlare «non li fate muovere, non li fate muovere perché questi sanno dove sono le armi». Hanno fatto un’operazione, sono stati lì dalle 4 del mattino sino alle 2 del pomeriggio, smontando tutto, scavando il terreno attorno… […]. In seguito a questa cosa questo gruppo si discioglie».55

Non era facile, allora, per Stagno, porre Impastato in un elenco di padri nobili insieme ai numerosi esponenti delle istituzioni. Spiccava tra gli altri proprio il caso di dalla Chiesa, che andava facendo la spola tra la lotta alla mafia e quella al terrorismo, avendo ruoli di primo piano in molte delle operazioni dei carabinieri che, lo abbiamo visto, si sono stratificate nella memoria di Stagno56. Ecco dunque il ricordo che quest’ultima serba del delitto dalla Chiesa: «casa mia era in via Quintino Sella all’angolo con piazza Nascé, quindi dalla Chiesa viene ucciso sotto casa mia. Io quel giorno, il giorno dell’omicidio di dalla Chiesa, stavo partendo per la Sardegna in vacanza. Quando io ho saputo dell’uccisione di dalla Chiesa sai qual’è la prima cosa che ho fatto? Ho conservato il biglietto della nave, per avere un alibi per quella sera. Per dirti in che confusione mentale vivevi in quel momento»57.

Si incrociavano i buchi neri della storia d’Italia. Barbera menziona spesso l’incubo della lotta armata e dell’eroina58. Stagno è molto più esplicita: «dopo lo scioglimento di Lotta continua praticamente ti viene messo davanti un bivio: o hai le palle per imbracciare un mitra e vai da quella parte o ti vai a fare le pere»59. Per questo gruppo, la morte di Impastato era un drammatico tassello di un quadro più ampio, scandito dalla fine del movimento, dalla chiusura del giornale, dalla partenza di Rostagno, dal fragoroso rumore di fondo del terrorismo e della tossicodipendenza. In quell’esperienza collettiva si era allenata la tendenza ad un’analisi corale e politica della realtà, che ora diveniva più difficoltosa. Per parte di questi ambienti, lo stragismo mafioso degli anni Ottanta scorreva senza che fosse facile trovare un nuovo assetto culturale e ideologico, oltre che esistenziale, da cui provare un’analisi.

Eventi periodizzanti

Nel corso degli anni Ottanta Arcuri visse come una nuova militanza il suo impegno nella scuola: «avevo scelto di lavorare nei corsi per lavoratori, perché sentivo che avevo proprio bisogno di essere a contatto con persone adulte che avevano dei problemi veri. Mi sembrava un po’ una prosecuzione della politica a scuola»60. Nel frattempo, Barbera partecipava al movimento dei Verdi. Sorgeva intanto l’astro di Leoluca Orlando, sindaco democristiano della città nella stagione della «primavera», che ancora nel 1990 si candidò con la Dc, ma che da lì a un anno avrebbe fondato il movimento La Rete insieme, tra gli altri, a Claudio Fava e Nando dalla Chiesa61. Barbera, pur non essendo mai divenuto «un militante della Rete in senso stretto», partecipò alle «manifestazioni pubbliche» legate a quel nuovo orizzonte politico62. Arcuri ricorda la fondazione del movimento come uno stacco dal suo passato recente: «il mio lavoro di scuola l’ho vissuto come impegno professionale e politico in senso positivo. Non sentivo insomma la nostalgia di una appartenenza, per niente. Poi invece, quando è nata la Rete, allora abbiamo cominciato a lavorare nella Rete io mi occupavo della scuola».63

Il tratto antimafia, centrale nell’esperienza di Orlando e in quella de La Rete, si fece ancor più evidente con le stragi del 1992. Arcuri racconta delle iniziative intraprese nelle scuole e in città, ricorda con dovizia di particolari dove si trovava quando ammazzarono Borsellino e cosa provò nell’apprendere la notizia, aggiunge di essere andata pressoché a tutte le commemorazioni di Falcone64. Anche Barbera mantiene un ricordo vivido di quei giorni, sebbene lo legga alla luce del suo diverso assetto di militante:

«ho un ricordo forte e preciso, strage per strage, ero alla famosa assemblea alla biblioteca comunale in cui lessi nelle parole di Paolo Borsellino, nella faccia, nelle parole, nell’aria che si respirava quello che sarebbe successo da lì a pochi giorni. Ma lì ero un cittadino consapevole, un cittadino pubblico, facevo il professore all’università, non avevo una militanza particolarmente forte, facevo parte della società civile, questo certamente, ma tutto questo da cittadino, non da militante.65

Il 1992 rappresenta una data periodizzante anche per chi aveva vissuto più nell’orbita di Cinisi e Terrasini. Falcone e Borsellino sono le uniche altre due vittime di mafia, oltre a Chinnici, menzionate da Riccobono, che dice di aver partecipato alle commemorazioni della strage di Capaci66. Stagno menziona invece le commemorazioni di Borsellino, pur aggiungendo di esserci andata «raramente e forse ci sono andata il primo anno sull’emozione del primo anno»67. Da lì a breve, però, il nuovo costituirsi di un universo antimafia, forte anche di un suo immaginario, destò un nuovo interesse per la figura di Impastato. Le iniziative, sia chiaro, non erano mai venute meno, e sul finire degli anni Novanta si concretizzarono tra l’altro in un nuovo rinvio a giudizio per l’omicidio68, e nella composizione di un Comitato, interno alla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari, nato con lo specifico compito di relazionare sul caso Impastato69. Nel 2000, però, con I cento passi si registrò una cesura netta tra due stagioni distinte della memoria collettiva di Impastato, vissuta peraltro in modo diverso a seconda che il film venisse recepito da Cinisi o da Palermo.

Per Arcuri «I cento passi è stato fondamentale perché la storia di Peppino finalmente è stata conosciuta da moltissimi in tutta Italia»70; «il film l’ho visto – aggiunge Barbera – mi piacque anche, diciamo… non so quanto rappresentasse la realtà… più che di quel tempo, la realtà di Peppino»71. Ancor più complessa la ricezione di Riccobono e Stagno, i quali riconoscono che il film ha portato l’immagine di Impastato ad un pubblico vastissimo, ma si soffermano molto di più sulla distanza tra l’immagine di Impastato resa dalla pellicola e il loro ricordo del militante. «Mi ha molto emozionato – dice il primo – perché mi faceva vivere tante cose che abbiamo vissuto insieme», però «la figura di Peppino, del comunista non c’era, non esisteva. Peppino non veniva colto nella sua interezza, nel film»72. «Quello che ha prodotto il film – aggiunge Stagno – cioè Peppino eroe antimafia, ha cancellato completamente l’identità comunista di Peppino. Cioè Peppino non è più considerato il comunista. Peppino è solamente l’eroe antimafia»73.

L’errore – continua – secondo me non è stato il film. L’errore è stato quello che c’è stato dopo il film. Nel senso che dopo il film che ti ha portato alla popolarità a fare conoscere la figura di Peppino da tutte le parti, si è… non so come dire, è come se la figura di Peppino sia stata chiusa in quello che il film ha detto. E allora lì c’è lo sbaglio nostro; cioè forse noi non siamo stati capaci di fare vedere oltre al film.74

Stagno e Riccobono fanno spesso riferimento a molti conflitti con altri interpreti della memoria di Impastato, tra i quali diverse componenti della realtà di Cinisi; pur dichiarando di sentirsi parte dello stesso fronte, non nascondono anche differenze di vedute tra l’Associazione socio-culturale Peppino Impastato, in cui si ritrovano, e Casa memoria Felicia e Peppino Impastato, animata principalmente da Giovanni Impastato. In generale, il conflitto attiene al racconto di Impastato nella cultura di massa: «è una bella canzone, per carità, niente da dire, riesce a coinvolgere benissimo», dice Riccobono del pezzo I cento passi, dei Modena City Ramblers, prodotto pochi anni dopo il film. Nota con rammarico che anche il Collettivo musicale Peppino Impastato ha un brano simbolo, Chistu era Pippinu75, ma, aggiunge, «non l’hanno mai trasmessa nelle manifestazioni. Si mette sempre come singolo musicale questa dei Modena, I cento passi». Significativamente, la canzone I cento passi viene spesso trasmessa durante le commemorazioni di Falcone, poiché, evidentemente, il film I cento passi ha di molto ampliato la fruizione della storia di Impastato, anche per via del più generale ingigantirsi di un discorso antimafia. Ne è derivato un assemblaggio di liturgie civili comuni per morti molto diversi: da magistrato, Falcone rispondeva ai giornalisti che gli domandavano cosa lo spingesse ad esporsi tanto nella lotta alla mafia rivendicando lo «spirito di servizio»76, l’attaccamento, cioè a un’istituzione statale, che può spiegarsi anche alla luce della sua tradizione familiare e dei valori in essa coltivati77. Le sue commemorazioni possono essere considerate nel novero del culto dei morti per la patria78. Impastato, come altri, non risponde a questa tipologia, ed anzi in vita militava in formazioni politiche che avevano rapporti complessi e non di rado conflittuali con le forze dell’ordine, la magistratura e lo stato in genere. Una canzone scritta per il militante di Cinisi può diventare colonna sonora nelle commemorazioni di magistrati solo perché nell’Italia degli anni Novanta e Duemila è aumentato a dismisura il ruolo delle religioni civili e il culto per caduti che, al di là dei profili biografici, possono essere accomunati dal loro essere stati vittime di violenza79, in questo caso mafiosa. È allora interessante vedere come si assemblano i rosari dei morti per cui ci si sente partecipi, come si sovrappongono le storie di persone dalle vite molto differenti, ma che, cadute per mano mafiosa, diventano parte di un racconto comune, nelle memorie pubbliche e private.

i miei morti – spiega Arcuri in un interessantissimo accavallarsi di comunità e di appartenenze – i miei morti sono Mauro [Rostagno] e Peppino. E lo zio Libero [Grassi]. Lo sarebbe sicuramente, ma lo è vieppiù per motivi…. lo sarebbe però, perché la società civile, perché… una battaglia importantissima. Anche Cassarà è un mio morto per motivi generazionali. Gli altri sono persone che sono morte… diciamo compiendo il loro dovere, come si dice, quello perché faceva il giudice… sono sempre miei morti, anche Falcone e Borsellino, però… […] …però le sento comunque come una cosa istituzionale. E anche dalla Chiesa per certi versi. È un po’ tutt’e due. Perché è l’uomo, il padre di questi figli che conoscevo, che non erano miei amici però erano molto amici di mia sorella, presenti nella sua vita, noi avevamo una famiglia numerosa… quindi i miei morti, la mia famiglia sono Mauro e Peppino. E lo zio Libero ovviamente.80

NOTES

1 Non volendomi dilungare in una ricca bibliografia mi limito qui a menzionare G. Impastato, Lunga è la notte: poesie, scritti, documenti, a cura di U. Santino, Palermo, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, 2014 [2002], e in particolare al saggio di U. Santino, Peppino Impastato: la memoria difficile, pp. 13-34 (ho tratto la citazione dalla pagina 22). Fondamentale anche la raccolta di scritti di Impastato pubblicata in questo volume.

2 Per un inquadramento generale rinvio a S. Lupo, Storia della mafia: dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli, 1993.

3 Insisteva su quella memoria anche la storiografia legata al partito: vedi F. Renda, Il movimento contadino nella società siciliana, Palermo, Edizioni Sicilia al Lavoro, 1956, pp. 96-97.

4 Su La Torre e la lotta alla mafia, V. Coco (a cura di), L’antimafia dei comunisti: Pio La Torre e la relazione di minoranza, Palermo, Istituto Poligrafico Europeo, 2013.

5 Su L’Ora, V. Nisticò, Accadeva in Sicilia: gli anni ruggenti dell’«Ora» di Palermo, Palermo, Sellerio, 2001 e Era «L’Ora»: il giornale che fece storia e scuola, a cura di M. Figurelli e F. Nicastro, Roma, XL Edizioni, 2011. Per la memoria dell’omicidio La Torre, rinvio a C. Moge, La construction d’une mémoire publique de la lutte contre la mafia de 1982 à 2002 à partir d’un martyrologe : Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone et Paolo Borsellino, tesi di dottorato realizzata sotto la direzione di M.-A. Matard-Bonucci e G. Fulvetti, Università di Grenoble-Alpes, 2015; e M. Di Figlia, Pio La Torre e l’epoca della vittima. Dall’universo comunista all’immaginario antimafia, in Letture e riletture sulla Sicilia e sul Meridione, a cura di S. Costantino, C. Giurintano e F. M. Lo Verde, Milano, FrancoAngeli, 2015, pp. 213-236.

6 Vedi gli articoli in «Lotta continua», 10 maggio 1978, pp. 1-2.

7 E. D., E noi che cosa facciamo?, «Lotta continua», 11 maggio 1978, p. 1.

8 Su questo vedi anche il manifesto pubblicato col volume Comitato di controinformazione Giuseppe Impastato, 10 anni di Lotta contro la mafia. Bollettino del centro siciliano di documentazione, Palermo, Cooperativa editoriale Centofiori, luglio 1978; tra gli articoli contestati Scartata a priori la pista mafiosa?, «L’Unità», 11 maggio 1978, p. 7 e Ucciso da bomba, oscura la mano, «L’Ora», 9 maggio 1978, p. 9.

9 S. Vitale, Nel cuore dei coralli: Peppino Impastato, una vita contro la mafia, Soveria Manelli, Rubettino, 1995, pp. 151-152.

10 S. Cruciani, M. P. Del Rossi e M. Claudiani (a cura di), Portella della Ginestra e il processo di Viterbo: politica, memoria e uso pubblico della storia (1947-2012), Roma, Ediesse, 2014.

11 1947-1977, Portella della Ginestra: una strage per il centrismo, a cura del Centro siciliano di documentazione, Palermo, Cooperativa editoriale Centofiori, 1977, pp. 7-9. Significativo di un’impostazione politica anche il volume Le compagne, i compagni, il movimento del ‘77 a Palermo, a cura del Centro siciliano di documentazione, Palermo, Cooperativa editoriale Centofiori, 1978.

12 F. Vitale Impastato e S. Vitale, Notissimi ignoti: atti relativi all’assassinio di Giuseppe Impastato, Palermo, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, s.d.; U. Santino (a cura di), L’assassinio e il depistaggio: atti relativi all’omicidio di Giuseppe Impastato, Palermo, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, 1998.

13 C. Fava, Cinque delitti imperfetti: Impastato, Giuliano, Insalaco, Rostagno, Falcone, Milano, Mondadori, 1994.

14 S. Lupo, Antipartiti: il mito della nuova politica nella storia della Repubblica (prima, seconda e terza), Roma, Donzelli, 2013.

15 Vedi la scena in [https://www.youtube.com/watch?v=rmD6jAt8qAo]. Tutti i siti citati nell’articolo sono stati consultati il 23 luglio 2018.

16 Su questo, le considerazioni di Salvo Vitale (che, nella rappresentazione cinematografica, interagisce con Impastato nella scena su menzionata), in [http://www.antimafiaduemila.com/home/opinioni/235-politica/48010-la-bellezza-e-peppino-impastato.html].

17 D. Giglioli, Critica della vittima: un esperimento con l’etica, Roma, Nottetempo, 2014; e G. De Luna, La Repubblica del dolore: le memorie di un’Italia divisa, Milano, Feltrinelli, 2015.

18 G. Barbera, testimonianza all’autore.

19 Ibidem.

20 Acuri racconta parte di queste vicende in C. Miduri (a cura di), La meglio gioventù siracusana: testimonianze a cinquanta anni dal Sessantotto e non solo, Siracusa, Lombardi, 2018, pp. 75-79.

21 G. Barbera, Conca d’oro, Palermo, Sellerio, 2012, pp. 11; 128-138 e passim.

22 G. Arcuri, testimonianza all’autore,

23 M. Bartoccelli e G. Barbera, Capire meglio la nostra realtà, in Comitato di controinformazione Giuseppe Impastato, 10 anni di Lotta contro la mafia…op. cit., p. 19.

24 M. Stagno, testimonianza all’autore.

25 Ibidem.

26 Ibidem.

27 Ibidem.

28 Ibidem. La memoria del comportamento dei carabinieri, come pure della certezza che le proprie abitazioni venissero in quei giorni perquisite, e non dalle forze dell’ordine, rimase comune ad altri amici di Impastato. Ne danno testimonianza nelle audizioni del Comitato che, sotto la guida di Giovanni Russo Spena, stilò la Relazione sul «caso Impastato», approvata il 6 dicembre 2000 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali simili, ora in Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Roma, Editori Riuniti, 2001.

29 Marcella [Stagno] e Giuseppe [Barbera], Per un compagno, in Sicilia, è difficile anche morire, «Lotta continua», 12 maggio 1978, p. 3.

30 G. Riccobono, testimonianza all’autore.

31 Ibidem. Parte dell’episodio è ricordato da Riccobono anche in F. Vitale Impastato e S. Vitale, Notissimi ignoti…op. cit., pp. 7-9.

32 Così Riccobono al Comitato presieduto da Russo Spena: Peppino Impastato: anatomia di un depistaggioop. cit., p. 172.

33 G. Riccobono, testimonianza all’autore.

34 Ibidem.

35 G. Barbera, testimonianza all’autore.

36 Trovo il brano in [https://www.youtube.com/watch?v=R5781xAy3FQ].

37 G. Riccobono, testimonianza all’autore.

38 Giovane dirigente del Pci ucciso dai killer della mafia, «L’Unità», 12 giugno 1980, pp. 1-5.

39 G. Barbera, testimonianza all’autore.

40 G. Arcuri, testimonianza all’autore.

41 Volantino del Pci a Cinisi, «Lotta continua», 12 maggio 1978, p. 3.

42 G. Riccobono, testimonianza all’autore.

43 D. Billitteri, Tensione per il corteo vietato, «L’Ora», 12 maggio 1978, p. 7; «L’Ora», 9 maggio 1980, p. 12; «L’Ora», 8 maggio 1981, p. 7; «L’Ora», 11 maggio 1982, p. 9.

44 «L’Ora», 9 maggio 1980, p. XXV dell’inserto.

45 Nel nome di Peppino, manifestazione contro la mafia, «L’Ora», 8 maggio 1982, p. 11.

46 M. Novelli, “La lezione di quel 30 aprile”, «L’Ora», 27 aprile 1983, p. 7.

47 Migliaia di fiori di campo sulla lapide di La Torre, «L’Ora», 28 aprile 1983, p. 6.

48 Omicidio Impastato, si chiede di riaprire l’inchiesta, «L’Ora», 9 maggio 1986, inserto interno, p. VI; S. R., Peppino Impastato. Dieci anni dopo, «L’Ora», 7 maggio 1988, p. 15; Per Impastato niente risarcimento, «L’Ora», 11 maggio 1988, p. 13; Oggi a Cinisi una lapide in memoria di Impastato, «L’Ora», 9-10 maggio 1989, p. 10.

49 G. Arcuri, testimonianza all’autore.

50 Ibidem.

51 B. Stancanelli, Caduto perché faceva sul serio, «L’Ora», 2 maggio 1982, pp. 14-15.

52 Prime liste per l’8 giugno, «L’Ora», 9 maggio 1980, p. 6.

53 Comune, identikit degli eletti, «Giornale di Sicilia», 15 maggio 1985, p. 14.

54 G. Arcuri, testimonianza all’autore.

55 M. Stagno, testimonianza all’autore.

56 A. Blando, Dalla mafia al terrorismo e viceversa: il metodo Dalla Chiesa, in P. Dogliani e M.-A. Matard-Bonucci (a cura di), Democrazia insicura: violenze, repressioni e stato di diritto nella storia della repubblica (1945-1955), Roma, Donzelli, 2017, pp. 137-151.

57 M. Stagno, testimonianza all’autore.

58 G. Barbera, testimonianza all’autore.

59 M. Stagno, testimonianza all’autore.

60 G. Arcuri, testimonianza all’autore.

61 L. Azzolina, Governare Palermo: storia e sociologia di un cambiamento mancato, Roma, Donzelli, 2009; J. C. Schneider e P. T. Schneider, A Reversible Destiny: Mafia, Antimafia and the Struggle for Palermo, Berkley, University of California Press, 2003; vedi anche il numero monografico della rivista «Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali», n. 25, 1996.

62 G. Barbera, testimonianza all’autore.

63 G. Arcuri, testimonianza all’autore.

64 Ibidem.

65 G. Barbera, testimonianza all’autore.

66 G. Riccobono, testimonianza all’autore.

67 M. Stagno, testimonianza all’autore.

68 U. Santino, L’assassinio e il depistaggioop. cit.

69 Peppino Impastato: anatomia di un depistaggioop. cit.

70 G. Arcuri, testimonianza all’autore.

71 G. Barbera, testimonianza all’autore.

72 G. Riccobono, testimonianza all’autore.

73 G. Stagno, testimonianza all’autore.

74 Ibidem.

75 Online: [https://www.youtube.com/watch?v=rkoYKsWPBTc].

76 Lo stralcio dell’intervista è disponibile in più versioni su YouTube. Vedi tra l’altro: [https://www.youtube.com/watch?v=_Jpa2SBovSo].

77 Su questo S. Lupo, Falcone, Giovanni, in
[http://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-falcone_(Dizionario-Biografico)/].

78 O. Janz e L. Klinkhammer (a cura di), La morte per la patria: la celebrazione dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Roma, Donzelli, 2008.

79 G. De Luna, La Repubblica del dolore…op. cit.

80 G. Arcuri, testimonianza all’autore.

Articolo di

Matteo DI FIGLIA, « Da Lotta continua alla religione civile. La memoria di Peppino Impastato nelle storie di quattro militanti », Laboratoire italien [En ligne], 22 | 2019, mis en ligne le 14 février 2019, consulté le 19 novembre 2019. URL : http://journals.openedition.org/laboratoireitalien/2769 ; DOI : 10.4000/laboratoireitalien.2769

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Redazione Amattanza

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